DITTATURA ARGENTINA: UN TORTURATORE IN ITALIA!

di Gianni Lannes Processo e condanna per i responsabili di genocidio ancora nascosti in Italia, con l’avallo delle autorità nostrane? Libero e impunito se la spassa da anni in Sicilia e vive in un villino colorato di rosa. All’interrogazione a risposta scritta 4/03330 del 15 luglio 2019, l’allora primo ministro Giuseppe Conte non ha mai…

di Gianni Lannes

Processo e condanna per i responsabili di genocidio ancora nascosti in Italia, con l’avallo delle autorità nostrane? Libero e impunito se la spassa da anni in Sicilia e vive in un villino colorato di rosa.

All’interrogazione a risposta scritta 4/03330 del 15 luglio 2019, l’allora primo ministro Giuseppe Conte non ha mai risposto. Perché? La congiura del silenzio riguarda anche i seguenti governi: Andreotti, Cossiga, De Mita, Dini, Prodi, e Berlusconi. Lo attestano inequivocabilmente, oggi 23 luglio 2026, almeno 11 atti parlamentari di sindacato ispettivo, privi di risposta. E di fronte all’ennesima vergogna, tricolore, tace anche Giorgia Meloni.

Nel segno della P2 di Cefis e Gelli, Giulio Andreotti (condannato per essere organico alla mafia, ma prescritto dalla Cassazione) da inquilino di Palazzo Chigi nel 1978 ha ricevuto il dittatore Videla in pompa magna. Nel 1977, come attesta un’interrogazione a risposta orale di Emma Bonino, in Argentina, si conducevano esperimenti al cervello sui bambini (italiani). Nello stesso periodo, iniziarono ad emergere anche fosse comuni.

Il processo a suo carico, a Roma, è ancora nella fase dell’udienza preliminare ultima udienza: (25 luglio 2026) ormai da 3 anni. Stessa solfa il processo nella capitale italiana, a Jorge Néstor Troccoli.

Carlo Luis Malatto è stato un boia del regime militare argentino sotto Videla e Massera. Era lì quando si organizzavano i voli della morte e si preparavano gli aerei da cui venivano gettati i dissidenti. Carlos Luis Malatto è accusato dell’esecuzione di alcuni oppositori del regime. «Faceva parte di quel gruppo di ufficiali e sottoufficiali che combattevano le organizzazioni ritenute sovversive con sequestri di persona, torture e uccisioni», si legge negli atti giudiziari.

Quella storiaccia di sangue innocente, il tenente di fanteria pensava di averla lasciata alle spalle. Ricercato in Argentina, si era rifugiato in Sicilia nel 2011. Era stato rintracciato in un residence di Porto Rosa, in provincia di Messina e denunciato alla procura di Roma per omicidio, estorsione, violenza sessuale. Al termine di una vicenda giudiziaria complessa, la Cassazione negò l’estradizione; eppure i reati sono gravissimi, imprescrivibili in base alla nostra legge perché puniti con l’ergastolo. Delitti contro l’umanità. E così l’ufficiale del Gruppo operativo speciale dell’Antiterrorismo di San Juan, noto per brutalità e ferocia, ora si trova, si fa per dire, imputato a piazzale Clodio, in un lento procedimento. Davanti a lui, sono sfilati i familiari delle vittime, rappresentati dall’Associazione 24 marzo onlus. E il pubblico ministero Stefano Opilio riprende deposizioni, testimonianze, ricostruzioni custodite in centinaia di documenti.

Juan Carlo Campora, il primo rettore dell’Università Nazionale di San Juan dove si iscriveva da tutto il mondo «chi era interessato a scoprire nuovi pensieri, perché il pensiero umano è e dev’essere libero», è stato sequestrato fuori dalla sua abitazione il 25 febbraio 1977. Alle 8.30. Poi non si seppe più nulla.

Marie Anne Erize, nata da genitori francesi e cresciuta prima a San Juan poi a Buenos Aires, era una modella, regina di diversi concorsi di bellezza. Studentessa di antropologia, dal 1973 si dedica all’aiuto dei più deboli. Aderisce al movimento peronista, ma rifiuta la parte militare. Il suo impegno è sociale. Per gli ultimi. Il 15 ottobre 1976 l’hanno attesa in tre, armati, di fronte a un negozio di bicicletta vicino a Plaza de Mayo. L’hanno aggredita mentre stava andando a recuperare la sua due ruote, appena riparata. Ai genitori, i militari hanno intimato: «Dimenticatela».

