
di Gianni Lannes
I cosiddetti “matti” sono sempre più invisibili, proprio come i mari d’Italia infestati di residuati bellici, armi chimiche e ordigni radioattivi.
Anno 2026: nonostante la rivoluzione Basaglia e la legge 180 del 1978 (in vigore), quando non inebetiti da massicce dosi di psicofarmaci, nel 75 per cento circa dei servizi psichiatrici diagnosi e cura italiani si effettuano contenzioni meccaniche, in alcuni casi in maniera frequente, in altri in modo routinario. Per contenzione meccanica si intende la riduzione della capacità fisica di movimento di un paziente attraverso l’uso di strumenti meccanici come cavigliere e fasce che costringono il paziente a letto. E spesso i malcapitati muoiono senza che fuori si sappia qualcosa. Tanto non c’è quasi nessuno a reclamare informazioni sui tanti “ospiti” trattati come reclusi; essi però non hanno commesso reati. Quella che un tempo era definita la “società civile” di loro si è del tutto dimenticata. Gli orrori si nascondono sempre. E se non si vedono o sentono, nella superficiale vulgata generale non esistono.
La contenzione meccanica può essere considerata un illecito penale e può integrare il delitto di abbandono di incapace.
L’articolo 60 del regio decreto numero 65 del 1909 recita «Nei manicomi debbono essere aboliti o ridotti
ai casi assolutamente eccezionali i mezzi di coercizione degli infermi e non possono essere usati
se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’Istituto. Tale autorizzazione deve indicare la natura del mezzo di coercizione (…)».
Alcune regioni italiane, come la Toscana e il Friuli Venezia Giulia, hanno affrontato la questione delle contenzioni e, nei loro rispettivi piani sanitari, hanno disposto raccomandazioni per il divieto o la massiccia riduzione della contenzione fisica. Altre, come la Lombardia, hanno, al contrario, predisposto l’uso della contenzione approvando regole e dispositivi per la sua attuazione;
l’Emilia Romagna ha emanato la circolare 16 del 22 ottobre 2009 della direzione sanità e politiche sociali, con la quale è stato costituito un gruppo di lavoro formato, oltre che da professionisti della UO direttamente interessata (medici ed infermieri), anche da professionisti delle UO territoriali e della UO gestione del rischio, incaricato di rivedere e mantenere periodicamente le procedure in materia di contenzioni.
Le contenzioni non possono essere considerate un atto medico, vale a dire che non hanno funzioni terapeutiche e dunque non possono essere giustificate come conseguenza della malattia della persona.
Le contenzioni vengono fatte quasi sempre perché il personale infermieristico è carente e non ha il
tempo di instaurare una relazione terapeutica con il paziente; è inaccettabile che, in Italia, vengano oggi applicate misure che comportano rischi per i pazienti
psichiatrici sia sul piano fisico, sia su quello psicologico.
Non esiste una norma di legge nel nostro ordinamento che autorizzi il ricorso ai mezzi di contenzione, sebbene esistano dei protocolli che ne disciplinano l’uso. Nonostante ciò il loro utilizzo è una prassi non solo tollerata, ma consolidata e non soltanto nei reparti ospedalieri destinati alla cura degli ammalati psichiatrici, ma anche in quelli in cui trovano ricovero pazienti anziani, di qualunque patologia affetti.
Elena Casetto, diciannove anni, muore il 13 agosto del 2019 nel rogo del reparto psichiatrico dell’ospedale “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo, presso il quale era ricoverata.
Si avverte un moto di orrore senza pari nel figurarsi anche per una frazione di secondo, una giovane donna distesa e legata sul letto d’ospedale, guardare in faccia la propria morte mentre tutto intorno brucia.
Com’è possibile che a 48 anni dall’ entrata in vigore della riforma Basaglia, sia ancora esercitata la contenzione fisica nei confronti degli ammalati psichiatrici (ma anche delle persone anziane). Si è riusciti a cancellare da un lato l’istituto manicomiale, restituendo dignità di esseri umani agli ammalati psichiatrici e dall’altro a privarli del diritto alla libertà del proprio corpo, che non è messa in discussione neppure nel caso degli autori di crimini efferati che, sia pure entro i limiti di un carcere, godono della libertà di muoversi.
