FEMMINICIDIO: VATICANO&VANNACCI

(Strasburgo: tribunale per i diritti dell’uomo – foto Gianni Lannes) di Gianni Lannes Cosa accomuna lo Stato della Città del Vaticano e il generale-europarlamentare Vannacci (gradualmente pompato dal sistema di potere sulla scena mediatica)? Alla prova dei fatti: la negazione della violenza perpetrata quotidianamente contro le donne, ovunque nel mondo. La Chiesa cattolica si accorge…

(Strasburgo: tribunale per i diritti dell’uomo – foto Gianni Lannes)

di Gianni Lannes

Cosa accomuna lo Stato della Città del Vaticano e il generale-europarlamentare Vannacci (gradualmente pompato dal sistema di potere sulla scena mediatica)? Alla prova dei fatti: la negazione della violenza perpetrata quotidianamente contro le donne, ovunque nel mondo.

La Chiesa cattolica si accorge di quante donne vengono maltrattate e uccise ogni benedetto giorno? Per la Santa Sede e l’europarlamentare il cosiddetto “femminicidio” non esiste. Eppure, è purtroppo un fenomeno dilagante.

A proposito: a San Pietro, dopo appena 43 anni, dovrebbero ricordare la scomparsa il 22 giugno 1983 di Emanuela Orlandi (età 15 anni e cinque mesi): un’adolescente di cui non si sa nulla della sparizione a parte i continui depistaggi mass mediatici e insabbiamenti curiali, anche se nelle sacre mura alberga un fascicolo segreto, ben noto ai pontefici (Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio e Prevost). Sempre nel 1983 proprio a Roma risultano sparite e mai più ritrovate altre 36 adolescenti come Mirella Gregori (fonte: Ministero dell’Interno). A quando un vero interrogatorio di Raoul Bonarelli (in passato ai vertici della Vigilanza vaticana) e del cardinale Giovanni Battista Re, dopo il recente trapasso del cardinale Casaroli, già in affari con la banda della Magliana e Licio Gelli (a capo della loggia massonica P2: condannato con sentenza definitiva per la strage di Bologna)?

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, adottata a Istanbul l’11 maggio 2011, è il primo trattato internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro normativo completo per proteggere le donne da ogni forma di violenza e per prevenirla, perseguire i responsabili e garantire servizi di supporto alle vittime.

La Convenzione definisce la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione, e stabilisce che gli Stati devono adottare misure legislative e politiche per contrastare questo fenomeno, inclusa la protezione delle vittime e la prevenzione della violenza domestica. L’Italia ha ratificato la Convenzione con la Legge 27 giugno 2013, numero 77.

Non risultano fonti che attestino l’adesione o la firma della Santa Sede (Vaticano) alla Convenzione di Istanbul. La Convenzione è stata attualmente firmata da 45 paesi, ma tra questi non è menzionato lo Stato della Città del Vaticano. Non esistono prove effettive o riscontri ufficiali che attestino la firma, l’adesione o la ratifica della Convenzione di Istanbul da parte della Santa Sede. E, nonostante i roboanti proclami urbi et orbi, ciò smaschera lo Stato della Città del Vaticano agli occhi della disarmata umanità.

La Chiesa cattolica ha più volte ribadito – soltanto a chiacchiere – il suo impegno contro la violenza sulle donne, ma lo fa all’interno della sua dottrina morale e religiosa, non necessariamente attraverso strumenti giuridici come la Convenzione di Istanbul. Ad esempio: nel 2019, Papa Bergoglio ha “condannato” (a parole) la violenza contro le donne in un messaggio per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ma non ha mai menzionato la Convenzione di Istanbul. La Chiesa promuove percorsi di riconciliazione familiare anche in casi di violenza, una posizione in contrasto con la Convenzione, che invece promuove la protezione delle vittime e la loro autonomia decisionale.

La Convenzione di Istanbul introduce principi come: uguaglianza di genere in senso ampio, inclusa la lotta agli stereotipi di genere; diritti delle persone LGBTQ+, che la Chiesa cattolica non riconosce; autonomia delle donne in materia di salute sessuale e riproduttiva. Questi principi universali sono percepiti dallla casta vaticana, addirittura come incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa, che si basa su una visione tradizionale della famiglia e dei ruoli di genere.

Inoltre, forse per non farsi mancare niente, la Santa Sede, non ha sottoscritto la Convenzione del Consiglio d’Europa sul traffico di organi umani.

Al peggio non sembra esserci fine, almeno nel Belpaese. In molti ricordano il «caso Vannacci», il generale sospeso per 11 mesi con conseguente detrazione di anzianità e dimezzamento dello stipendio, querelato – a ragion veduta – dalla pallavolista della nazionale italiana Paola Egonu.

