SERVITU’ MILITARI E SEGRETI DI STATO

di Gianni Lannes Meloni e Crosetto: non pervenuti, ovvero assenti e silenti. In Sardegna un missile Aster 30 ancora carico e potenzialmente pericoloso, lanciato dal Poligono interforze di Quirra, nel cuore del Salto di Quirra, giace davanti alla costa orientale a una profondità di 602 metri (davanti a Murtas e altre davanti e al largo…

di Gianni Lannes

Meloni e Crosetto: non pervenuti, ovvero assenti e silenti. In Sardegna un missile Aster 30 ancora carico e potenzialmente pericoloso, lanciato dal Poligono interforze di Quirra, nel cuore del Salto di Quirra, giace davanti alla costa orientale a una profondità di 602 metri (davanti a Murtas e altre davanti e al largo di Capo san Lorenzo, punto di lancio del poligono interforze). L’allarme è arrivato nell’estate dell’anno 2025 dall’ufficio circondariale marittimo di Arbatax, che ha emesso un avviso di pericolosità e ordinato di non avvicinarsi a una distanza inferiore di 150 metri dal punto della caduta.

La presenza dell’ennesimo missile inesploso dinanzi al litorale, per di più in piena stagione balneare, solleva interrogativi sulla gestione e sulla sicurezza delle esercitazioni, che spesso vengono descritte nelle comunicazioni ufficiali come simulazioni al computer o test controllati e che presentano invece profili di pericolosità, come dimostrato anche di recente dall’episodio accaduto a metà maggio durante una esercitazione svolta nell’ambito di Joint Stars, organizzata dal Ministero della difesa.

Le esercitazioni hanno coinvolto prove di fuoco del sistema di difesa italiano, con l’obiettivo di verificare le procedure di sorveglianza dello spazio aereo contro le minacce moderne, come i missili a pilotaggio remoto o droni avanzati. Durante queste operazioni, sarebbero stati sparati due missili Aster 30 utilizzando il sistema Samp-T, un’arma combinata che permette di intercettare e neutralizzare attacchi aerei di diversa natura, tra cui i radiobersagli Mirach-40.

Questi ultimi sono aeromobili a pilotaggio remoto progettati per simulare attacchi aerei complessi e testare le capacità di difesa delle forze armate italiane ed europee.

Il missile Aster 30 è un sistema avanzato di difesa missilistica che fa parte del più ampio programma di riarmo europeo e che viene ancora trasportato e testato in campo operativo. In particolare, Italia, Francia e Regno Unito – nell’ambito della campagna di riarmo europeo – punterebbero all’acquisto congiunto di 200 missili Aster al costo di circa 2 milioni di euro l’uno. Questo missile, di colore bianco, lungo circa 4,2 metri e con un diametro di poco meno di 20 centimetri, è un’arma complessa e potente, capace di esplodere e di colpire obiettivi aerei e missilistici a lunga gittata.

Il poligono di Quirra, com’è noto, copre un’area interdetta di 13.000 ettari più altri 2.000 verso Capo San Lorenzo e un’ulteriore area in mare. Complessivamente è una superficie ampia più di 120 chilometri quadrati: quasi quanto la città di Parigi.

Per decenni la zona è stata destinata a far brillare gli ordigni Nato della Seconda guerra mondiale ritenuti obsoleti, in una singolare idea di smaltimento dei rifiuti bellici. Queste attività hanno reso l’area sterile, ambientalmente distrutta, con danni gravissimi alla popolazione. Negli ultimi 20 anni si sono osservate gravi malformazioni negli animali che nascevano sul posto e un aumento esponenziale delle percentuali di tumori e morti nei pastori dell’area e nei militari che operavano nel sito. La situazione è così netta e concentrata da far parlare di «sindrome di Quirra», visto che le malattie riguardano esclusivamente l’area intorno al Poligono.

La nota preponderante presenza militare in Sardegna e le croniche condizioni sistemiche di crisi sociale, economica, infrastrutturale attanagliano l’Isola a fronte dei continui sacrifici imposti alla comunità, anche in termini di insalubrità ambientale a causa della mancata bonifica dei luoghi.

A ridosso della riva e al largo sono state istituite numerose e vaste aree legate ad attività della nave militare Numana, specializzata nell’esplorazione dei fondali con un Rov, un robot subacqueo; gli uffici della Guardia costiera di Arbatax che hanno emesso l’avviso avrebbero dichiarato di non conoscere le ragioni delle attività della Numana, cacciamine della Marina militare italiana.

