di Gianni Lannes

Ecco una meravigliosa isola del Mediterraneo, dove proliferano i villaggi turistici in stile berlusconiano e si spopolano i paesi. Qui regnano – come ai tempi dei Savoia – sfruttamento, abbandono e degrado. La parola d’ordine è consumare: persone e natura. Basta perlustrare la Sardegna in lungo e in largo, per rendersi conto che la sua bellezza naturale è offuscata non solo dall’inquinamento militare dei poligoni a mare e sulla terraferma (i più estesi d’Europa, dove si sperimentano armi d’ogni genere), ma dalle aree industriali e minerarie (attive e dismesse) mai bonificate; dulcis in fundo le basi militari Usa abbandonate, come quella nucleare (Sesta flotta) a Santo Stefano nel parco della Maddalena e la troposcatter sul Monte Limbara.La PARO
Come è noto, alla Sardegna è imposto il peso di una gran parte delle servitù militari nazionali: risultano infatti asservite a fini militari zone di territorio pari a 37.374 ettari, di cui 23.766 demanio e 13.608 servitù militari – in particolare, le aree di servitù a mare superano la superficie dell’intera isola – nelle quali sono interdette per gran parte dell’anno molte delle normali attività umane edeconomiche, ivi comprese, nelle vaste porzioni di mare prospicienti le zone di esercitazione, quelle diancoraggio e pesca.
L’immagine turistica – propagandata in formato cartolina – non riesce a nascondere i territori trasformati in discariche e distretti di falso green.

Uno studio risalente al 1995 sulla mortalità nei centri dell’area ad alto rischio di crisi ambientale, indagine affidata a ricercatori dell’Università di Cagliari, del presidio multizonale di Portoscuso e dell’USL di Carbonia, fornisce dati preoccupanti soprattutto per quanto riguarda i decessi da tumori al polmone, alla laringe, allo stomaco, al pancreas e all’utero; questa ricerca ha interessato tutti i 48 comuni distanti meno di sessanta chilometri da Portovesme, zona industriale dove sono stati prodotti alluminio, zinco, piombo, cadmio, acido solforico.

Proprio qui dove si staglia una centrale dell’Enel in riva al mare e domina il ricatto del lavoro, il tumore al polmone è elevato soprattutto negli uomini di Sant’Antioco, in una fascia d’età compresa tra i 40 e i 50 anni; il primato della presenza di tumori allo stomaco spetta invece a Portoscuso, seguito ancora da Sant’Antioco e Carbonia; il tumore al pancreas colpisce prevalentemente gli abitanti di S. Giovanni Suergiu, mentre a Carloforte si registrano soprattutto tumori al colon e alle ovaie; infine a Gonnesa la mortalità si presenta alta a causa di bronchiti croniche sia nei maschi che nelle donne; occorre menzionare anche l’elevato e crescente numero di casi di mortalità dovuti a leucemie in tutti i centri interessati; in sintesi l’indagine citata rileva che, nell’area a rischio ambientale e nei centri adiacenti la zona del Sulcis, le patologie tumorali hanno subito un brusco e preoccupante incremento nel decennio preso in considerazione, ovvero da quando è stata avviata l’attività industriale a Portovesme.

Quanto descritto – in sintesi – interessa anche altre zone industriali del Belpaese con risultati disastrosi sulla salute e sull’ambiente.
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