

di Gianni Lannes
Nei mari d’Italia e ben occultati sulla terraferma del Belpaese (inclusi i sotterranei dell’Università La Sapienza a Roma, dove sono state realizzate nel secolo scorso, per ordine di Mussolini le prime sperimentazioni per la guerra non convenzionale), albergano gli arsenali di armi chimiche (italiane, tedesche e statunitensi), vietati dalla Convenzione di Ginevra del 1925, poi banditi nel 1993 dal Trattato di Parigi, nonché gli ordigni convenzionali e radioattivi gettati dai velivoli Nato nell’Adriatico, e nei laghi di Garda e Varano.

Sono numerose le località nello stivale in cui è dislocato un colossale arsenale di armi belliche inutilizzate nel secondo conflitto mondiale, compresi alcuni centri di produzione industriale come a Bussi sul Tirino in Abruzzo (Dinamite Nobel) e in alcuni casi anche nei recenti conflitti avvenuti nella ex Repubblica jugoslava.

Lettera morta: il ministro degli Esteri, tale Tajani, non hai mai presentato una relazione (obbligo annuale) sullo stato dell’arte e a L’Aja nessuno se n’è accorto. Il decreto ministeriale del 26 gennaio 1998 ha attribuito alla direzione generale armamenti terrestri del ministero della difesa i compiti per quanto attiene la demilitarizzazione degli aggressivi chimici e la bonifica del territorio; la citata convenzione sulla proibizione dello sviluppo, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, fissa in dieci anni, decorrenti dalla sua entrata in vigore (aprile 1997), il tempo necessario per provvedere alla distruzione delle armi chimiche.

L’arsenale chimico mussoliniano ha origini nel 1923 (con l’istituzione del “centro chimico militare”) nel programma industriale di armamento creato dal regime fascista all’inizio degli anni Trenta, soltanto in minima parte utilizzato nelle spedizioni militari in Libia ed Etiopia, a cui deve aggiungersi un’ingentissima scorta di ulteriori ordigni trasferiti in Italia dagli Alleati durante il conflitto che alla fine delle ostilità belliche sono stati nascosti e dimenticati senza occuparsi della bonifica delle aree e delle discariche create per la realizzazione e lo smaltimento post-bellico (Adriatico e Tirreno).


La congiura del silenzio. Ancora oggi le autorità italiane di ogni ordine e grado, civili, militari, sanitarie e scientifiche non hanno mai stabilito con esattezza quante armi chimiche siano state prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano varato da Benito Mussolini all’inizio della guerra, come si evince dalla disamina dei documenti rinvenuti nell’Archivio Centrale dello Stato e in quelli periferici, prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare 30.000 tonnellate di gas ogni anno. I documenti britannici – decine di interventi di Winston Churchill e altri atti riservati che riguardano un periodo dal 1923 al 1985 – sostengono che si possa trattare di una quantità «tra le 12.500 e le 23.500 tonnellate prodotte ogni anno».

Oltre alle località quali il lago di Vico, Molfetta, Colleferro, Ischia, Fano, Pesaro, Gabicce, Cattolica, Riccione, Cervia e Ravenna, in cui la presenza dei residuati bellici e delle pericolosissime sostanze chimiche in essi contenute è certificata e censita dai numerosi studi, dai rapporti dell’Unep (ONU) e della Commissione europea, nonché dalle indagini effettuate nel tempo sui siti, ci sarebbero invece ancora molteplici località da Nord a Sud da aggiungere alla lista dove sarebbe riscontrabile la presenza, interrata o inabissata, di ulteriori e pericolosi ordigni bellici.

Dai dati in possesso derivanti dalle indagini effettuate dalle autorità competenti e denunciate dai vari comitati di cittadini e di associazioni sorti nel tempo per denunciare il rischio derivante dal fenomeno è stata stimata la presenza di migliaia di ordigni in Adriatico e nel Golfo di Napoli, nei pressi di Ischia.