Angel José Alberto Carvajal, invece, è stato sequestrato il 29 luglio 1977 insieme alla moglie e all’architetto Silvia Pont. Venne trascinato all’istituto penale Chimbas. Torturato, abusato. Sino alla morte. «Si è suicidato in cella il 18 agosto dopo l’ultimo interrogatorio», era la versione ufficiale. Eppure l’autopsia racconta di sevizie atroci, di «torture brutali». E la moglie Zulma Beatriz Carmona, agli inquirenti, quella notte l’ha raccontata così. «L’hanno portato via dei militari per uno dei tanti interrogatori. Non è mai più tornato. Ma intorno alle 23, ho visto tre, quattro uomini che trasportavano un pacco. Le dimensioni facevano pensare a un corpo umano».

Per quei crimini, commessi nell’ambito del Piano Condor che consentiva sequestri, torture e omicidi garantendo l’assoluta impunità, gli altri ufficiali del gruppo operativo di Luis Carlos Marlatto sono stati processati e condannati. Lui ha scelto la ritirata, la fuga, ha tentato di far perdere le tracce. Ora siede in tribunale a Roma. Impassibile.

«Spero che la legge arrivi a giudicarlo, dandogli un’opportunità che a mio padre non è mai stata data», ha detto al Guardian Viviana Arias, figlia di un uomo rapito dall’esercito nel 1976 a San Juan, la città dove era attiva la divisione di Malatto. Il padre di Arias non è mai stato trovato.

Il regime di Videla fu uno dei più duri nella storia del Sud America nei confronti di oppositori politici, sindacalisti e giornalisti. Decine di migliaia di persone furono arrestate con motivazioni risibili, detenute e torturate. Più di 30mila persone poi sparirono senza lasciare traccia (non esiste un conteggio ufficiale). Con tutta probabilità furono uccise dal regime dittatoriale benedetto dal Vaticano e da San Bergoglio (all’epoca spesso nel ruolo sconosciuto di delatore in contatto con Videla: come denunciato dal giornalista Horacio Verbitsly), ma per molti di loro non esiste una spiegazione ufficiale sulla fine che hanno fatto.

Le violenze contro gli oppositori compiute dal regime di Videla facevano parte del Plan Cóndor (sponsorizzato da Enry Kissinger, come attesta la documentazione declassificata recentemente negli Usa) noto in Italia come operazione Condor. Fu una pratica messa in atto negli anni Settanta e Ottanta da alcune dittature sudamericane di destra come quelle di Argentina, Brasile, Cile, Bolivia, Uruguay, con la collaborazione degli Stati Uniti, per eliminare ogni forma di opposizione tramite la violenza, la tortura e omicidi mirati. Nel corso dei decenni successivi i responsabili dell’operazione Condor furono condannati in vari processi in tutto il mondo.

Nel 2012 Videla fu condannato dal tribunale federale di Buenos Aires a 50 anni di carcere, il massimo della pena prevista, per la pratica di dare in adozione i figli dei desaparecidos a militari e funzionari del regime.

L’anno successivo invece si tenne un poco noto processo sui desaparecidos nella provincia di San Juan: una regione nell’Argentina centrale al confine col Cile. Gli imputati del processo erano i dirigenti del Reggimento di Fanteria di Montagna 22 (chiamato nel gergo interno RIM22), cioè la divisione dell’esercito che era attiva nella provincia e a cui il comando centrale aveva dato l’ordine di occuparsi delle persone che identificava come “sovversive”.

I due capi del reggimento erano il colonnello Juan Bautista Menvielle e il tenente colonnello Adolfo Diaz Quiroga. Entrambi erano già morti ai tempi del processo. Gli altri cinque ufficiali che componevano lo stato maggiore erano i tenenti Carlos Luis Malatto e Jorge Antonio Olivera, il maggiore Arturo Ruben Ortega, il capitano Claudio Antonio Saenz e il sergente Alejandro V. Manuel Lazo, tutti ancora vivi.Ai cinque ufficiali e ad altri componenti del RIM22 vennero contestati vari reati di tortura, omicidio, privazione illegittima della libertà, violenze sessuali e associazione illecita, sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti di alcuni desaparecidos. Nella sentenza di condanna, emessa dal tribunale di San Juan, venne ricostruito il trattamento che il RIM22 riservava alle persone che arrestava per sovversione. La traduzione della sentenza è stata curata dall’associazione italiana 24 marzo, che si occupa delle vittime di violenza politica.

