EMANUELA E MIRELLA: REGIA VATICANO

di Gianni Lannes Sottratte alla vita: due adolescenti accomunate dallo stesso destino. Regia? Unica. Per la scomparsa di Mirella Gregori (7 maggio 1983) ed Emanuela Orlandi (22 giugno 1983), nonostante insabbiamenti e soprattutto depistaggi fino ad oggi, l’inchiesta giornalistica porta nell’omertà della Santa Sede con l’avallo dello Stato italiano, a partire dal ruolo oscuro di…

di Gianni Lannes

Sottratte alla vita: due adolescenti accomunate dallo stesso destino. Regia? Unica. Per la scomparsa di Mirella Gregori (7 maggio 1983) ed Emanuela Orlandi (22 giugno 1983), nonostante insabbiamenti e soprattutto depistaggi fino ad oggi, l’inchiesta giornalistica porta nell’omertà della Santa Sede con l’avallo dello Stato italiano, a partire dal ruolo oscuro di Oscar Luigi Scalfaro.

Attualmente sono addirittura in corso – contemporaneamente – addirittura tre indagini giudiziarie: Vaticano, Procura di Roma e Commissione parlamentare. Approderanno mai alla verità, se ancora pervase dai segreti?

Quarantatré anni di assenza. Tanto è il tempo trascorso da quando due quindicenni nel centro di Roma, sono uscite di casa per non rientrarvi mai più.

Emanuela si reca alla sua consueta lezione di musica, ma poi, senza averne colpa, viene condannata a non poter vedere più i suoi genitori, le sue sorelle e suo fratello. La solita lezione di flauto a piazza Sant’Apollinare, il caldo afoso di giugno, poi il silenzio. Il suo nome è Emanuela Orlandi e oggi, se non fosse mai stata rapita, avrebbe avuto 58 anni.

La sparizione della cittadina vaticana costituisce, da oltre quattro decenni, uno dei più fitti ed enigmatici rebus della cronaca nazionale (e di Città del Vaticano). Nel corso del tempo, sono emersi i sentieri investigativi più disparati: si è passati dalle trame dell’eversione globale connesse alla figura di Mehmet Ali Ağca, ai flussi finanziari opachi della Santa Sede, fino alle ipotesi più torbide legate al fango degli abusi sessuali. Il binario economico-bancario resta tuttavia lo scenario considerato più solido e accreditato. Di pari passo, anche la pista della pedofilia meriterebbe di essere approfondita.

Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, a 43 anni dalla scomparsa, continua ad impegnarsi per poter mettere un punto alla storia della sorella: «Quello che ci auguriamo è che quel famoso fascicolo, posseduto dal Vaticano e che riguarda Emanuela, venga immediatamente messo nella disponibilità di chi deve indagare».

Da quel 2011 in cui Pietro Orlandi intravide l’ombra di un dossier sulla scrivania di Padre Georg (segretario di Papa Ratzinger), si è passati per la storica apertura delle indagini vaticane di Alessandro Diddi nel gennaio 2023, fino all’inquietante scoperta dello scorso gennaio, quando il faldone del Ministero dell’Interno italiano è risultato clamorosamente vuoto. Le copiose carte vaticane usciranno mai dalla cassaforte di San Pietro?

A proposito della scomparsa di Mirella: che ci faceva Raoul Bonarelli (funzionario della Gendarmeria vaticana) nel bar della famiglia De Vito, dov’è stata vista la Gregori per l’ultima volta?

Quarantatré anni di carriera in magistratura, quaranta faldoni letti e riletti, e una certezza tenuta nel cassetto per quasi trent’anni per paura di querele. L’ex procuratore della Repubblica Giovanni Malerba, che si occupò del caso Orlandi nel 1997 redigendo la requisitoria per la prima archiviazione giudiziaria, ha aperto uno spiraglio importante davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sui casi Orlandi-Gregori.

Le sue parole pronunciate il 19 febbraio scorso hanno lasciato sgomenti i commissari. All’epoca, nella requisitoria del 1997, Malerba usò il termine generico “ambiente romano” per descrivere il contesto in cui, a suo avviso, sarebbe maturato il sequestro della quindicenne cittadina vaticana, scomparsa il 22 giugno 1983. Adesso, a microfoni accesi e con la pensione alle spalle, è andato oltre: “La mia sensazione è sempre stata che quell’ambiente romano fosse, in realtà, un ambiente Oltretevere”.

In altre parole: il Vaticano. Una conclusione basata non su intuizioni, ma sullo studio approfondito degli atti istruttori accumulati in anni di indagini. Al centro della ricostruzione di Malerba c’è la parola “depistaggio”, declinata in tutte le sue forme. Dopo la scomparsa di Emanuela si moltiplicarono le rivendicazioni: il misterioso telefonista soprannominato “l’Americano”, il Fronte Turkesh, messaggi anonimi spediti da Boston.