Queste armi ancora oggi rappresentano un reale e consistente rischio per lo stato dei terreni e dei fondali marini dove giacciono e conseguentemente per la salute dell’ignara popolazione che vive nelle aree adiacenti ai siti contaminati, in quanto essendo state progettate per essere invisibili, per portare morte e malattie incurabili, per resistere decenni mantengono ancora oggi i loro poteri tossici con effetti cancerogeni, teratogeni e mutageni, soprattutto quelle in cui è accertata la presenza di arsenico, sostanza altamente tossica e contaminante, che come è stato dimostrato da esami tossico-sanitari si è disperso nel suolo colpendo in particolare le acque del lago di Vico e larghi spazi di territorio del comune di Melegnano (Milano) e Foggia: luoghi in cui sono sorti nel passato e sono stati insedianti i più grandi stabilimenti produttivi finalizzati alla produzione di materiale bellico.
I segreti del Terzo Reich: l’ordine di Kesserling a San Marino del 26 giugno 1944. Nell’estate del 1944, i nazitedeschi oltre a gettare nel mare di Pesaro e dintorni, l’arsenale proibito di Mussolini (prelevato dal deposito della Regia Aeronautica nelle gallerie ferroviarie sotto Urbino), hanno scaricato in mare a largo di Ravenna, Cervia e Rimini, le proprie armi chimiche imbottite di Sarin, affinché non cadessero in mani alleate; senza contare le mine vaganti di Berlino che hanno falcidiato i pescatori adriatici. Tali ordigni non sono mai stati recuperati e le aree marine mai bonificate, come attestano i documenti rinvenuti all’Archivio storico della Marina militare italiana e le dichiarazioni di svariati capi di Stato Maggiore e ministri della Difesa; ma soprattutto come attestano inequivocabilmente, i ripescaggi accidentali da parte della marineria locale. Ulteriori prove: l’aggiornato Portolano della Marina Militare che indica e segnala le cosiddette “aree proibite”, nonché i vincoli e le servitù militari istituite in loco anche per nascondere la situazione. Nell’Adriatico, non a caso, si gioca alla guerra in tempo di pace.
Nel 2011 è stato costituito un coordinamento nazionale per il monitoraggio e la bonifica dei siti contaminati che ha incluso i numerosi comitati di cittadini e le associazioni che si ritengono vittime innocenti dell’inquinamento, derivante dall’occultamento delle armi chimiche denunciando in particolare le armi chimiche, smaltite in modo legale, o illegale, in Italia soprattutto subito dopo la fine del seconda guerra mondiale; il Comitato, ha chiesto invano alle autorità, prima di sciogliersi, un’approfondita campagna di individuazione di ulteriori aree di “smaltimento” (discariche a tutti gli effetti) non ancora precisamente individuate, ma di cui si ha notizia certa negli archivi militari, e il monitoraggio sanitario e ambientale sui cittadini e sui loro territori.
Molte sono le industrie (in primis: Acna di Cengio e Montecatini/Montedison) che nel tempo, grazie al segreto di Stati alleati (anche se non apposto formalmente), hanno scaricato i loro rifiuti nei fiumi, nei laghi, nei terreni, nelle riserve idriche e numerosi gli impianti mai bonificati che costituiscono veri e propri scheletri tossici disseminati nel Paese rappresentando un gravissimo pericolo per la salute potendo lentamente liberare i loro veleni.
Con il nuovo codice dell’ordinamento militare, (decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66), la normativa riferita alle bonifiche dei campi minati e degli ordigni bellici (decreto legislativo luogotenenziale 12 aprile 1946, n. 320) è stata abrogata dall’articolo 2268 con la conseguenza che è sorta la necessità di individuare il soggetto istituzionale che deve eseguire le verifiche nei cantieri di lavoro ed effettuare gli interventi di bonifica degli ordigni bellici al fine di garantire l’incolumità dei lavoratori, la salute e la sicurezza pubblica; ad adottare iniziative volte a predisporre un piano organico che preveda l’assegnazione di risorse sia umane che finanziarie finalizzato alla definizione di una mappatura completa di tutti i siti contaminati da ordigni bellici presenti nel territorio nazionale al fine di favorirle la più rapida ed efficace azione di bonifica delle aree contaminate colpite drammaticamente nel loro equilibrio ambientale al fine di preservare, inoltre, la salute pubblica delle popolazioni residenti; a presentare al Parlamento una dettagliata relazione sullo stato reale dei lavori di bonifica sui siti contaminati e a svolgere un’azione finalizzata all’individuazione di ulteriori aree di smaltimento non ancora precisamente individuate ma di cui si ha notizia certa negli archivi militari, e il monitoraggio sanitario e ambientale sui cittadini e sui loro territori; a predisporre un’accurata indagine epidemiologica sui territori esposti al rischio contaminazione per accertare le eventuali conseguenze e individuare i potenziali rischi per la popolazione; a rimuovere il vincolo di area militare dai siti di bonifica in modo da favorirne il più veloce recupero e la messa in sicurezza (il mare a Ravenna, Cervia, Rimini, Cattolica e Gabicce).