Qualcuno comunque in Italia, in passato ha fatto qualcosa. Nell’aprile 1983, con uno spettacolare colpo d’ali istituzionale, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini pone l’Italia nella posizione che compete a una democrazia. Quasi alla fine di quel mese, infatti, la Giunta ha pubblicato il cosiddetto “Documento finale” in cui si sostiene che “tutti i desaparecidos devono essere considerati morti”. Il capo dello Stato italiano, scrisse allora di suo pugno un vibrante telegramma:

«L’agghiacciante cinismo del comunicato con il quale si annuncia la morte di tutti i cittadini argentini e stranieri scomparsi in Argentina nei tragici anni trascorsi sotto la dittatura militare, colloca i responsabili fuori dell’umanità civile. Esprimo lo sdegno e la protesta mia e del popolo italiano in nome degli elementari diritti umani, così crudelmente scherniti e calpestati».

«Quella presa di posizione ci riempì di orgoglio – ricorda Lita Boitano, madre di due ragazzi italiani scomparsi e responsabile dell’associazione dei familiari dei detenuti desaparecidos – ma ancora per molti anni avremmo dovuto attendere con pazienza che l’Italia ottenesse risultati in una battaglia tesa ad ottenere giustizia per i suoi cittadini così brutalmente eliminati».

Tipica del fenomeno dei desaparecidos è stata la segretezza con cui hanno operato le forze governative; gli arresti e i sequestri sono avvenuti spesso di notte e in genere senza testimoni, così come segreto è rimasto tutto ciò che segue all’arresto; le autorità non hanno fornito ai familiari la notizia degli avvenuti arresti e gli stessi capi di imputazione risultano molto vaghi. Della maggioranza degli scomparsi non si è saputo effettivamente mai nulla; solo dopo la caduta dei regimi e il ritorno alla democrazia, con la pubblicazione del rapporto Nunca más (mai più), che ha consentito la ricostruzione di una parte degli avvenimenti e della sorte di un certo numero di “scomparsi”, è stato finalmente possibile conoscere la sorte delle vittime. Molti desaperecidos sono stati detenuti in campi di concentramento e in centri di detenzione clandestini, torturati e infine assassinati segretamente, con l’occultamento delle salme in fosse comuni, o gettati nell’Oceano Atlantico o nel Río de la Plata con i cosiddetti voli della morte.

La sparizione forzata è un fenomeno che si è verificato anche in altri paesi e in altri momenti storici, situazioni per le quali il termine spagnolo è divenuto una parola in lingua franca d’uso comune. Tale fenomeno è stato riconosciuto come crimine contro l’umanità dall’articolo 7 dello Statuto di Roma del 17 luglio 1998 per la costituzione del Tribunale penale internazionale e dalla risoluzione delle Nazioni Unite numero 47/133 del 18 dicembre 1992. Si ritiene che tra il 1976 e il 1983 in Argentina, sotto il regime della Giunta militare, siano scomparsi fino a 30.000 dissidenti o sospettati tali (9.000 accertati secondo i rapporti ufficiali del CONADEP) su 40.000 vittime totali. Le modalità di sequestro e di sparizione delle vittime della repressione fu ideata per perseguire due obiettivi: il primo è quello di evitare quanto verificatosi a seguito del Golpe cileno del 1973, che ha portato al potere la Giunta militare comandata dal generale Augusto Pinochet. In questo caso le immagini della prigionia dei dissidenti nello stadio di Santiago del Cile hanno fatto il giro del mondo, sollevando l’indignazione e l’interessamento delle associazioni per la difesa dei diritti umani. Viceversa, l’assoluta segretezza degli arresti ha garantito per lungo tempo al regime militare argentino una sorta di invisibilità agli occhi del mondo. Il secondo obiettivo è quello di terrorizzare la popolazione, attraverso la mancata diffusione di notizie in merito alla sorte degli arrestati, limitando in questo modo fortemente solo ogni possibile dissenso al regime, ma anche la semplice richiesta di notizie da parte dei parenti.