In ogni caso, non esiste norma di legge nell’ordinamento italiano che autorizzi il ricorso ai mezzi di contenzione, sebbene esistano dei protocolli che ne disciplinano l’uso. E già qui appare evidente una contraddizione in termini che dimostrerà di essere tutt’altro che esclusivamente formale, se si avrà la pazienza di visitare il reparto psichiatrico e non solo di uno dei nostri ospedali, nei quali la contenzione è una pratica accettata. Si potrebbe osservare che il ricorso ad essa sia inevitabile per impedire che l’ammalato possa farsi o fare del male ad altri; in effetti lo stato di necessità è la giustificazione brandita per ogni tipo di coercizione che riguardi i pazienti psichiatrici. Stato di necessità, tuttavia, che non può essere posto in essere senza limiti, primo fra tutti un limite di carattere temporale: il contenimento deve essere momentaneo per indurre l’ammalato a superare lo stato di crisi e garantirgli la cura. L’utilizzo dunque dei letti di contenzione, come nel caso di Elena Casetto, non essendo finalizzato ad un esercizio momentaneo, non deve ritenersi lecito, come peraltro un contenimento del paziente attraverso un uso improprio degli psicofarmaci al solo scopo di mantenere l’ordine in reparto o con intenti punitivi nei confronti del paziente stesso.
I familiari possono e devono vigilare, in assenza di altre misure di tutela, affinché non si verifichino abusi, chiedendo ad esempio copia delle cartelle cliniche, sebbene a tale proposito converrà ricordare che le cartelle cliniche possono (illecitamente) essere manomesse o non essere aggiornate, come nel caso di Franco Mastrogiovanni, un insegnante elementare di cinquantotto anni che nel 2009, a Vallo di Lucania, in provincia di Salerno, venne fermato dai vigili e costretto in un letto d’ospedale dove, legato mani e piedi senza motivo e così tenuto per 87 ore, senza neppure essere idratato, andò incontro alla morte, della quale gli infermieri si accorsero solo sei ore dopo.

Della tragedia esiste un video disponibile in internet e nel documentario “87 ore” di Costanza Quattriglio, che narra puntualmente le atrocità cui l’insegnante fu, senza ragione alcuna, sottoposto. La Cassazione ha condannato i sei medici e gli undici infermieri del “San Luca” di Vallo di Lucania, sebbene nessuno dei responsabili sia stato detenuto in carcere e sospeso dal proprio lavoro neppure per un giorno. La sentenza della Cassazione si riteneva che avesse posto fine alla barbarie della contenzione nei nostri ospedali, ma evidentemente le cose non stanno così.
I poveri matti del Vaticano (Diario della settimana, 16 marzo 2007)
(A seguito della pubblicazione della seguente inchiesta giornalistica, è stata presentata – il 29 aprile 2008 – al governo italiano l’interrogazione parlamentare 4/00055, nonostante numerosi solleciti, non è mai giunta una risposta da Palazzo Chigi).
Le scalinate portano ai padiglioni separati di donne e uomini su cui troneggiano gli infermieri. Scorrono i chiavistelli di cancellate che per le normative italiane dovrebbero sparire. Si scivola sul pavimento cosparso d’urina: è l’odore dominante. Gli escrementi vengono spostati a secchiate d’acqua, e il liquame si incrosta sulle pareti. Circondati da poveri corpi spesso nudi, persone che chiedono l’elemosina di una sigaretta e che recuperano occasionali mozziconi da terra.

Nudità abnormi, gonfie, su gambe esili. Involucri umani accovacciati a terra negli angoli, deformati da ernie gigantesche. Benvenuti nei tre manicomi “Don Uva” (Bisceglie, Foggia e Potenza), i più grandi d’Europa, di proprietà formale dell’ente ecclesiastico Congregazione Ancelle della Divina Provvidenza, ma in realtà controllati direttamente dal Vaticano. I cronicari sono ancora aperti – dovevano chiudere nel 1983 – in spregio alla Basaglia (legge 180 del 1978) e usufruiscono di ingenti finanziamenti pubblici dalle Regioni Puglia e Basilicata. Gli ecclesiastici intascano ben 105 euro al giorno a “malato di mente”. Gli Istituti Divina Provvidenza accolgono nelle loro sedi del Mezzogiorno circa 2 mila esseri umani, dai 21 ai 78 anni (più della metà sono donne). Sul manicomio di Paranà in Argentina non vi sono dati accessibili. Mario i vestiti se li strappa immediatamente di dosso appena lo guardo.

