CIVITAVECCHIA: DISCARICA DI VELENI MILITARI…

di Gianni Lannes Le attività delle Forze Armate, dal normale funzionamento delle caserme e degli aeroporti fino alle esercitazioni militari, producono anche scorie speciali come rottami, munizioni, involucri del materiale bellico, rifiuti tecnologici, pezzi di armamenti e di aerei: sono rifiuti che restano nelle aree militari, negli aeroporti, nelle caserme e in fondo ai mari…

di Gianni Lannes

Le attività delle Forze Armate, dal normale funzionamento delle caserme e degli aeroporti fino alle esercitazioni militari, producono anche scorie speciali come rottami, munizioni, involucri del materiale bellico, rifiuti tecnologici, pezzi di armamenti e di aerei: sono rifiuti che restano nelle aree militari, negli aeroporti, nelle caserme e in fondo ai mari della Penisola dove formano delle vere e proprie discariche abusive.

A Civitavecchia, città interessata dalla presenza di numerose caserme, sede «Comandi ed Enti Militari», da tempo è presente una grande discarica abusiva.

Soltanto a seguito di una indagine avviata dalla Procura di Reggio Emilia su presunti smaltimenti irregolari di munizionamento obsoleto da parte di alcuni reparti militari, la Procura di Civitavecchia ha disposto il sequestro del centro chimico militare di Santa Lucia.

L’area, secondo gli inquirenti, custodisce una vera e propria bomba ecologica: nel sottosuolo sarebbero presenti, tra l’altro, sostanze altamente tossiche come arsenico, iprite e gas mostarda, residui delle più letali armi chimiche impiegate nei due conflitti mondiali. Si tratta di un’area militare che avrebbe dovuto garantire sicurezza e isolamento e oggi rischia, invece, di trasformarsi in un disastro ambientale, visto che il progressivo deterioramento dei contenitori in cemento, ormai compromessi, avrebbe innescato un rischio concreto di contaminazione del suolo, delle falde acquifere e dell’aria.

Secondo le prime stime al ribasso, all’interno della discarica sarebbero stoccate circa 20 mila tonnellate di rifiuti tossici di origine bellica. Le condizioni dei fusti, molti dei quali corrosi, alimentano timori concreti di dispersione delle sostanze particolarmente letali, tossiche e nocive per il terreno, l’acqua, l’aria. Il sito era parte di un programma nazionale di bonifica e smaltimento dell’arsenale chimico bellico. Sul posto, tecnici specializzati stanno conducendo analisi approfondite su terreno, aria e acqua per verificare l’effettiva presenza e diffusione di agenti inquinanti. In caso di conferma, si tratterebbe di uno dei più gravi episodi di inquinamento da residuati bellici in Italia.

Il livello di allerta resta molto elevato. Le indagini proseguono per determinare l’entità del danno ambientale e l’eventuale responsabilità nella gestione del sito. Non si esclude che l’elenco degli indagati, finora venti alti ufficiali, possa allungarsi.

Civitavecchia ha già pagato un prezzo altissimo in termini ambientali e sanitari e oggi rischia di essere, suo malgrado, teatro di uno dei più gravi disastri ambientali di origine militare mai emersi in Italia.

Chemical City

Nelle immediate adiacenze del lago di Vico, in provincia di Viterbo, insiste la cosiddetta”Chemical City”, un’area militare che negli anni Trenta del seoclo scorso, per vpolontà di Mussolini, era centro di produzione e magazzino di materiali chimici e batteriologici al pari dei laboratori dell’Università la Sapienza a Roma (mai bonificati), la cui attività di stoccaggio anche da diverse aree del Paese è continuato probabilmente fino agli anni Cinquanta, come, tra l’altro, deposito di bombe al fosforo.

La prima attività di bonifica militare di cui si abbia contezza risale agli anni Novanta, periodo in cui l’opinione pubblica venne a conoscenza del sito in questione a seguito del rilascio di una nube tossica. Da allora molte notizie si diffusero sul sito di stoccaggio, sugli edifici, i laboratori, i bunker e magazzini fatiscenti al suo interno, sulle possibili fonti di contaminazione esistenti ancora nel perimetro; successivamente furono persino diffusi, da inchieste giornalistiche, documenti militari abbandonati nei corpi di fabbrica nei quali erano indicate le attività svolte e le sostanze presenti nel sito, oltre che fotografie delle strutture fatiscenti, cisterne corrose, tubi dai quali percolavano sostanze, ancora, dopo 80 anni e passa.

Negli anni numerose sono state le denunce di presenza, nelle adiacenze dei luoghi in questione enelle acque del lago di Vico, di sostanze riconducibili all’attività della “Chemical City” con richieste anche da parte di medici dell’ISDE di fare chiarezza sull’avanzamento delle bonifiche militari e di procedere ad analisi approfondite nella zona, unitamente alle dovute bonifiche ambientali.

Nel 2023 si è conclusa una bonifica bellica e ambientale da parte dell’esercito che ha riconsegnato al demanio il primo ettaro e mezzo dell’area in questione, ricadente nel comune di Ronciglione, che già ne ha fatto richiesta di acquisizione. Tuttavia restano da bonificare altri due lotti ben più vasti, di circa 38 ettari ciascuno, e risulta all’interrogante che i lavori non verranno eseguiti dai militari, bensì si procederà ad un affidamento a privati.

Anche in questo caso, come in tante altre situazioni documentate, il governo Meloni è latitante.

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