
di Gianni Lannes
L’Italia all’insaputa della sua popolazione ospita un arsenale di bombe atomiche targate United States of America, controllate direttamente da Donald Trump, in grado di disintegrarci tutti. La conferma ufficiale è nientedimeno che dell’attuale ministro al ramo “guerra” Guido Crosetto. Infatti, il titolare pro tempore della Difesa il 3 novembre 2025 in risposta ad un’interrogazione parlamentare, l’ha candidamente confermato.
«…Per quanto attiene alla sicurezza delle aree di Aviano e Ghedi, le forze armate italiane operano costantemente per garantire il rispetto di tutti gli standard di sicurezza, in stretto coordinamento con le autorità civili e locali competenti e nell’ambito delle procedure di protezione civile previste dalla normativa vigente. In tale contesto, le prefetture territorialmente competenti mantengono un raccordo continuo con il Ministero della difesa e con gli enti locali, assicurando l’aggiornamento dei piani di emergenza e la più ampia informazione alla cittadinanza».

Tutto a posto: legale e regolare? Nelle aerobasi militari di Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone) sono stoccate attualmente una cinquantina di bombe termonucleari modello B61/12 (in grado di annientare la vita nel vecchio continente) sotto il controllo statunitense, facendo dell’Italia il Paese Nato con il maggior numero di testate nucleari Usa in Europa e l’unico Stato europeo a disporre di due basi operative nell’ambito della condivisione nucleare della alleanza.
Ghedi partecipa alle esercitazioni nucleari Nato Steadfast Noon e dal 1991 è parte integrante delle principali missioni belliche Usa e Nato, configurandosi come un obiettivo militare altamente sensibile, al pari dello stormo Usaf «Liberty Wing» di Aviano. A seguito del conflitto russo-ucraino, la base è entrata in Force Protection Condition «Bravo», dal 2024 il livello di allerta è stato innalzato a «Charlie»: rischio imminente di attacchi terroristici.
Il Nuclear Weapons Ban Monitor 2024, informa che le nuove bombe termonucleari B61-12 erano già in Europa. Aviano ne stocca circa 30 unità, Ghedi circa 20 unità. Questa base – dove è stanziato il Sesto Stormo dell’AMI -ospita 30 nuovi caccia-bombardieri a capacità nucleare F-35A; tale concentrazione pone gravi interrogativi sulla sicurezza della popolazione locale, soprattutto in caso di esplosioni accidentali, attacchi terroristici o bombardamenti.
In conformità con l’ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri numero 3274 del 2003 (firmata dal piduista Silvio Berlusconi), la delibera della giunta regionale della Lombardia numero 2129 del 2014 classifica l’area di Ghedi come zona sismica 2, dove possono verificarsi forti terremoti.
Greenpeace ha ipotizzato che, in caso di incidente nucleare, le vittime tra i cittadini potrebbero variare tra i 2 e i 10 milioni.
Il Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari, articolo 182 del decreto legislativo numero 101 del 2020, aggiornato il 9 marzo 2022 e recepito a livello provinciale nel 2024, disciplina unicamente le misure da adottare in caso di incidenti in impianti nucleari «oltre frontiera», non contempla scenari di emergenza nelle basi italiane.
La regione Lombardia, con delibera numero 1237 del 2023, ha istituito 30 microdepositi per lo stoccaggio di compresse di ioduro di potassio, utili per proteggere la tiroide dall’assorbimento di iodio radioattivo, ma inefficaci in caso di reazione nucleare incontrollata; a novembre 2024, la direzione generale welfare della regione ha organizzato un corso di formazione per operatori pubblici sulle procedure per le emergenze radiologiche e nucleari, rendendo ancora più concreta la preoccupazione per un possibile attentato a Ghedi.
