di Gianni Lannes

All’isola di San Pietro, lì dove va e viene l’onda sferzata dal Maestrale, non t’aspetti uno stupro con vista mare nell’Italietta assuefatta a naufragare: 12 mila metri cubi di cemento armato sovrastano l’insenatura della località “La Caletta” a ridosso di Punta Spalmatore (anch’essa non risparmiata da deturpazioni edilizie e degrado diffuso). Questo è un luogo martoriato di rara bellezza selvaggia del Mediterraneo. Proprio qui, affacciata su un mare cristallino, sorge una struttura mastodontica: un hotel cinque stelle con piscina a sfioro, centro benessere e servizi lussuosi in stato di abbandono. Questa è la cartolina che nell’estate dell’anno 2026 arriva dall’estremo sud-ovest della Sardegna, in una zona a rischio idrogeologico che presenta costoni rocciosi frananti.

Si tratta dell’ex albergone “Baia d’Argento” realizzato dall’Esit (ente sardo strutture turistiche) con denaro pubblico, che da tempo era soggetto a lavori di ristrutturazione ed ampliamento, lasciando questo gigantesco ecomostro a deturpare un tesoro naturalistico.

Il 3 novembre 2025 il sindaco di Carloforte, dopo innumerevoli segnalazioni, si è limitato ad emettere l’ordinanza 16/2025: “rischi per la pubblica incolumità di un immobile sito nella località Spalmatore”, a tutt’oggi, lettera morta.

Le autorità invece di demolire l’ecomostro privato e ripristinare lo stato originario del luogo, di fatto avallano la speculazione. E così la situazione affaristica decolla con la concessione edilizia numero 53 del 12 luglio 2006, quando vengono autorizzati i lavori per passare dai 9.853 metri cubi ai 12.170 previsti per l’immobile. Un ampliamento di circa il 25 per cento, affidato inizialmente al gruppo Porcedda di Cagliari e poi transitato al gruppo bolognese Delle Piane. In seguito sono arrivate anche la concessione demaniale rilasciata con una nota della capitaneria portuaria di Cagliari (11 marzo 2009) e il nullaosta dell’assessorato regionale per la difesa dell’ambiente (17 febbraio 2010).

Uno scempio ambientale “legalizzato”, e autorizzato anche da enti che dovrebbero invece salvaguardare il territorio. In particolare, è stata presentata un’istanza (14 novembre 2011) circa l’autorizzazione al “completamento delle opere esterne di cui alla c.e. n. 26/2006 non completate alla scadenza dell’autorizzazione paesaggistica”. Istanza in merito alla quale s’è già espresso il Servizio regionale per la tutela paesaggistica di Cagliari (nota n. 74154/TP/CA-CI del 13 dicembre 2011), dichiarando il comune di Carloforte competente per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica al completamento delle opere.

L’autorizzazione ai lavori ha ottenuto più di una proroga. A partire dal marzo 2010, quando era stata concessa la proroga di un anno sul termine-lavori inizialmente previsto. Fino al maggio 2011, quando è arrivata l’ennesima autorizzazione edilizia (n. 104/2011) per la modifica dell’ubicazione della centrale termica.

Comunque, il problema di questo caso è il pasticcio normativo a monte. L’aumento del 25 per cento delle volumetrie preesistenti è stato autorizzato in base all’art. 2, comma 2°, lettera h, della legge regionale n. 23/1993 che consente tali ampliamenti – per i soli insediamenti ricettivo-alberghieri esistenti (l’ex Hotel Esit esisteva fin dagli anni ‘60 del secolo scorso) – anche in deroga ai vincoli di inedificabilità costieri, ma a patto che ci sia compatibilità con quanto previsto dal piano urbanistico comunale (P.U.C.). E il P.U.C. di Carloforte aveva in effetti concesso l’autorizzazione edilizia nel 2006, prima però che il T.A.R. della Sardegna lo dichiarasse illegittimo, con sentenza del 16 settembre 2009. Tuttavia gli atti autorizzativi del P.U.C. sono fatti salvi dal cosiddetto piano paesaggistico regionale (P.P.R.). Entrato in vigore nel 2006 allo scopo di “preservare, tutelare, valorizzare e tramandare alle generazioni future l’identità territoriale sarda” contiene una contestatissima norma transitoria. Norma che mantiene operativi quei P.U.C. approvati prima che esistesse il P.P.R. Così una disposizione che il T.A.R. aveva buttato fuori dalla porta può rientrare dalla finestra e permettere che si perseveri in direzione della deturpazione del territorio.
Sono evidenti le discrepanze tra quanto autorizzato e quanto effettivamente realizzato. Una partita che si è giocata a colpi di ricorsi e sentenze e che, ha visto perdere non solo la Sardegna, ma l’intero Belpaese. In una logica perversa, che vede il principio della tutela del territorio interpretato e derogato in nome delle solite irrinunciabili velleità affaristiche.

In Sardegna non è più possibile realizzare edifici così impattanti a ridosso della costa, e questo è un bene. Ma allora che senso ha lasciare giganteschi fabbricati come questo nel più totale abbandono? Parliamo di un doppio spreco: ambientale ed economico. Un sacrificio per l’ecosistema, senza alcun beneficio per il territorio. La Regione Sardegna ha il dovere di avviare uno studio puntuale su tutte le opere incompiute e dismesse (pubbliche e private) per intervenire con una visione strategica. Occorre una vera mappatura e una politica di rigenerazione.
Post scriptum
Ecomostro Ex ESIT: è la definizione con cui si indicano alcune strutture turistiche abbandonate realizzate dall’ESIT tra gli anni ’50 e ’60 in Sardegna, oggi in evidente stato di degrado e con forte impatto sul paesaggio costiero. Il caso più noto è l’ex Hotel ESIT “Baia d’Argento”, situato a Carloforte nella zona denominata “La Caletta, sull’Isola di San Pietro. Si tratta di un imponente manufatto in cemento incompiuto, rimasto sospeso nel tempo e diventato nel corso degli anni un elemento controverso del panorama locale, per la sua posizione panoramica e il forte impatto visivo sulla costa. L’Ente sardo industrie turistiche (ESIT) fu un ente costituito nel 1950 dalla Regione Sardegna con Legge regionale 62 ed è stato messo in liquidazione il 23 maggio 2005.
Riferimenti:
https://www.sardegnaterritorio.it/pianificazione/pianopaesaggistico
Lascia un commento