reportage di Gianni Lannes

Ecco la città dei due mari: la più bella del Mediterraneo, nonostante le ferite industriali inferte dai boiardi dello Stato italiano e dalle multinazionali del profitto a tutti i costi.
Dal 22 ottobre 2022, il governo Meloni (non risponde agli atti parlamentari) assicura licenza di inquinare a Taranto, alla stregua di tutti i precedenti esecutivi, dai tempi dell’Italsider prima e dell’Ilva targati Riva poi (all’epoca con la benedizione di San Vendola).

Ora (27 luglio 2026) la Corte d’Appello di Milano ordina all’ex Ilva di spegnere entro 90 giorni l’area a caldo. La produzione non potrà riprendere fino a quando non verrà rimosso tutto l’amianto (messo al bando sulla carta nel Belpaese nel 1992, con la legge 257: inapplicata) e si riporterà l’emissione di polveri sottili entro i limiti di sicurezza. Insomma, le solite e scontate ovvietà giudiziarie (poiché inapplicate) in salsa tricolore.

Dopo il sequestro dell’alforno 1, confermato un mese e mezzo fa dalla Cassazione che aveva rigettato il ricorso dell’azienda, Giorgia Meloni ha convocato una riunione intermonisterialer, in “quanto il decreto intervierne proprio nel momenti in cui si era prossimi alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico”. Dopodiché, mentre somno in corso i negoziati con il gruppo indiano Jindal (per riportare Taranto alle condizioni di lavoro del secolo scorso, attualmente vigenti in India), il Consiglio dei ministri ha confermato lo stanziamento di “ulteriori 100 milioni a favore dell’amministrazine straordinaria di Ilva per completare il percorso di cessione delle attività da circoscrivere alle attività a freddo che erano in fase di avanzata definizione e che adesso dovranno essere aggiornate in base alla sentenza che è intervenuta”. Sullo sfondo si staglia sempre il fondo statunitense Flacks Group che rilancia la propria proposta al ribasso e non vede lìora di speculare col progetto Flacksider (sviluppato con Danieli e Metinvest): cosiddetto “a basse emissioni” (sic!).
In altri termini, la Meloni e Giorgetti, invece di far partire un vero progetto di risanamento territoriale e di riqualificazione ambientale puntano alla svendita di Taranto e dintorni (come tutti gli inquilini di Palazzo Chigi (del passato prossimo e remoto).
Il pronunciamento giudiziario delle giudici Marianna Galioto, Rossella Milone e Cristina Ravera ha scompigliati i giochetti meloniani, perché nel cucuzzaro di Giorgia nessuno si aspettava che la Corte d’Appello desse ragione alle undici persone dell’Associazione “Genitori Tarantini” che hanno impugnato la sentenza di primo grado emessa a febbraio.
Nelle 45 pagine che impone l’arresto alle società Ilva spa, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia Holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la Corte rileva che persistono pericoli per la salute pubblica legati al “progressivo ammaloramento dello stabilimento”.
E i giudici puntualizzano che “non ha alcuna rilevanza il fatto che i i valori limiti di emissioni delle polveri sottili” stabiliti dal decreto legislativo 155/2010 e dalla direttiva europea del 2008, “negli anni non siano stati superati, come pure l’Ilva ha tenuto ad evidenziare”. Perché, come aveva rilevato anche il Tribunale, “nel corso del tempo l’incremento dei casi di morte e ospedalizzazione nell’area prossima allo stabilimento, rispetto a zone anche poco distanti, sta a dimostrare che il rispetto dei valori limite emissione non è sufficiente a scongiurare i rischi per la salute”.
Nella vasta area urbana a rischio (quartiere Tamburi in prima linea), d’altronde, oltre a grandi quantità di polveri sottili, è ancora accumulato l’amianto (notoriamente cancerogeno) che “avrebbe dovuto essere rimosso entro il 23 agosto 2026” se non fosse stato per le cpontinue proroghe concesse all’azienda. Infatti, negli imojanti suddetti risultano ancora presenti “oltre duemila chili di amianto, inglobati nei cowper”.
Inoltre, le giudici del tribunale di Milano hanno anche parzialmente disapplicato l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025 che, scrivono, “effettivamente non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto” ed è “priva di adeguaste tutele sulle èpolbveri PM10 e PM2,5 nello scenario produttivo a 6 milioni tonnellate annue”. Invece non è stata accettata la richiesta dei residenti concernente il taglio dei gas serra. Senza dire delle micidiali diossine.
Questa sentenza certifica il fallimento delle politiche industriali fondate sui decretini “salva Ilva” (garantiti da governini di tutti i colori), che hanno derogato alle normative ambientali e sanitarie.
Riferimenti:
Lascia un commento