
di Gianni Lannes
Il segreto militare dell’eredità nascosta è durato quasi un secolo. Con documenti ufficiali e riscontri sul campo, si scopre un’altra Italia, imbottita di armi chimiche e batteriologiche, prodotte in gran quantità a partire dall’anno 1923, quando Mussolini diede ordine di costituire il Centro chimico militare e nei laboratori dell’Università La Sapienza s’avviarono esperimenti segreti. Ancora nell’anno 2013, nell’ateneo capitolino sono stati riscontrati nel personale numerosi casi di tumore.

Ma questa è un’altra storia ignota e ignorata, però le conseguenze sono giunte fino ai noi.
Il 21 maggio 1943, secondo i dati dell’Ufficio storico dell’esercito italiano, il colonnello Condemi conferma al deposito materiali del Centro chimico di Tarquinia “l’ordine di movimento per Verucchio di 800 casse di candele e candelotti al C.A.F. e al D.C.A.-T4” (cloroacetofenone e difenilcloroarsina: due aggressivi chimici classificati come irritanti) in otto carri ferroviari chiusi. Le spedizioni avvennero in ragione di due vagoni al giorno. Il trasporto da Rimini a Verucchio fu effettuato dalla Detramiles (Delegazione trasporti militari) di Bologna con servizio di scorta militare. Le veline del maresciallo Zaccaria attestano i trasporti successivi fino allo sgombero dell’Hangar nel viterbese e l’immagazzinamento nella galleria ferroviaria di Ponte Verucchio (a ridosso della futura Linea Gotica), mentre le note del maresciallo Pietro Insolera documentano la presa in carico degli ordigni proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 17 giugno 1925, ratificata dall’Italia nel 1928 e tuttora in vigore, unitamente al Trattato di Parigi datato 13 gennaio 1993 (ratificato nel 1995 con la legge 496).

Il deposito di armi chimiche allora ubicato a Pietracuta nel territorio di San Leo (a una ventina di chilometri da Rimini, ad un soffio da San Marino) è ancora oggi un segreto di Stati alleati.
Le carte dell’epoca seppure ingiallite parlano chiaro. All’inizio di agosto dell’anno 1943, il colonnello Condemi in base a ordini superiori, dirotta sul nuovo deposito romagnolo 50 tonnellate di difenilcloroarsina, per metà non collaudata, contenuta in 200 fusti. La spedizione parte dal sito di produzione, ovvero l’Industria chimica dr. Saronio di Melegnano, che alla vigilia della guerra era stata censita come “fabbrica di colori e chimica offensiva” e aveva realizzato un impianto anche a Foggia (che produceva una tonnellata di iprite al giorno), vicino alla cartiera statale sulla via per Manfredonia. L’ingegner Pietro Saronio aveva fornito l’input alla produzione industriale degli aggressivi bellici trasformando una latteria di Locate Triulzi acquistata nel 1926, in un pericoloso impianto al servizio del Ministero della Guerra, guadagnandosi la visita del duce Mussolini nel 1934. L’anno seguente Saronio era il consigliere ufficiale del governo fascista per la chimica di guerra e aveva intrapreso la realizzazione di nuovi stabilimenti in accordo con il Centro chimico militare.
Il sottufficiale Pietro Insolera comunicò l’arrivo dei pericolosi fusti il 12 agosto del 1943. li stipò nella galleria ferroviaria di Ponte Verucchio e rimase in attesa di disposizioni superiori. Il 13 agosto successivo il colonnello Condemi notificò l’invio dallo stabilimento di Pieve Vergonte di 72 tonnellate di difosgene. Questo aggressivo pneumotossico fu trasportato in 10 carri ferroviari chiusi, e furono stipati nella galleria di Ponte Verucchio. Il 17 agosto 1943 il direttore comunicò di aver richiesto all’A.C.N.A di Cengio (aveva già prodotto gas tossici per la campagna d’Etiopia) il movimento di 25,2 tonnellate difenilcloroarsina collaudata e di 74 tonnellate non collaudate del medesimo gas irritante. Ben 331 fusti tipo L viaggiarono in gran segreto dentro 14 vagoni ferroviari da Milano Bovisa a Pietracuta.
Il 6 settembre 1943 il sottufficiale Pietro Insolera, a capo in loco del Distaccamento K (specializzato nella guerra chimica e batteriologica) registrò la ricevuta dell’ultima spedizione da Tarquinia. Si trattava di “3,9 tonnellate di cloropicrina (pneumotossico) contenute in 11 fusti tipo D, 2 fusti tipo C e 4 fusti tipo G, di 1.008 casse di candelotti fumogeni per 25.195 pezzi, e di 46 casse di candelotti a fumata rossa per 4.588 pezzi”.
In un altro documento milutare di riepilogo è stata annotata la collocazione aòl deposito bellico di Pietracuta di 5.460 casse per un totale di 50.853 candele e candelotti al cloroacetofenone e alla difenilcloroarsina e lo stoccaggio nella gallertia di Verucchio di 3.229 casse contenenti 68.537 candele e candelotti. Quanto ai restanti aggressivi liquidi provenienti dalle industrie di Stato, tra il 12 agosto e l’1 settembre 1943 era stato assembrato in loco un arsenale di 225 tonnellate contenute in 796 fusti. Erano i principali materiali di guerra della tabella compilata dal direttore del Servizio Chimico in data 23 ottobre 1940 su richiesta di Benito Mussolini.
Dopo l’8 settembre 1943, un distaccamento chimico nazitedesco si installò a Ponte Verucchio e nel corso dell’estate successiva affondò nel mare Adriatico l’arsenale proibito nascosto nella galleria del monte Pietrazzocca. Medesima sorte ebbe il 14° deposito segreto della Regia Aeronautica di Urbino (ubicato in alcune gallerie ferroviarie).
Nel settembre del 1944 gli inglesi provvidero a dragare il fiume Marecchia, ma trovarono solo fusti vuoti. Infine, nel luglio dell’anno 1984 (come attesta un articolo del quotidiano L’Unità a firma di Maria Garattoni, e la Repubblica) furono effettuati lavori nei pressi del corso d’acqua e proprio in quel periodo perirono fulmineamente diverse persone, tantè che si parlò di una strana epidemia, che a tutt’oggi non ha avuto una spiegazione scientifica. Anche la giovane giornalista, originaria di Sant’Arcangelo, morì prematuramente per cancro.
Riferimenti:
Gianni Lannes, IL MARE INVISIBILE, docufilm, Pesaro, 2026.
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