Non è tutto. Nei territori del comune di Civitavecchia (Roma), nel comprensorio militare di S. Lucia, è ubicato il centro tecnico logistico interforze (Ce.T.L.I) NBC, ente del Ministero della difesa, unico in Italia (almeno sulla carta), con compiti di studio, verifiche ed applicazioni di carattere militare nei settori nucleare, biologico e chimico; fra i molteplici compiti dell’ente c’è quello di demilitarizzazione delle armi e degli aggressivi chimici ritrovati sul territorio nazionale e risalenti alla prima e seconda guerra mondiale. Questo impianto in stato di abbandono, è stato di recente sequestrato dall’Autorità giudiziaria.
L’attività di distruzione di armi chimiche è stata svolta in ottemperanza della legge 18 novembre 1995, n. 496, con la quale lo Stato italiano ha ratificato la Convenzione internazionale del 31 gennaio 1993 di Parigi sulla proibizione dello sviluppo, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche.
L’attività di demilitarizzazione delle armi chimiche viene svolta con l’utilizzo di impianti industriali costruiti allo scopo, ognuno per il tipo di aggressivo da distruggere, situati nella medesima area; tale attività, svolta sotto il controllo degli ispettori internazionali dell’OPAC (Organizzazione per la proibizione armi chimiche), ha permesso di smaltire nel tempo ingenti quantitativi di sostanze, quali ad esempio iprite, adamsite, cloridina solforica, fosgene e proiettili a caricamento chimico.
I residui di tutta la lavorazione effettuata fino ad oggi, stoccati in monoliti di cemento, attualmente accatastati a “cielo aperto” presso l’ente, in un’area dedicata, rappresentano anch’essi un problema di primaria importanza: infatti, dopo la demilitarizzazione restano dei residui chimici, fra i quali il più importante è l’arsenico: venendo i contenitori a contatto con gli agenti meteorici rilasciano tale sostanza, che potrebbe inquinare il territorio circostante, posto a monte dei centri abitati.
Il Governo italano, il 20 marzo 2014, presso la IV Commissione permanente (Difesa) della Camera, aveva confermato la realizzazione di un impianto necessario per superare il ritardo nello smaltimento degli aggressivi chimici, svolto tramite tecnologie meccaniche progettate negli anni ’80-’90, che impediscono di ottemperare pienamente agli impegni assunti con la Convenzione di Parigi.
Il territorio di Civitavecchia è già fortemente compromesso dal punto di vista ambientale, per la presenza di impianti Enel, alimentati anche a carbone, del porto e di altri numerosi insediamenti industriali: a tal proposito si sono espresse più volte contro qualsiasi forma di combustione gli enti istituzionali a tutti i livelli, prendendo atto della gravissima situazione epidemiologica; specificatamente per quanto attiene alla realizzazione dell’ossidatore termico, gli stessi enti istituzionali hanno manifestato la propria contrarietà, e precisamente: il Comune di Civitavecchia all’unanimità, la Provincia di Roma all’unanimità e il Consiglio regionale del Lazio all’unanimità,
Il Governo italiano non ha mai posto in atto tutte le azioni necessarie alla bonifica dell’area ove sono stoccati ormai i monoliti contenenti i residui delle lavorazioni, che rappresentano un grave pericolo per le matrici ambientali e per la popolazione.