Numerose realtà pacifiste e antimilitariste locali si sono mobilitate per chiedere la rimozione delle armi nucleari in Italia, depositando alla procura della Repubblica del tribunale di Roma – il 2 ottobre 2023 – una denuncia per chiedere l’accertamento di responsabilità, anche in sede penale per la violazione di norme internazionali e nazionali, come il Tnp – Trattato di non proliferazione e la legge numero 185 del 1990. Tale procedimento è stato successivamente archiviato dalla procura di Roma ritenendo la questione «espressione di scelte politiche», tuttavia la presenza di ordigni nucleari in Italia comporta profili di legalità internazionale e costituzionale, vincolanti per lo Stato indipendentemente dalle opzioni politiche contingenti.
Il 24 ottobre 2025, Giornata delle Nazioni Unite, associazioni quali «Donne e Uomini Controla Guerra», «Centro Sociale 28 Maggio» e Wilpf Italia hanno organizzato presìdi informativi presso le basi di Ghedi e Pordenone, annunciando il deposito presso le procure di Brescia e Pordenone di nuove denunce finalizzate ad accertare formalmente la presenza di testate nucleari nelle basi e a dichiararne l’illegittimità.
Tra le più attive nel Bresciano vi sono le associazioni «Donne e Uomini Contro la Guerra» e il «Centro Sociale 28 Maggio». 56 Enti locali della provincia hanno chiesto la firma del Tpnw. Iniziative analoghe sono state fatte anche per Aviano.
Il 28 gennaio 2025, i ricercatori del Bulletin of the Atomic Scientists hanno posizionato l’Orologio dell’Apocalisse a soli 89 secondi dalla mezzanotte, indicando il massimo livello di rischio nucleare dalla sua creazione.
L’articolo 11 della Costituzione sancisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
L’Italia ha ratificato il Trattato di non proliferazione nucleare con la legge numero 131 del 24 aprile 1975 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale numero 113 del 30 aprile 1975), voluta nel 1974 dall’allora ministro degli esteri Aldo Moro (minacciato di morte da Kissinger).
Non risultano, invece, informazioni aggiornate al 2026 che confermino una nuova legge italiana di ratifica o adesione al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW). Attualmente, l’Italia non partecipa come osservatore alle risoluzioni dell’ONU che promuovono l’adozione del TPNW e ha votato contro tali risoluzioni
Il Governo Meloni – in scadenza – intende per caso avviare il processo di adesione dell’Italia al Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpnw), e comunque adottare le iniziative di competenza più adatte al fine della rimozione delle bombe termonucleari presenti nelle basi di Ghedi e Aviano, in maniera tale da garantire la sicurezza della popolazione, sostenendo la rapida definizione di piani di emergenza contro il rischio radiologico e nucleare dovuto alla presenza di armi nucleari, assicurando la massima informazione alle popolazioni interessate?
Come riportato dalla giornalista Cinzia Reboni sul quotidiano Bresciaoggi del 20 gennaio 2026, è stato avviato un imponente progetto di potenziamento dell’oleodotto Nato per rifornire l’aerobase di Ghedi con kerosene speciale F-35. L’opera, dal valore di 38 milioni di euro, prevede l’adeguamento di una rete di condotte che si snoda per 900 chilometri attraverso sei regioni, partendo dall’attracco delle navi cisterna a La Spezia. Questo potenziamento infrastrutturale, finalizzato a soddisfare l’accresciuto fabbisogno dei nuovi caccia-bombardieri F-35, conferma la volontà di dare ulteriore preoccupante centralità alla base bresciana.
Eppure la direttiva 2013/59/Euratom impone agli Stati membri l’obbligo di predisporre e rendere pubblici i piani di emergenza nucleare e di garantire un’adeguata informazione preventiva alla popolazione.