Non tutti sono analfabeti o completamente inebetiti dagli psicofarmaci. Antonio, nato nel 1952, si è addirittura laureato in medicina. Oscar, appena maggiorenne, è qui rinchiuso dal 1997 perché mangiava la terra. Vito, 21 anni all’anagrafe, è in manicomio da appena 62 mesi. Giuseppe ha 35 primavere e Pietro 44. Non usciranno mai: non li vuole nessuno. Ogni tanto, indicandoci uno dei ricoverati che in teoria gli toccherebbe curare, il primario dice: “Quello che non c’è motivo che stia qui dentro. Ci sta e basta. E mi raccomando: non fotografi quelli nudi”. Alibi: le Asl che non li vogliono, il rifiuto delle famiglie superstiti, se ancora esistono. Nessuno dei reclusi è mai stato posto davvero nelle condizioni di aspirare alla libertà. Nessuno di loro ha la minima cognizione di quali siano i diritti che la legge – considerandoli malati, non detenuti – gli assegna. Solo di una donna e di un uomo, entrambi reclusi all’istituto Divina Provvidenza di Potenza, annoto i nomi. Non hanno patologie psichiatriche, eppure non sono mai usciti da questa prigione. Antonio Eliodoro (47 primavere) vive qui dall’età di 3 anni: fu abbandonato dai genitori. Anna Lucia Nolè (66 anni) mostra un sorriso pensieroso e confida: “Dove vado? Non è venuto mai nessuno a prendermi”. La donna, dopo aver subito violenze è stata abbandonata dai familiari; è rinchiusa dal 13 novembre 1962 su disposizione del questore di Potenza. Sono numerose le persone tradotte in manicomio dalle famiglie che vogliono liberarsene con l’aiuto di medici compiacenti. In loco gli ospiti non sono persone soggetto di diritto e continuano a sopravvivere nell’abbandono e nell’oblio. I padiglioni e le inferriate, le cure inadeguate, l’infelicità che impregna lo sguardo degli psicotici e le urla che squarciano il silenzio tombale dei dormitori. La rassegnazione degli anziani cronici, sorta di ergastolani afflitti ormai più da demenza senile che da crisi nevrotiche…

E’ c’è da immaginarsi la qualità dell’attenzione terapeutica, se una donna, Maria, legata al letto di contenzione partorisce spontaneamente un bambino: è successo a Bisceglie (Bari). Sovente gli ospiti sono ammanettati ai giacigli, ancorati ai termosifoni e prigionieri in camera di sicurezza. Alcuni muoiono soffocati…
Uno dei più potenti protettori dell’holding Don Uva è stato monsignor Donato De Bonis, segretario generale dello Ior, nonché braccio destro di Paul Marcinkus. Seguito a ruota dal cardinale Eduardo Martinez Somalo, intimo amico di Lorenzo Leone, deus ex machina del Don Uva dal 1955 al 1994…
Nei manicomi don Uva operano una ventina di società finanziarie e immobiliari (tra cui la Financial Trusts Srl e l’Abacus Srl). Alcune di queste società hanno lo stesso indirizzo a Bisceglie (largo canonico Pasquale Uva, 1) della romana Delta Petroli (appalto smaltimento rifiuti). Singolare coincidenza: una ristretta cerchia di dirigenti del don Uva gestisce le indennità pensionistiche dei pazienti sotto tutela (circa 15 milioni di euro)…
E nel resto del Belpaese che accade? Di follia si muore: dal suicidio all’annientamento indivisibile. E i manicomi sono spariti definitivamente? Difficile quantificare il numero delle strutture chiuse realmente. Le Regioni hanno fornito dati alterati al ministero della salute e non hanno assegnato almeno il 5 per cento del fondo sanitario ai servizi di salute mentale. Il processo di liberazione riguarda circa 15 mila “ospiti” in 1.400 strutture residenziali ricavate all’interno degli stessi manicomi…
Riferimenti:
https://www.internazionale.it/reportage/angelo-mastrandrea/2015/11/06/mastrogiovanni-morte-87-ore
https://ilmanifesto.it/caso-mastrogiovanni-dalla-cassazione-tutta-la-disumanita-della-contenzione
Francesco Mastrogiovanni, detto Franco (Acciaroli, 2 ottobre 1951 – Vallo della Lucania, 4 agosto 2009), è stato un anarchico italiano. Maestro nella scuola elementare di Pollica, anarchico, uomo di cultura, amatissimo dai suoi alunni che lo descrivevano come il «maestro più alto del mondo».