In veste di generale Roberto Vannacci ha scritto un libro dal titolo Il mondo al contrario; vi sono espressi concetti opposti ai valori che ispirano la Costituzione della Repubblica, quali, per esempio: «La normalità è l’eterosessualità. Se l’omosessualità sembra normale è colpa delle trame delle lobby gay internazionali»; oppure: «i tratti somatici di Paola Egonu non rappresentano l’italianità»; e per chiudere: «nelle mie vene una goccia del sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Mazzini e Garibaldi».

Il Ministro Crosetto ha definito queste e altre affermazioni «farneticazioni», affermando in un tweet che si tratta di «opinioni che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione» e si è rimesso alle valutazioni disciplinari degli organi competenti, salva l’adozione immediata del provvedimento cautelare della rimozione dal comando dell’Istituto geografico militare.

Viceversa, in data 3 dicembre 2023, si è appreso che il generale Vannacci è stato nominato Capo di Stato Maggiore del comando delle forze operative di terra dell’Esercito. È un incarico cosiddetto di line, nell’ambito del quale egli è sottoposto al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Pur non essendo un compito apicale, nondimeno è uno snodo importante nella catena di comando.

La circostanza è allarmante, specie alla luce di quel che il medesimo Ministro della Difesa aveva affermato soltanto il 1° dicembre 2023, in risposta a un’interpellanza urgente del deputato Della Vedova: «Tutti noi difendiamo precariamente la democrazia, ognuno col suo ruolo (…). Perché, se noi, invece, ci contrapponiamo e lasciamo che vadano avanti queste contrapposizioni, dove arriveremo? Lo ripeto: il principio è lo stesso che io ho applicato, prendendomi insulti, nel caso Vannacci, spiegando, cioè, che chi ha responsabilità e ha potere deve necessariamente non solo essere terzo, ma anche apparire terzo».

Le affermazioni del generale ed europarlamentare appaiono in contrasto con l’articolo 1348 del codice dell’ordinamento militare che reca: «il comportamento dei militari nei confronti delle istituzioni democratiche deve essere improntato a principi di scrupolosa fedeltà alla Costituzione repubblicana e alle ragioni di sicurezza dello stato»; l’articolo 732 del decreto del Presidente della Repubblica n. 90 del 2010 prescrive che il militare deve in ogni circostanza tenere condotta esemplare a salvaguardia del prestigio delle Forze armate e che egli ha il dovere di improntare il proprio contegno al rispetto delle norme che regolano la civile convivenza, astenendosi dal compiere azioni e dal pronunciare imprecazioni, parole e discorsi non confacenti alla dignità e al decoro.

Sul settimanale “Chi” del 4 ottobre 2023 è stata pubblicata un’intervista esclusiva del generale Roberto Vannacci, poi destituito dal comando dell’Istituto Geografico Militare di Firenze per non aver rispettato la procedura prevista per la pubblicazione di materiali da parte del personale militare e, in particolare, in relazione a un suo libro (autoprodotto), contenente opinioni offensive, sessiste, omofobe, istigatorie, violente e discriminatorie, del tutto in contrasto con i valori costituzionali e tipici del pluralismo democratico che innerva la nostra Repubblica.

In tale intervista Vannacci afferma di aver conosciuto l’attuale moglie «lavorando in Romania», dove lei era impiegata del Ministero della difesa, perché doveva «consegnarle dei documenti segreti».

Notizie di stampa riferiscono il caso di una classe del Liceo scientifico “Ribezzo” di Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi, in cui una docente di Lettere avrebbe deciso di dedicare alcune ore di insegnamento alla lettura del volumetto Il mondo al contrario, scritto e pubblicato in proprio dal generale dell’Esercito italiano Roberto Vannacci, che, a causa dei contenuti apertamente razzisti e omofobi ivi sostenuti, ha comportato il trasferimento del suo autore, disposto dal Ministro della difesa, e la sua destinazione ad altro incarico.

Nonostante le inaccettabili opinioni presentate nel cosiddetto “libro”, la dirigente scolastica del “Ribezzo”, avrebbe giustificato l’iniziativa spiegando che “… i ragazzi sono stati inseriti in un ambiente che gli permette (rectius: permette loro) la libertà di affrontare degli argomenti e trarne considerazioni proprie ma indirizzate verso l’approfondimento delle fonti, verso un senso critico che devono acquisire verso tutto quello che gli arriverà nella loro vita”.

