foto e testo di Gianni Lannes

Le conseguernze della guerra: una, nessuna, ma a conti fatti, esattamente centomila. Tutto inizia alla fine dell’Ottocento. Fino ad allora esisteva una ferrovia che costeggiava l’Adriatico, ma che era troppo esposta a eventuali bombardamenti delle navi nemiche austro-ungariche. Fu quindi approvata la realizzazione nell’entroterra di una nuova tratta ferroviaria più sicura. I lavori procedettero a singhiozzo e si arrestarono del tutto con lo scoppio della seconda guerra mondiale.


Durante la costruzione di questo tracciato ferroviario furono scavate una serie di gallerie: due lunghe oltre 3 chilometri ciascuna, transitano proprio sotto Urbino; una di esse è attualmente utilizzata da Marche Multiservizi (in società con Hera) per una condotta idrica e non si può visitare. Secondo il Gruppo Speleologico Urbinate, le predette gallerie non sono mai state bonificate. E il governo Meloni che fa? I ignora ed occulta questa gravissima situazione.

Il 16 gennaio dell’anno 1939, più di un anno prima della dichiarazione di guerra annunciata da Palazzo Venezia a Roma (10 giugno 1940), Benito Mussolini ordinò di utilizzare queste cavità ferroviarie per la guerra non ancora proclamata: un arsenale segreto di esplosivi speciali, gestito dalla Regia Aeronautica. E così sorse – previo esproprio dei terreni agricoli – il 14° deposito nazionale di armi chimiche, proibite dalla Convenzione di Ginevra del 1925, progettato e costruito dalla Seconda Regione Aerea di stanza a Padova.

Da Urbino fino a Verucchio in Valmarecchia si contano ben 4 gallerie per un totale di 10 chilometri sotterranei, imbottiti di esplosivi convenzionali e speciali. La contabilità bellica attesta quanto segue a gennaio del 1944: 908 mila chilogrammi di tritolo, 30 mila bombe da 50 chilogrammi cadauna e ben 100 mila ordigni caricati con aggressivi chimici. Infatti, i documenti ritrovati nell’Archivio di Stato a Pesaro e Urbino, nonché a Londra nei meandri dell’Intelligence britannica, non lasciano dubbi.
“Viva chi diserta”: la scritta sui muri di una galleria ferroviaria sotto Urbino racconta la presenza dei militari di guardia. Questo è un luogo sepolto dall’oblìo umano che ancora oggi per le sue dimensioni e per la sua funzione bellica, lascia stupiti. Qui si trovano i vani dove erano alloggiate le micidiali bombe all’iprite C500 T (ognuna conteneva 212 kg di iprite). Nella parte centrale delle gallerie scorrevano i binari in cui passavo il treno bellico.

C’è un documento redatto dall’Università di Ferrara (datato gennaio 1944) sotto incarico del podestà di Urbino. Cosa racconta questo studio? Simula l’esplosione contemporanea, così potente da sconquassare le colline sovrastanti. Potete immaginare che fine avrebbero fatto gli edifici costruiti sopra. Ma in effetti, in questi sotterranei c’è stata più d’una esplosione. Proprio i tedeschi fuggendo via avevano minato e fatto sasltare in aria l’interno delle gallerie; e le tracce delle deflagrazioni si leggono nelle volte dei tunnel.
Ancora nel 1949 si verificò un’esplosione che ha mietuto vittime tra gli operai incaricati di spostare fuori gli ordigni convenzionali. Secondo il Gruppo Speleologico Urbinate in loco non c’è mai stata una bonifica, tant’è che la Benelli Armi non ha ampliato il suo poligono sperimentale nella parte terminale della galleria ferroviaria in direzione della stazione di Urbino.

Ma c’è di più. Nel dicembre del 1943 le truppe germaniche se ne impossessano, coadiuvati dalla compagnia militare italiana K (specializzata nella guerra chimica e batteriologica). In un rapporto nazitedesco del Sonderkommando Meyer, non solo c’è la conferma dell’esistenza del gas iprite sotto Urbino (usato a partire dal 1935 durante i bombardamenti della popolazione civile in Etiopia), ma anche di grossi barili pieni di arsenico. Quindi, in effetti, questo luogo era potenzialmente pericolosissimo.
In quel deposito piomba da Berlino l’ordine di Hitler di trasferirlo in Germania. L’operazione non riesce. E il segretissimo carico nell’estate del 1944 viene spostato verso l’Adriatico, nel corso di due mesi caricato nottetempo su chiatte e poi gettato in mare, al largo di Pesaro, in sei zone che si estendono a una distanza di 4-5 miglia: quattro dinanzi alla città di Rossini, una verso Fano a sud e un’altra in direzione Gabicce-Cattolica a nord.
Nel 1944 fu dragato dai militari inglesi il Marecchia sotto Verucchio, alla ricerca delle armi chimiche nazitedesche. In seguito, precisamente nell’estate del 1984, a seguito di lavori nel fiume, in questo territorio si verificò una sconosciuta malattia che uccise fulmineamente numerose persone (come riporta un articolo giornalistico di Maria Grazia Garattoni – scomparsa prematuramente in giovane età a causa di un tumore – sulle pagine del quotidiano L’Unità e del giornale la Repubblica).

Il 20 novembre 1951 in seguito ad un’interrogazione parlamentare di Enzo Capalozza, l’allora sottosegretario alla Marina Mercantile Tambroni, conferma la presenza di ben sei discariche di armi chimiche dinanzi a Pesaro. I pescatori locali, chiamano “la proibita” questa funestata zona e non ci pescano da oltre mezzo secolo, dopo i tanti incidenti a partire dal 1946 in cui hanno perso la vita e spesso si sono infortunati gli inermi lavoratori del mare. Per la scienza: iprite e arsenico sono sostanze cancerogene.

Oggi quelle armi chimiche sepolte da una coltre di mucillagine fangosa, sono ancora in fondo al mare, ad una profondità che oscilla dai 12 ai 15 metri, ad un soffio dalla costa marchigiana-romagnola. L’ampia area non è mai stata bonificata, con conseguenze catastrofiche per l’ambiente e gli ignari umani, come accertato dall’Unep (Onu).

La situazione è ben nota alla Commissione europea e alle autorità italiane – a livello nazionale, regionale e comunale – che negano l’evidenza. Il docufilm “Il mare invisibile” racconta – con prove e testimonianze – questa vicenda sconosciuta ai libri di storia e ignota alle cronache.
Riferimenti:
Gianni Lannes, Il mare invisibile, Docufilm, Pesaro 2026.
https://www.ilrestodelcarlino.it/pesaro/cronaca/bombe-chimiche-in-adriatico-il-75476bab




Fonte: Archivio di Stato Pesaro-Urbino.
Ringrazio il Gruppo Speleologico Urbinate e in particolare il presidente Enrico Maria Sacchi, per la collaborazione esplorativa e subacquea, nonché Sara Cambrini (direttrice del locale Archivio di Stato).
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