Nei decenni successivi alla dittatura si sono svolti, presso il Tribunale di Roma, dei procedimenti penali riguardanti gli omicidi di nostri concittadini, che hanno dato luogo a sentenze esemplari confermate in Cassazione, come il processo Riveros del 2004, il processo contro gli ufficiali della caserma ESMA del 2009, il processo Condor del 2021. In questi procedimenti è stata inoltre accertata la nascita, nei centri clandestini di detenzione, rispettivamente di Ignacio Montoya Carlotto, nipote numero 114 di Estela Carlotto, nel processo del 2004, di Evelin Pegoraro (nipote numero 89), nel processo del 2009 e di Carlos Delia (nipote numero 131), nel processo del 2021.

Nel 1988 gli onorevoli Ettore Masina, Raniero La Valle e Giancarla Codrignani, hanno presentato una interrogazione parlamentare su 76 bambini desaparecidos di origine italiana; la presidente dell’associazione delle «nonne di piazza di maggio», Estela Carlotto e il presidente della commissione diritti umani della Camera dei deputati argentina, Orazio Pietragalla Corti (esso stesso nipote n. 75 ritrovato dall’associazione) sono stati ascoltati, il 29 maggio 2012 dal Comitato permanente sui diritti umani della Commissione III Affari esteri e comunitari della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle violazioni dei diritti umani nel mondo.

L’associazione delle «nonne di piazza di maggio» fino ad oggi ha individuato 139 figli di desaparecidos, di cui ben due solo tra dicembre 2024 e gennaio 2025 e che dimostrano l’importanza di disporre di organizzazioni specializzate e di sostenere le politiche sui diritti umani che hanno permesso di risolvere centinaia di casi simili; molti di questi figli di desaparecidos hanno la cittadinanza italiana, tra cui il nipote numero 133 ritrovato nel 2023, Daniel Santuccio, che ha ritrovato anche il padre ancora in vita e che vive in Italia con gli altri due figli e fratelli di Daniel.

Di recente il governo argentino del presidente Milei ha depotenziato le strutture che si occupano della ricerca di questi bambini sottratti alle famiglie, della loro localizzazione e dell’identificazione attraverso test genetici; lo stesso governo argentino ha smantellato il «gruppo di rilevazione e analisi dei documenti» degli archivi delle Forze Armate e ha chiuso il «gruppo di lavoro sulla documentazione dell’intelligence» legata alle violazioni dei diritti umani, che ha operato nell’ex Agenzia federale dei servizi segreti; ha tagliato i finanziamenti e il personale della «banca nazionale di dati genetici»; ha de-finanziato i siti della memoria in tutto il Paese, interrompendo i lavori infrastrutturali, gli scavi archeologici e le attività di conservazione dei luoghi di prova giudiziaria.

Milei ha abrogato il decreto numero 715 del 2004 con cui il Presidente Néstor Kirchner aveva creato l’unità investigativa speciale (UEI) del Conadi, dedicata alle indagini pregiudiziali e che ha operato per 20 anni gestendo un totale di 6.938 casi e risolvendone 2.468, deferendone il 25 per cento alla magistratura; tutto ciò ha ripercussioni sulle indagini amministrative e su quelle giudiziarie, poiché comporta un sovraccarico per le procure e i tribunali; ha tagliato pesantemente i finanziamenti pubblici per gli enti e istituzioni che si occupano della promozione e tutela dei diritti umani, tra cui l’associazione delle «nonne di piazza di maggio». Infine, ha licenziato tutti i dipendenti del centro culturale Haroldo Conti a Buenos Aires, intitolato a uno dei più importanti scrittori e giornalisti argentini, arrestato e fatto sparire dopo essere stato sequestrato nel maggio del 1973. Lo spazio, nato nel 2008 come uno luogo per la diffusione e la promozione della cultura, dell’educazione e dei diritti umani si trova nel luogo in cui la dittatura militare aveva dispiegato uno dei suoi più terribili centri clandestini di detenzione, tortura e sterminio: l’ESMA, la scuola di meccanica della Marina.


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