Questa disposizione è stata recepita nell’ordinamento italiano con il decreto legislativo 31 luglio 2020, numero 101, che disciplina la pianificazione delle emergenze e l’informazione al pubblico. Tuttavia, come evidenziato da diverse analisi, il Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari sembra focalizzarsi prevalentemente su incidenti in impianti «oltre frontiera» o legati al trasporto di materie radioattive, ignorando gli scenari di rischio derivanti dalle basi militari. L’assenza di trasparenza e di piani di emergenza specifici per la popolazione civile è stata oggetto di una forte denuncia da parte del Comitato 28 maggio di Rovato. Il rappresentante del Comitato, intervenuto al convegno di Pordenone nel dicembre 2025 sul tema «Aviano e le bombe: iniziative giuridiche e impegno sociale», ha sottolineato come i cittadini residenti nelle vicinanze della base di Ghedi non conoscano le misure di protezione, come le procedure di evacuazione o la profilassi con iodio, da adottare in caso di emergenza nucleare.
Questa preoccupazione è stata ripresa anche in sede europea. L’eurodeputata Cristina Guarda, con la sua interrogazione alla Commissione europea (E-004679/2025), ha chiesto la verifica dell’effettiva applicazione della direttiva Euratom ad Aviano e nei porti di Trieste e Koper, evidenziando come le basi nucleari sembrino sottratte alla normativa civile di protezione radiologica
Giorgia Meloni a capo del governo quali iniziative urgenti di competenza, anche normative, intendano adottare per garantire la piena applicazione della direttiva 2013/59/Euratom e del decreto legislativo 101 del 2020 anche per la base di Ghedi, specialmente alla luce del potenziamento infrastrutturale dell’oleodotto Nato riportato dalla stampa locale, assicurando la predisposizione e la pubblicità di piani di emergenza specifici per la popolazione civile e valutando l’avvio del processo di adesione dell’Italia al Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpnw)?
Camp Darby è una base militare dove sono stanziate e operano unità militari statunitensi, situata nella Tenuta di Tombolo del comune di Pisa; l’installazione militare è alle dipendenze dello Stato maggiore dell’Esercito italiano. Le unità nordamericane ivi dislocate dipendono dal comando Usag Italy sito nella Caserma Ederle di Vicenza, già sede della SETaF e quindi dello United States Army Africa; a Camp Darby sono stoccate circa 10 mila tonnellate di munizioni, missili e bombe, con una capacità logistica unica che consente il trasferimento continuo di armamenti. È una base strategica già utilizzata in tutti i principali conflitti degli ultimi decenni; a questo si aggiunge la base di Sigonella, da cui partono i droni statunitensi utilizzati per la guerra in Iran.
Quello di Camp Darby è il deposito di munizioni e mezzi più grande esistente fuori dagli States. Non si può escludere che i prelievi per alimentare la macchina bellica statunitense siano già iniziati: sono attività che non richiedono un permesso italiano; chi partecipa già agli attacchi sull’Iran sono gli F16 di Aviano: una dozzina sono stati trasferiti nel Medio Oriente. Appartengono al 31° Stormo, l’unico in Europa ad avere due squadroni di jet. L’installazione in provincia di Pordenone potrebbe presto avere un compito fondamentale: garantire la manutenzione dei caccia logorati dai raid che richiedono voli lunghissimi; gli analisti non escludono che la Casa Bianca possa domandare anche il sostegno di alcune infrastrutture totalmente italiane. I porti siciliani – in particolare quello della Marina ad Augusta – per assistere le navi cargo con i materiali necessari a soddisfare le esigenze di 50 mila militari e 300 velivoli attivi nella zona del conflitto. Inoltre, in almeno 12 porti italiani, a partire da Trieste, attraccano e sostano unità a propulsione e armamento nucleare della Sesta Flotta, ma non sono disponibili piani di sicurezza civile.