Nel 1972 fu tra gli imputati nel processo per la morte del missino Carlo Falvella, ma è noto soprattutto per la sua stessa morte avvenuta a seguito di una reclusione forzata, motivata da un TSO, durata 87 ore presso il servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania. Durante ben 83 ore rimase in stato di contenzione fisica (legato mani e piedi ad un letto) e privato di cibo ed acqua.
Il 7 luglio 1972 Mastrogiovanni si trovò coinvolto negli eventi che portarono all’uccisione a Salerno del giovane Carlo Falvella, vicepresidente del FUAN, un’organizzazione giovanile del MSI, nel corso di uno scontro tra fascisti del MSI ed attivisti anarchici. “Quando non vidi al mio fianco Mastrogiovanni mi accorsi che era aggredito, che stava per terra sanguinante e corsi in suo aiuto (…) e cercando di proteggerlo e di proteggermi, mi difendevo indietreggiando, colpendo di striscio” dichiarò l’anarchico Giovanni Marini poi condannato per omicidio preterintenzionale[7].
Per l’accaduto Mastrogiovanni, inizialmente ritenuto corresponsabile dell’omicidio[8] passò qualche mese in carcere con l’accusa di rissa, prima di essere scagionato completamente nel 1975.[2] Questo drammatico evento può essere inserito all’interno di un contesto più ampio che vedeva il gruppo di giovani anarchici coinvolti nello scontro, indagare su un incidente stradale avvenuto la notte a cavallo tra il 26 e il 27 settembre 1970, nel quale persero la vita altri cinque militanti anarchici (Anarchici della Baracca), i quali stavano a loro volta cercando di fare chiarezza intorno ai fatti relativi alla rivolta di Reggio Calabria e alla strage di Gioia Tauro. La vicenda diede luogo ad una campagna della Sinistra extraparlamentare a favore degli anarchici accusati.
Negli anni successivi Mastrogiovanni ebbe altre occasioni di scontrarsi con l’ordine costituito. Nel 1999, fermato con l’accusa di resistenza aggravata dopo una multa, denunciò gli agenti per arresto illegale, lesioni personali, abuso di autorità e calunnia e venne assolto e risarcito per ingiusta detenzione dal tribunale. Nel 2002 e 2005 subì due TSO.
Gli eventi che portarono alla morte il “maestro più alto del mondo” (come veniva chiamato dai suoi allievi) presero avvio il 31 luglio 2009. Quella sera Mastrogiovanni venne segnalato alla guida di un’auto lanciata a forte velocità nell’isola pedonale di Acciaroli. Sfuggito ai vigili urbani, venne individuato il giorno successivo e inseguito da vigili e carabinieri fino a San Mauro Cilento. Qui, abbandonata l’auto, si gettò in mare gridando “non mi prenderete” e intonando canti politici come Addio Lugano bella. Dopo oltre due ore accettò di uscire e si consegnò alle forze dell’ordine. Le autorità disposero un nuovo TSO e venne inviato presso il servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania dove rimase per 87 ore, 83 delle quali passate in stato di contenzione fisica (legato mani e piedi ad un letto) e privato di cibo ed acqua, trovando la morte. La vicenda ha dato luogo a un lungo iter giudiziario.
In primo grado i sanitari implicati vennero condannati per omicidio colposo (modificato in appello in “morte in conseguenza di altro delitto”), sequestro di persona e falso ideologico, Nel 2018 la Corte di cassazione ha confermato le condanne a sei medici e undici infermieri per sequestro di persona. I medici furono condannati anche per falso ideologico. Non si arrivò a sentenza invece per il reato di morte come conseguenza di altro delitto, oramai prescritto. Insomma, una giustizia terrena, disumana e vergognosa.
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