Nessuno di questi soggetti, però, fu mai in grado di fornire una prova concreta che la ragazza fosse ancora viva, nessuna fotografia con un giornale datato, nessun segnale inequivocabile. ersino i Lupi Grigi, il gruppo turco di estrema destra legato ad Ali Agca, l’attentatore di Giovanni Paolo II nel 1981, rientrano, secondo il magistrato, nel meccanismo del depistaggio. La loro pretesa di voler liberare Agca in cambio di Emanuela non fu mai supportata da elementi concreti. Un manoscritto ritrovato il 4 settembre 1983 in un furgone Rai parcheggiato a Castel Gandolfo, dopo una telefonata anonima, è tra i documenti citati a sostegno di questa lettura.

Malerba è convinto che il caso Orlandi e quello di Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983, quarantasei giorni prima di Emanuela, siano due facce della stessa operazione criminale. Le analogie sono numerose e difficili da ignorare: entrambe quindicenni, entrambe sparite di giorno senza violenza apparente, con le vittime che si sarebbero allontanate ingannate da qualcuno di cui si fidavano.

L’ex procuratore ha anche rivalutato la pista della Banda della Magliana, inizialmente giudicata improbabile. Con il tempo, Malerba si è convinto che il gruppo criminale romano abbia avuto “un ruolo nello smaltimento”, termine volutamente pesante, che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche sulla sorte delle due ragazze. Ha richiamato anche la questione irrisolta della sepoltura del boss Renatino De Pedis nella basilica di Sant’Apollinare, avvenuta con il benestare del cardinale Ugo Poletti, allora Vicario di Roma.

Tra le figure passate in rassegna spicca anche quella di Raoul Bonarelli, ex agente della Gendarmeria vaticana, a lungo indagato e poi prosciolto, che era stato visto in un bar con Mirella Gregori e la sua amica Sonia De Vito. Il riconoscimento fotografico fu effettuato con un ritardo di dieci anni, nel 1993, e non andò a buon fine.

A chiudere l’audizione, una confessione umana e inaspettata. In quarantatré anni di toga, Malerba afferma di non aver mai provato una sensazione simile a quella lasciatagli dal caso Orlandi: la totale insoddisfazione di chi ha lavorato sodo senza riuscire ad avvicinarsi alla verità. Una verità che, a distanza di oltre quarant’anni, sembra ancora lontanissima.

Il mistero legato alla scomparsa di Emanuela Orlandi continua a sollevare interrogativi che, a distanza di decenni, restano senza risposta. Nel corso dell’audizione davanti alla commissione bicamerale d’inchiesta sui casi Orlandi-Gregori, il procuratore Giovanni Malerba ha delineato uno scenario che richiama dinamiche già viste in altre vicende italiane segnate da depistaggi complessi. Secondo quanto riferito, il caso sarebbe stato oggetto di azioni mirate a deviare le indagini, con modalità sofisticate che avrebbero compromesso la ricostruzione dei fatti sin dalle prime fasi investigative.

Malerba nel 1997, infatti, fu incaricato di redigere la requisitoria finale e, pur chiedendo l’archiviazione, indicò nuovi elementi investigativi che oggi tornano al centro dell’attenzione. Davanti ai commissari, Malerba ha consegnato documenti al senatore Andrea De Priamo e ha ricordato di aver definito all’epoca il fascicolo come un “caso romano” per ragioni prudenziali. Il riferimento riguarda anche le tre rogatorie inviate in Vaticano e rimaste senza risposta, elemento che, secondo il procuratore, potrebbe aver inciso negativamente sull’esito delle indagini. L’assenza di collaborazione su questi fronti viene indicata come uno dei possibili ostacoli nella ricerca della verità sul sequestro Orlandi. Malerba ha inoltre sottolineato come i presunti responsabili mostrassero un livello di preparazione incompatibile con quello di criminali improvvisati. Tale professionalità, a suo giudizio, suggerirebbe la presenza di soggetti ulteriori a monte dell’operazione, escludendo che il movente fosse collegato alla liberazione di Alì Agca. Nel suo intervento, il magistrato ha anche preso in esame altre ipotesi investigative che negli anni sono state avanzate. Ha escluso sia la pista della tratta delle bianche sia quella familiare, ritenendo che eventuali elementi di responsabilità interna sarebbero emersi attraverso i contatti telefonici riservati gestiti dal Vaticano. In tal caso, ha osservato, la stessa Santa Sede avrebbe avuto interesse a chiarire la propria posizione.

Non è stata invece scartata del tutto la possibilità di un coinvolgimento della Banda della Magliana, che potrebbe aver svolto un ruolo operativo su incarico di terzi. Malerba ha parlato di una possibile partecipazione nella fase di gestione o occultamento, pur in assenza di prove dirette. Un’ipotesi che si intreccia con gli scavi in corso alla Casa del Jazz, già proprietà di Enrico Nicoletti, considerato il tesoriere dell’organizzazione criminale, dove si stanno effettuando verifiche strutturali su alcune murature presenti nei sotterranei.

Peraltro, in sede di commissione monsignor Vergari ha confermato a Sant’Apollinare i contatti del boss Enrico De Pedis col ministro dell’Interno Scalfaro.

Riferimenti:

https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/447425.pdf

https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/442632.pdf

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