Per la dirigente, dunque, il confronto con qualsiasi prospettiva, nessuna esclusa, comprese quelle che appaiono evidentemente in contrasto con i valori costituzionali e potenzialmente anche con il codice penale, contribuirebbe a preparare gli studenti a una valutazione critica delle informazioni e a lavorare sul tema della libertà di pensiero,

Secondo quanto riportato dalla stampa locale in relazione alla situazione nella città di Firenze, esponenti di «Futuro Nazionale», la neoformazione politica fondata dall’europarlamentare e generale Vannacci, hanno promosso e organizzato iniziative definite come «ronde» cittadine, poi effettivamente svoltesi, con dichiarate finalità di controllo del territorio e di contrasto alla microcriminalità; tali iniziative si inseriscono in un contesto di crescente domanda di sicurezza urbana che, tuttavia, il Governo Meloni evidentemente non è in grado di affrontare con strumenti adeguati e appropriati, lasciando spazio a pericolose derive di supplenza privata delle funzioni pubbliche che ricordano quel che accadde nel ventennio fascista e che rischiano di emulare la pericolosa militarizzazione del territorio che sta attualmente avvenendo in America con l’Ice.

Il principio fondamentale dell’ordinamento italiano è che la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza sia attribuita in via esclusiva allo Stato e alle sue articolazioni, e risulta quindi gravissimo che, in assenza di un chiaro e tempestivo intervento governativo, si lasci spazio ad iniziative che mettono in discussione questa doverosa prerogativa.

Le cosiddette «ronde» non solo appaiono estranee, per composizione, finalità e modalità operative, alle fattispecie già rigorosamente delimitate dall’articolo 3, commi 40 e seguenti, della legge n. 94 del 2009, ma configurano un’evidente zona grigia che il Giverno Meloni non può continuare a ignorare o tollerare.

Tali pratiche, oltre a essere prive di qualsiasi reale efficacia operativa, risultano potenzialmente pericolose, sia per i cittadini sia per gli stessi partecipanti, e rischiano di alimentare confusione circa i soggetti legittimati a esercitare funzioni di sicurezza, indebolendo la fiducia nelle istituzioni.

Ancora più grave è il rischio che queste iniziative favoriscano dinamiche di contrapposizione sociale e di escalation conflittuale, come evidenziato anche dalla letteratura sociologica, trasformando lo spazio pubblico in un terreno di scontro e violenza e non di convivenza civile.

In tale scenario, le forze dell’ordine, già sottodimensionate, verrebbero ulteriormente gravate da compiti impropri, dovendo non solo contrastare i reati, ma anche gestire e contenere le tensioni generate da gruppi non istituzionali, con un evidente peggioramento complessivo dell’efficacia del sistema di sicurezza.

Risulta quindi del tutto contraddittorio e politicamente grave e irresponsabile che, mentre si riconosce la necessità di rafforzare organici e risorse delle forze di polizia, si tollerino, o peggio si lascino proliferare, iniziative che vanno nella direzione opposta, minando pericolosamente il principio di legalità.

Le giustificazioni fornite dai promotori, che riducono tali attività a semplici «passeggiate», appaiono strumentali e non modificano in alcun modo la natura e i rischi concreti di tali comportamenti e iniziative.

Le donne che subiscono violenza non sono protette dallo Stato di diritto. Possono vivere libere dalla violenza soltanto attraverso il riconoscimento di quella sottocultura maschilista che la legittima e grazie alla forza delle parole disarmate, e dalla solidarietà e consapevolezza della società che purtroppo, continua a essere attraversata da odio, discriminazioni e stereotipi nei confronti delle donne, alimentati soprattutto da chi ha acquisito visibilità pubblica.

È una guerra millenaria contro i corpi e le vite delle donne che si riproduce ogni giorno con parole o violenze, ricatti e discriminazioni sul lavoro che rendono vano quel “merito” di cui tanto pontifica il generale-europarlamentare tal Vannacci.

I pregiudizi vengono inculcati nel corpo sociale attraverso le parole. Il termine “femminicidio” è una realtà sociale concreta, che nessuno può cancellare per decreto o fingere ancora di ignorare nei secoli dei secoli. Occorre una profonda rivoluzione culturale e un radicale mutamento etico del paradigma imperante sul corpo della donna.

Riferimenti:

https://www.coe.int/en/web/istanbul-convention

https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/vannacci-gip-archivia-querela-egonu_83630614-202402k.shtml

https://www.tgcom24.mediaset.it/politica/odio-razziale-archiviazione-vannacci-respinta-da-gip_83471498-202402k.shtml

Gianni Lannes, Bambini a perdere, Pellegrini editore, Cosenza, 2016.

https://www.coe.int/it/web/portal/-/council-of-europe-convention-to-combat-trafficking-in-human-organs

https://www.coe.int/en/web/trafficking-human-organs/the-convention

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