
Capodoglio: Gargano – Isola Varano: dicembre 2009, ucciso da un’embolia gassosa a livello coronarico, provocata da attività militari Nato insieme ad altri 6 esemplari – foto Gianni Lannes©
di Gianni Lannes
All’origine della vita c’è il mare: le nostre mani sono pinne palmate. Se si seguita a fargli guerra, prima o poi saremo noi stessi a pagarne il prezzo più alto.
Il Mediterraneo è il più sfruttato al mondo per la sua ricchezza e per la sua biodiversità. Se lo osserviamo dalla superficie in apparenza il mare ci sembra uguale. Ma solo chi si è immerso mezzo secolo fa, se scende in profondità può capire il livello del disastro in atto.
Noi tutti possiamo fare qualcosa di utile divulgando il grido di aiuto che il mare sta lanciando, diffondendo informazione soprattutto tra i giovani. Loro sono molto sensibili sui temi ambientali e hanno una marcia in più rispetto alla generazione che invece il mare lo ha ridotto – nell’arco di appena mezzo secolo – nelle drammatiche condizioni in cui versa oggi.

Oltre alla plastica onnipresente e alla pesca a strascico altamente distruttiva, un altro fattore che ha fatto ammalare il “Mare Nostrum” è l’affondamento di rifiuti, scorie e ordigni bellici convenzionali e soprattutto speciali (armi chimiche e radioattive), nonché il degrado cementificatorio delle coste e l’inquinamento industriale (raffinerie e pozzi di idrocarburi). Ci sono regioni e isole italiane che non hanno ancora un depuratore.
Il mare potrebbe rigenerarsi in breve tempo se si smettesse di sfruttarlo e di usarlo come una gigantesca discarica, a partire dalle regioni italiane e dalle attività militari incombenti con servitù imperanti. Abbiamo il dovere di invertire la tendenza dilagante. Dobbiamo prendercene cura e risanarlo. Occorre mutare la nostra prospettiva: da ego-centrica a eco-centrica. Non possiamo lasciare ai nostri figli il disastro ambientale generato da chi comanda e specula. Non possiamo cambiare la situazione senza il sapere. La ricerca e la divulgazione a qualsiasi livello sono fondamentali.
Salvare il Mediterraneo
Il Mediterraneo è uno scrigno di biodiversità che ospita 17 mila specie: il 7,5 per cento di quelle presenti a livello globale. Eppure è al contempo uno dei mari più sfruttati al mondo: negli ultimi 60 anni ha perso oltre il 40 per cento dei grandi predatori e mammiferi marini; il 58 per cento degli stock ittici è sovrasfruttato e numerose specie e habitat sono in declino. Ad oggi vi si contano ufficialmente oltre 73 mila pescherecci operativi (un dato sottostimato).
Secondo l’IPCC dell’ONU, più di 30 specie endemiche rischiano di estinguersi entro la fine del secolo. Squali, delfini e mante finiscono spesso vittime accidentali della pesca. E i fondali marini popolati da giardini di coralli, colonie di gorgonie, praterie di posidonia e tante altre specie fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi, subiscono l’aggressione continua delle reti a strascico. Le conseguenze sono preoccupanti: una desertificazione del mare, sempre più povero e inospitale e una grave perdita di biodiversità. Eppure, soltanto lo 0,1 per cento del Mediterraneo è integralmente protetto, ben lontano dal 10 per cento che l’Italia e gli altri paesi del Mediterraneo dovranno raggiungere entro il 2030, in accordo con gli impegni internazionali adottati nell’ambito della Convenzione sulla Biodiversità.
L’Italia invece di far finta di niente, potrebbe fare la differenza in Europa, bonificando i residuati bellici e istituendo una rete di riserve marine a tutela effettiva delle specie e degli ecosistemi più vulnerabili, nonché imponendo il divieto alla pesca eccessiva e distruttiva.
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