Non si tratterebbe però di attività connesse al recupero dei due missili dispersi a fine maggio 2025, durante l’esercitazione Joint Stars, che avevano sollevato preoccupazione per la sicurezza in mare. L’Aster 30 e lo Stinger, infatti, giacerebbero su fondali più profondi e distanti, rispettivamente a 600 e 100 metri, e al momento non risulterebbero previste operazioni per il loro recupero.

Risale all’estate del 2024 l’assoluzione dei 4 generali imputati di disastro ambientale e omicidio colposo in relazione al gravissimo disastro ambientale che riguarda un territorio di eccezionale pregio paesaggistico situato su un promontorio di circa 2,78 chilometri quadrati a sud del poligono militare di Capo Teulada chiamato «Penisola Delta», inserito nel Sito di importanza comunitaria denominato Isola Rossa e Capo Teulada.

Nell’ordinanza emessa nel 2021 dalla giudice del tribunale di Cagliari, Maria Alessandra Tedde, si legge che «Fin dagli anni ‘50 la penisola è stata bersaglio di tutti i sistemi di arma impiegati per le esercitazioni a fuoco da parte del personale delle Forze Armate italiane e delle Forze straniere alleate (zona di arrivo: dei colpi di mortai e artiglierie, di missili filo guidati, di tiri navali contro costa, di bombardamento e mitragliamento aereo, per sganci di emergenza per gli aerei)». Dalle acquisizioni ambientali disposte dalla giudice si rileva che nel periodo compreso tra il 2008 e il 2016 «…il sito è stato bersaglio di un munizionamento pari a 860 mila colpi che equivale a una misura in peso di residui di armamenti pari a circa 556 tonnellate (e, nello specifico, che siano stati sparati un totale di circa 11.785 missili M.I.L.an)».

La penisola Delta rappresenta uno dei casi più eclatanti di inquinamento legato alla presenza delle servitù militari, è stata definita imbonificabile da decenni, dato il livello di inquinamento provocato dalle esercitazioni. Nel piccolo agglomerato di Foxi, sito a pochi chilometri in linea d’aria dalla Delta, l’incidenza di leucemia e tumori è molto più alta che nei territori vicini. Come riportato dal comunicato di Aforas, con le indagini si è accertato che, nonostante si fosse attivato il Pia (Piano di intervento ambientale integrato), dal 2008 al 2016 si sono svolte le esercitazioni nella penisola Delta e nel 2016 sono state rinvenute n. 4 lunette contaminate di Torio e nel 2018 n. 9 motori di missili Milan.

Gli agenti inquinanti riversati nel territorio hanno la capacità di permeare la terra per decine di metri, raggiungere le falde acquifere, muoversi attraverso l’aria per chilometri e diffondersi nelle acque del mare per distanze difficilmente calcolabili. Queste sostanze entrano all’interno della catena alimentare, inquinando la pesca, l’allevamento, l’agricoltura e i prodotti derivati. La tossicità dei materiali e la loro diffusione è alla base di numerose patologie che colpiscono animali, piante ed esseri umani, come ad esempio leucemia, tumori solidi, malformazioni neonatali, intossicazione da specifici agenti. Esistono evidenze scientifiche del nesso causale tra questi agenti inquinanti e le patologie riportate, sebbene, a oggi, non siano mai state effettuate ricerche epidemiologiche serie che mettano alla luce la reale situazione nei pressi dei poligoni.

La documentazione allegata alla procedura di Valutazione di incidenza (Vinca) presentata non fornisce dati precisi sulla quantità di proiettili e rifiuti militari presenti nell’area, che sarebbero stimati in una quantità di materiale da recuperare superiore alle 1.200 tonnellate di residui e a 16.000 ordigni inesplosi.

A nord-ovest: nei depositi militari dell’isola di Santo Stefano, nell’arcipelago de La Maddalena (parco nazionale in provincia di Sassari), già base nucleare Usa della Sesta Flotta, sono stati conservati per anni ingenti quantitativi di armamenti, tra cui missili, razzi anticarro, razzi tipo Katiuscia, fucili d’assalto AK-47, caricatori e milioni di proiettili.