In sostanza, nel comprensorio militare di S. Lucia, presso il Centro tecnico logistico interforze N.B.C. (Cetli Nbc) di Civitavecchia, ente dell’area tecnico-operativa del Ministero della difesa, si è svolta per decenni l’attività di distruzione di armi chimiche in ottemperanza della legge n. 496 del 1995, recante «Ratifica ed esecuzione della convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, con annessi, fatta a Parigi il 13 gennaio 1993»; l’attività svolta sotto il controllo degli ispettori internazionali dell’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), ha acconsentito di smaltire nel tempo ingenti quantitativi di sostanze chimiche quali Iprite, Fosgene, Adamsite e munizioni a caricamento chimico. Tali sostanze risultano attualmente stoccate in «monoliti» di cemento che già ingenerano dubbi e preoccupazioni nella popolazione in merito alla salubrità dell’ambiente circostante; oltretutto, ultimamente, è stato reso noto che presso il centro sono stati effettuati e sono tutt’ora in corso, degli studi finalizzati all’individuazione di tecnologie alternative per lo smaltimento delle armi chimiche e che tale tecnologia, a quanto risulta, si basa su un processo di «ossidazione termica» o trattamento termico.
In base alla richiesta di accesso all’informazione ambientale con protocollo N.0024860/2016 del 24 marzo 2016 presentata dal comune di Civitavecchia, è emerso che il Ministero della difesa ha stipulato un contratto con il soggetto Dynasafe, di «approvvigionamento del servizio di ingegneria e architettura di progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva, per il potenziamento della capacità di demilitarizzazione del munizionamento a carica speciale del Centro Tecnico Logistico Interforze NBC».
Come è noto, la situazione ambientale della città di Civitavecchia e dei comuni limitrofi è meritevole di particolare attenzione in virtù della contemporanea e consolidata presenza di rilevanti fattori di pressione ambientale e lo stato di sofferenza sanitaria della popolazione è stato registrato sin dagli anni Ottanta da diversi studi ed indagini epidemiologiche, delle Asl Roma E e Roma F.
Anche l’Associazione italiana dei medici per l’ambiente (Isde – sezione Civitavecchia) ha presentato una denuncia alla Commissione delle Comunità europee ed un esposto alla procura della Repubblica di Civitavecchia per verificare se nella costruzione della struttura ricorrano ipotesi di reato o inadempimenti del diritto comunitario in merito al principio di precauzione;
a quanto si apprende anche dall’Atlante italiano dei conflitti ambientali – «[…]Il territorio di Civitavecchia è già fortemente compromesso dal punto di vista ambientale, per la presenza di impianti Enel – alimentati anche a carbone, del porto e di altri numerosi insediamenti industriali: a tal proposito gli enti istituzionali, prendendo atto della gravissima situazione epidemiologica, si sono più volte espressi contro qualsiasi forma di combustione. Specificatamente, tra gli enti istituzionali che hanno manifestato la propria contrarietà per quanto attiene la realizzazione dell’ossidatore termico ci sono: il Comune di Civitavecchia, il Comune di Allumiere, la Città metropolitana di Roma Capitale e il Consiglio Regionale del Lazio. Inoltre, sia alla Camera dei deputati che al Senato della Repubblica sono state depositate mozioni di contrarietà al progetto, che attendono ancora la calendarizzazione per la discussione in aula».
Il 9 giugno 2016, presso il Cetli ha avuto luogo l’incontro fra il sottosegretario alla difesa pro tempore Gioacchino Alfano ed una delegazione del Comitato dei cittadini uniti contro l’inceneritore militare e altri rappresentanti istituzionali del territorio in merito al proposito di realizzazione e messa in opera presso il Cetli di Civitavecchia, di un ossidatore termico finalizzato allo smaltimento di armamenti a carica chimica; all’incontro erano presenti il sindaco di Civitavecchia e dei comuni limitrofi, una delegazione di parlamentari e consiglieri comunali della regione Lazio, varie realtà sociali ed accademiche del mondo dell’università.
Alla luce degli allarmanti dati emergenti in tema di salute pubblica, che vede l’intero comprensorio sopra richiamato come uno tra i territori in cui si registra una escalation di patologie tumorali o comunque riconducibili a prolungate esposizioni a fonti inquinanti, i partecipanti a tale incontro avrebbero richiesto al rappresentante del Ministero della difesa di fare un passo indietro, poiché il territorio non potrebbe sopportare ulteriori fonti di emissioni inquinanti.
In maniera altrettanto ferma è stato richiesto – a tutt’oggi invano – un impegno immediato a procedere alla bonifica del territorio, con riferimento chiaro ed inequivocabile alla rimozione dei monoliti contenenti residui chimici, frutto dell’attività di demilitarizzazione di armamento a carica chimica, stoccati da decenni all’interno del Cetli.
