
di Gianni Lannes
Attenzione, anzi allerta. Nel bel mezzo dell’Italia, in riva al Tirreno: a Civitavecchia c’è un luogo trasformato nel tempo, col beneplacito e l’avallo delle autorità governative, in una gigantesca discarica di armi chimiche, gestita dal ministero della Difesa. Meloni e Crosetto – insediati da 4 anni al vertice dello Stato – pur interrogati e interpellati in Parlamento con molteplici atti di sindacato ispettivo, non rispondono, come se la salubrità ambientale e la salute umana valgono meno di zero.

Infatti, nel Centro chimico militare di Santa Lucia sono state ammassate tonnellate di munizioni chimiche provenienti da tutta Italia: residuati della Prima e della Seconda Guerra Mondiale caricati con iprite, arsenico, fosgene, adamsite e così via. Materiali estremamente tossici e cancerogeni da custodire in sicurezza, fino alla distruzione definitiva prevista dagli accordi internazionali sanciti dalla Convenzione sulle armi chimiche firmata a Parigi il 13 gennaio 1993 (ratificata dall’Italia mediante la legge 18 novembre 1995, numero 496).
L’accumulo degli ordigni proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 1925, la lentezza delle procedure e l’inettitudine della autorità militari hanno trasformato un deposito temporaneo in una discarica a cielo aperto.
Nel luglio 2025 la Procura di Civitavecchia, guidata da Alberto Liguori, ha disposto il sequestro dell’area ipotizzando i reati di disastro ambientale colposo e omessa bonifica. L’accusa: i sistemi di contenimento non sarebbero più sicuri e le acque meteoriche potrebbero trascinare sostanze tossiche nel terreno. Venti alti ufficiali dell’esercito sono finiti sotto indagine per omessa vigilanza.
Ben prima del sequestro, la Relazione annuale 2018 del Senato della Repubblica sull’attuazione della Convenzione per la proibizione delle armi chimiche descrive Santa Lucia come “l’unico impianto nazionale abilitato al recupero, immagazzinaggio e distruzione delle armi chimiche”.
A fine 2017, ufficialmente il centro custodiva 13.600 ordigni chimici prodotti prima del 1946, classificati come “Old Chemical Weapons”. Quelle armi, secondo gli impegni internazionali, avrebbero dovuto essere distrutte entro il 2012. L’OPAC, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, aveva concesso una proroga, chiedendo all’Italia di completare l’operazione “il prima possibile”.
Il Senato segnalava anche la necessità di un “adeguamento urgente degli impianti”, un intervento mai realizzato. Letto oggi, quel monito assume il valore di una profezia.
Ogni anno o quasi, l’Italia ha inviato all’OPAC una dichiarazione volontaria sulla situazione del sito: un segno di trasparenza sdulla carta, ma anche la conferma che Santa Lucia resta un luogo sotto osservazione internazionale. Tuttavia, da quando è subentrato il governo Meloni, non è dato conoscere pubblicamente il contenuto di questo resoconto pertiodico. Il ministro Tajani, a cui spetta il doveroso compito, ha mai annualmente relazionato all’Opac?
Già nel 2016, la Risoluzione Artini denunciava le condizioni precarie dei monoliti di cemento e il malcontento della popolazione. Il Ministero della Difesa aveva avviato uno studio con la società Dynasafe per introdurre un nuovo impianto basato su ossidazione termica, ma il progetto suscitò forti opposizioni.
I cittadini di Civitavecchia e dintorni temevano che il nuovo impianto potesse funzionare come un inceneritore. Le associazioni — tra cui ISDE, i medici per l’ambiente — chiesero la sospensione del piano e l’avvio di una bonifica dell’area, partendo dalla rimozione dei monoliti.
Il 9 giugno 2016 il Sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, durante un incontro ufficiale si impegnò a valutare soluzioni alternative e garantire maggiore trasparenza. La risoluzione chiedeva inoltre che Santa Lucia fosse riconosciuta come sito di interesse nazionale, con interventi di bonifica, monitoraggio e informazione pubblica costante.
Nel Piano di Emergenza Comunale di Civitavecchia del 15 gennaio 2024, il deposito militare di Santa Lucia è classificato come impianto a rischio di incidente rilevante.
Il documento descrive un sito blindato, sorvegliato 24 ore su 24, dotato di sistemi antincendio automatici e monitoraggio continuo, progettato per evitare qualsiasi fuga di sostanze tossiche. Nonostante le misure di sicurezza, il rischio resta alto: la normativa europea lo definisce “antropico-tecnologico”, cioè derivante da attività umane. Il Piano individua Santa Lucia come uno dei nodi più sensibili del territorio, richiedendo aggiornamento costante dei protocolli di prevenzione.
L’8 maggio 2024, in Commissione Difesa, il deputato Anastasio Carrà (Lega) ha illustrato il programma SMD 29/2023, destinato alla distruzione delle Old Chemical Weapons.
Il piano prevede l’acquisto di un impianto Dynasafe SDC-1200, tecnologia capace di decomporre ordigni chimici a temperature tra i 400 e i 550 gradi, con sistemi di trattamento dei gas per evitare dispersioni.
Finanziato con 29 milioni di euro del Ministero della Difesa, il progetto include cinque anni di assistenza tecnica e formazione del personale. L’obiettivo è riportare il Centro alla piena operatività entro quattro anni e completare la distruzione delle armi chimiche ancora presenti in Italia.

Anche il Sindacato Unitario Militari (S.U.M.) ha espresso profonda preoccupazione per le condizioni ambientali del sito. Secondo le segnalazioni ricevute, i monoliti — nati per isolare le sostanze tossiche — risulterebbero oggi fortemente deteriorati. Il S.U.M. ha chiesto interventi immediati all’Ufficio per il Coordinamento dei Servizi di Vigilanza d’Area e ha sollecitato al Ministero della Difesa a individuare soluzioni alternative di stoccaggio, tutelando il personale e le loro famiglie. “Chiediamo che le risultanze dei controlli vengano comunicate al S.U.M. — si legge nella nota — per garantire la massima trasparenza e la tutela dei diritti collettivi”.
L’inchiesta giudiziaria è solo all’inizio, ma la sua lentezza preoccupa. Conoscendo i tempi della giustizia tricolore e la struttura militare dell’impianto a perdere, il rischio è che la vicenda si trascini per anni, senza arrivare a una bonifica del luogo degradato anche dal cemento armato.
Riferimenti:
https://civitavecchia-api.municipiumapp.it/s3/2166/allegati/allegati/pec-cvt-ii-parte_compressed.pdf
https://aic.camera.it/aic/scheda.pdf?core=aic&numero=4/01455&leg=17&ramo=CAMERA
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1995-11-18;496
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