Dalla cronaca locale si apprende della sparizione – già dal 2011 – di circa «400 missili» (o razzi) destinati a essere distrutti o comunque smaltiti, ma i cui spostamenti e destinazioni risultano poco chiari; in particolare, un’inchiesta della magistratura della procura della Repubblica di Tempio Pausania sarebbe stata avviata per il trasferimento del materiale da Santo Stefano verso Civitavecchia tramite traghetti, con modalità che risultano «clandestine» e comunque oggi in parte ancora coperte dal segreto di Stato.

La perdita di tracciabilità di materiale bellico garantito e gestito dallo Stato pone gravi quesiti in termini di responsabilità della Difesa, controllo logistico e sicurezza nazionale; le modalità descritte dalle fonti (trasporto via traghetto, spostamenti da depositi sotterranei, imposizione del segreto di Stato) rendono necessaria una ricognizione ufficiale per chiarire tempi, destinazioni, autorizzazioni e soggetti coinvolti.

Per quale motivo è stato disposto il regime di segreto di Stato sulla vicenda, così determinando impedimenti nei confronti della magistratura o di organi di controllo interni alla Difesa con riguardo al pieno svolgimento delle loro funzioni?

La sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei conti nel documento oggetto della deliberazione 20 giugno 2022, n. 14/2022/G, datata 22 giugno 2022, ha raccomandato ai vertici militari «di assicurare la più attenta vigilanza sui poligoni in caso di loro utilizzo per test su nuove armi da parte di reparti della Nato o comunque di Paesi alleati, specie in fase di sperimentazione, anche da parte di produttori di armamenti, assicurandosi che, in qualsiasi circostanza, non vengano utilizzate sostanze di natura chimica, tossica e radiologica, o comunque pericolose, in quantità tali da determinare valori di concentrazione superiori alle soglie di rischio».

La Corte, nello stesso documento, richiama le conclusioni della Commissione parlamentare di inchiesta che si è occupata fino al 2018 di gravi malattie e morti di personale impiegato in missioni militari o nei poligoni di tiro; in particolare, in riferimento alla zona di Capo Teulada, si legge: «le immagini satellitari ritraggono una discarica non controllata: 30.000 crateri sino a 19-20 metri di diametro. Sulla superficie tonnellate di residuati contenenti cospicue quantità di inquinanti in grado di contaminare suolo, acqua, aria, vegetazione, animali e l’essere umano».

Il 65 per cento delle servitù militari italiane si trova in Sardegna, dove risultano asservite a fini militari ampie zone di territorio pari a 37.374 ettari, di cui 23.766 demanio e 13.608 servitù militari – in particolare, le aree di servitù a mare superano la superficie dell’intera Sardegna – nelle quali sono interdette per gran parte dell’anno molte delle normali attività umane ed economiche, ivi comprese, nelle vaste porzioni di mare prospicienti le zone di esercitazione, quelle di ancoraggio e pesca.

Un dato per tutti: il poligono di Capo Frasca occupa un”area archeologica. Esso è il terzo d’Europa per estensione territoriale, sorto nella metà degli anni ’50, si estende in un area di 14 chilometri quadrati, sul territorio del comune di Arbus, nella costa sud occidentale della Sardegna. Il poligono di Capo Frasca è utilizzato da aeronautica e marina militare italiane, Nato e tedesche, per esercitazioni di tiro a fuoco aria-terra e mare-terra, dipende dall’aeroporto militare NATO di Decimomannu, situato a sud dell’isola, che rappresenta la base militare più attiva e trafficata d’Europa. Vi sono situati impianti radar, eliporto, basi di sussistenza, ed impegna una vasta area di sicurezza a mare interdetta alla navigazione;
la segnalata presenza di ordigni inesplosi a terra e soprattutto in mare fanno ricadere su ampia parte del territorio circostante il divieto di esercitare la pesca, coinvolgendo e penalizzando quindi in maniera diretta le popolazioni e i pescatori di Arbus, Guspini, Terralba, Arcidano, Marceddì, Pabras, Riola Sardo. Il poligono viene utilizzato principalmente per l’addestramento di piloti di aerei supersonici, che effettuano le esercitazioni sparando da aria e da mare con cannoni e mitragliatrici a bordo degli aerei su appositi bersagli. Il poligono ospita la 123a squadriglia radar remota, ente autonomo, che garantisce il funzionamento e la manutenzione della struttura della difesa aerea. L’indagine condotta dalla commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito del Senato della XVI legislatura ha inserito all’interno delle sue indagini anche il poligono di Capo Frasca, soffermandosi in particolare sulle problematiche ambientali causate dalla presenza militare e sulle modalità di bonifica. Nella relazione intermedia della sopracitata Commissione, si precisa che non sono state effettuate ricerche volte ad individuare inquinamento sul terreno e nella zona marina dato da residui metallici. 12 anni fa
è stato mutato l’orientamento del poligono per la direzione d’attacco, pertanto un’eventuale ricerca dovrebbe essere impostata sulla direttrice opposta.