Inoltre, i rappresentanti del territorio hanno fatto richiesta ben dieci anni fa, di avviare tutte le pratiche propedeutiche al riconoscimento di sito di interesse nazionale dell’intera area comprensoriale; ascoltate le rappresentanze istituzionali presenti ed il «Comitato Cittadini Uniti Contro l’Inceneritore», il sottosegretario Gioacchino Alfano avrebbe comunicato la possibilità che il Ministero della difesa avrebbe potuto contemplare altre modalità di smaltimento delle armi chimiche e avrebbe garantito la massima disponibilità nel favorire i controlli dentro la caserma e sulle aree adiacenti.
Alla data del 22 luglio 2026 (dopo quasi 4 anni a Palazzo Chigi) il Governo Meloni non ha assunto iniziative per inquadrare il comprensorio militare di S. Lucia, presso il Centro tecnico-logistico interforze NBC di Civitavecchia come sito di interesse nazionale (SIN), al fine di porre in atto tutte le azioni necessarie alla bonifica dell’area ove sono stoccati i monoliti contenenti i residui delle lavorazioni, che rappresentano ormai un grave pericolo per le matrici ambientali e per la popolazione; a monitorare il grado di impatto ambientale, che gli impianti già esistenti, stanno generando con particolare riguardo allo stato del suolo e delle falde acquifere; ad assumere iniziative per sospendere l’iter di realizzazione dell’impianto di cui in premessa, ed anteporre alla sua realizzazione progetti che siano in grado di approfondire ed indagare gli effetti e soprattutto i rischi per l’ambiente e la salute della cittadinanza in un’area già ambientalmente molto impattata;
a promuovere un nuovo confronto con gli abitanti del territorio, accogliendo le loro istanze circa le preoccupazioni sui rischi ambientali e sanitari, che l’impianto descritto in premessa comporterebbe, ed altresì a considerare l’opportunità di assicurare un’adeguata informazione sull’iter del progetto, in virtù della normativa sulla trasparenza, mediante l’utilizzo di portali web istituzionali dedicati, gestiti dal Ministero della difesa; ad assumere iniziative per individuare soluzioni alternative arrecanti minor impatto ambientale e rischio sanitario, in grado di escludere rischi per il territorio e le comunità dell’area interessata, considerando l’assenza di una scadenza temporale prefissata per la distruzione delle armi chimiche residuali presenti ancora sul territorio nazionale;
a chiarire e rendere noto l’iter di attuazione degli impegni presi dal Ministero della difesa a seguito dell’incontro con le realtà sociali e istituzionali avvenuto il giorno 9 giugno 2016 presso la sede del Cetli, in particolare, con riferimento a: la rimozione dei monoliti, contenenti residui chimici, frutto dell’attività di demilitarizzazione di armamento a carica chimica, stoccati da decenni all’interno del Cetli; l’iter di autorizzazione affinché possano essere eseguite all’interno del Cetli e nell’area perimetrale, le verifiche delle condizioni ambientali del sito e dell’area di stoccaggio;
Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Guido Crosetto, Pichetto Fratin (il cuccuzzaro esecutivo), neanche rispondono agli atti parlamentari di sindacato ispettivo: interpellanze e interrogazioni hanno infatti segnalato gravi situazioni di inquinamento ambientale. E dire che in prossimità dell’estate, mentre gli enti locali comprano le bandierine blu un tanto chilo per attarre turisti (sempre più inebetiti), in circolazione c’è ancora qualche minus habens, che nega la dilagante evidenza.
Riferimenti:
https://www.opcw.org/chemical-weapons-convention
https://www.opcw.org/sites/default/files/documents/CWC/CWC_fr.pdf
https://www.opcw.org/sites/default/files/documents/CWC/CWC_en.pdf
https://www.opac496.it/index.php/convenzione
https://www.opac496.it/index.php/9-normativa/5-legge-496-95-testo-integrato
https://www.opac496.it/index.php/9-normativa/6-legge-93-97
https://www.esteri.it/it/?s=armi+chimiche
https://www.esteri.it/it/temi/temi_globali/disarmo/armi_chimiche
Gianni Lannes, Italia USA e getta, Arianna editrice, Bologna, 2014.
Gianni Lannes, Bombe a…mare, Nexus edizioni, Battaglia Terme, 2018.
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