Il Governo spagnolo ha chiuso il proprio spazio aereo l’uso a qualsiasi aereo militare degli Stati Uniti legato al conflitto in Iran o destinato a quest’area. Con questa misura, il Governo spagnolo estende le precedenti restrizioni in vigore per le basi di Rota e Morón in Andalusia a qualsiasi contingente militare degli Stati Uniti dispiegato nella guerra contro l’Iran, che si è già estesa a diversi Paesi del Golfo Persico; il divieto non riguarda solo i velivoli direttamente impegnati nei bombardamenti, ma anche quelli di supporto, come gli aerei cisterna per il rifornimento in volo, inclusi quelli dislocati in Paesi terzi. Ad annunciare la scelta era stato il Premier Pedro Sánchez riferendo al Congresso: «Abbiamo negato agli Stati Uniti l’uso delle basi di Rota e Morón per questa guerra illegale». L’unica eccezione prevista riguarda situazioni di emergenza, in cui può essere autorizzato il transito o l’atterraggio; la posizione di Madrid, maturata dopo settimane di negoziati con Washington, si fonda sulla mancanza di copertura giuridica internazionale all’intervento militare in assenza di un mandato di Onu, Nato o Unione europea.
Perché l’esecutivo Meloni-Tajani-Salvini non chiude lo spazio aereo e marittimo a tutte le attività militari connesse ad una guerra illegale – quella in corso in Iran -poiché manca qualsiasi copertura giuridica internazionale ed è in assenza di un mandato Onu, Nato o Unione Europea?
Le bombe lanciate dai caccia e dalle navi Usa che hanno colpito l’Iran sono decollate dalla base militare di Camp Darby, e dallo stesso sito stanno transitando armi utilizzate nella guerra in Iran?
La legge numero 185 del 1990 disciplina in modo restrittivo l’esportazione, l’importazione e il transito di materiali di armamento, in particolare all’articolo 1 stabilisce che tali operazioni devono essere conformi alla Costituzione e agli obblighi internazionali dell’Italia. Pertanto la presenza di ordigni nucleari di uno Stato terzo, se non formalmente autorizzata, potrebbe configurare violazioni del divieto di transito e stoccaggio di materiali d’armamento non dichiarati, oltre a contraddire il principio di controllo democratico sulle politiche militari previsto dalla stessa legge.
Il Trattato di Parigi del 1947 ricomprende tra i vincoli imposti all’Italia il divieto di possedere, sviluppare o acquisire armi di distruzione di massa. Tali disposizioni, mai abrogate, integrano ancora oggi limiti giuridici all’eventuale presenza o stoccaggio di armi nucleari su territorio nazionale, anche se appartenenti a Stati alleati.
Il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), entrato in vigore nel 1975, impegna gli Stati non dotati di armi nucleari a non ricevere né il possesso né il «controllo» di ordigni atomici, direttamente o indirettamente. Benché si sostenga che in ambito Nato le armi rimangano sotto controllo esclusivo degli Stati Uniti, le pratiche di nuclear sharing – che implicano addestramento, infrastrutture e disponibilità operativa da parte dei Paesi ospitanti – potrebbero risultare incompatibili con gli articoli 1 e 2 del Tnp.
Il contesto geopolitico attuale rende il tema particolarmente urgente, soprattutto in relazione al crescente coinvolgimento della Nato in programmi di ammodernamento nucleare e alle esercitazioni «dual capability» che avvengono anche nei due siti italiani;
Perché non predisporre piani di emergenza e trasparenza informativa per le popolazioni locali, tuttora assenti? La modernizzazione dell’arsenale nucleare ospitato in Italia, unita alla persistente mancanza di trasparenza, solleva rilevanti questioni in materia di sicurezza pubblica, sovranità nazionale e conformità dell’Italia ai propri impegni internazionali.
Allora, dopo 80 anni quale festa della Repubblica? Mattarella è al corrente della situazione bellica nel Belpaese? L’Italia è uno Stato eterodiretto, privo di sovranità reale e indipendenza effettiva?
Rferimenti:
Gianni Lannes, Italia USA e getta, Arianna editrice, 2014.
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