Sarebbe opportuna un’indagine epidemiologica e ambientale nel territorio interdetto e circostante, poiché è risaputa la presenza di ordigni esplosi ed inesplosi a terra e nei fondali dell’ampia costa confinante con il poligono, da Arbus all’oristanese. Il maresciallo Madeddu, in un’intervista rilasciata nel 2011, ha riferito che a Capo Frasca non è mai stata effettuata alcuna bonifica, nonostante la presenza di residui bellici in cinquant’anni di esercitazioni di forze armate di tutto il mondo. In loco è frequente la presenza di capi di bestiame che pascolano all’interno della zona militare, con l’elevato rischio di contaminazione e trasmissione di malattie dovute dalla presenza probabile di metalli pesanti e nanoparticelle;
non è mai stata effettuata alcuna analisi epidemiologica e ambientale su un territorio che da oltre 50 anni subisce i bombardamenti delle esercitazioni militari.

All’interno del poligono sono presenti due importanti pezzi di cultura e storia come le villae maritimae romane, non visitabili e fruibili per uno sviluppo turistico e culturale in quanto ricadono nel territorio in concessione alla NATO.

La Asl 6 del Medio Campidano non possiede dati storici, né si è mai attivata per raccoglierli, in relazione all’eventuale incidenza sui tumori che potrebbero avere la base militare (il riferimento è in tal caso al poligono di tiro aereo di Capo Frasca) e i siti minerari dismessi (Ingurtosu-Montevecchio), nonostante sia certa la presenza di decessi di personale civile e militare del poligono aereo, e sia certa l’alta incidenza di malattie tumorali nel territorio del Medio Campidano (Arbus, Guspini, Montevecchio, Gonnosfanadiga, Villacidro, Sanluri, San Gavino) e del basso oristanese (Terralba, Arcidano, Marrubiu, Arborea);
l’indotto occupazionale dato dal poligono è ormai residuale, con circa 40 persone impiegate tra personale militare e ditte esterne che effettuano le pulizie;
il comune di Arbus non riceve alcun vantaggio dalla presenza militare e dalla servitù su un’area vastissima, se non la poco più che simbolica compensazione di 1.400.000 euro circa ogni 5 anni. Un fatto di cronaca: nei primi mesi dell’estate del 2013, alcuni turisti stranieri si sono recati negli uffici del comune di Arbus dopo essere scappati dalla spiaggia di Torre dei Corsari per la presenza di aerei militari che volavano a bassa quota vicino all’arenile, violando qualsiasi protocollo e penalizzando il turismo e la balneazione nel territorio. Il comune di Arbus ha richiesto al comandante della base di Decimo e alla regione Sardegna la sovranità piena e l’istituzione di punti di balneazione sulle spiagge interdette di Salinedda, Cala Brigantino, e s’Enna e s’Arca, oltre ad aver istituito una commissione d’inchiesta nel consiglio comunale, facendo seguito alla richiesta dell’associazione «Cambiamo Arbus».
All’interno del territorio militare è presente il daino sardo, specie rara nella zona, presente solo a Capo Frasca;
è penalizzato lo sviluppo locale e l’attività ittica a causa dell’interdizione di un ampio tratto di mare che collega la costa arburese a quella di Oristano e Cabras.

Quali motivazioni geostrategiche spingono il governino Meloni e la NATO a mantenere in attività il poligono di Capo Frasca, istituito nella metà degli anni ’50? Quali sono precisamente le attività di esercitazione svolte attualmente all’interno del poligono? Per quali motivazioni a Capo Frasca non sono state effettuate le dovute indagini epidemiologiche e ambientali e quale sia la volontà del ministro Crosetto in merito a questo tema, all’analisi dei terreni e delle acque, oltre al controllo dei fondali marini circostanti per verificare la presenza di materiale bellico?

In Italia l’80 per cento delle sperimentazioni belliche di nuove armi si effettua da mezzo secolo proprio su questa isola.

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