Pip: Gianni Lannes, l’uomo che guarda il fondo del mare e non trova sabbia — trova bombe.
Mara: Esatto. I pezzi pubblicati da sulatestaitalia questa settimana coprono un territorio preciso: armi chimiche affondate nell’Adriatico, il silenzio istituzionale che le protegge, la bellezza del mare che resiste nonostante tutto, un docufilm e una mostra al Museo della Marineria, e un lungo sguardo al fascismo italiano e alla sua eredità. Partiamo dalle bombe.
Bonifiche e armi chimiche
Pip: La domanda che attraversa tutti questi pezzi è una sola: come fa uno Stato a sapere da ottant’anni che il proprio mare è avvelenato e non fare nulla?
Mara: Il pezzo principale parte da un’immagine concreta. Ecco il passaggio: “da Ravenna a Cervia fino a Cesenatico, Bellaria, Rimini, Riccione e Cattolica nell’estate dell’anno 1944 i nazitedeschi hanno segretamente affondato i propri ordigni per lo sterminio di massa, vale a dire il micidiale sarin.”
Pip: Il sarin su fondali bassi, a poche miglia dalle spiagge con la bandiera blu. La posta in gioco non è astratta: è la colonna d’acqua in cui nuotano i turisti e vivono le vongole.
Mara: E non si tratta solo di Romagna. Il pezzo sulle Marche documenta sette discariche marine regionali tra Pesaro e San Benedetto del Tronto, alcune sovrapposte agli accumuli di residuati bellici censiti dal CNR già nel 1967. Allevamenti di mitili si trovano nelle immediate vicinanze.
Pip: Settantanove anni dopo, il CNR aveva già la mappa. Qualcuno l’ha archiviata con cura.
Mara: Il pezzo sull’arsenico allarga il quadro tossicologico: i centomila ordigni mussoliniani affondati nel mare di Pesaro erano imbottiti di iprite e arsenico. La letteratura scientifica citata descrive effetti cancerogeni, mutageni e teratogeni, oltre a danni al sistema immunitario. ISPRA non risponde alle richieste di intervista.
Pip: Il pezzo sui pescatori e l’iprite ricorda che Der Spiegel aveva già ricostruito l’intera operazione nel luglio 2003. Nessun giornale italiano lo riprese.
Mara: Il pezzo sul porto di Pesaro aggiunge un elemento operativo: analisi ufficiali del maggio 2024 sui sedimenti portuali — mai rese pubbliche — attestano la presenza di arsenico, mercurio e idrocarburi. Seimila metri cubi di quei sedimenti vengono dragati e rimossi senza comunicazione alle comunità locali.
Pip: E intanto il Consiglio regionale Marche ha approvato una risoluzione per la bonifica — un atto che esiste, ma che da solo non draga nulla.
Mara: C’è anche il pezzo sull’uranio nell’acqua di Pesaro: valori superiori a un microgrammo per litro rilevati nella primavera 2025, poi la documentazione è sparita dal portale di Marche Multiservizi. Il filo che lega tutto è lo stesso: dati che compaiono, poi scompaiono, e istituzioni che non rispondono.
Pip: Dall’Adriatico chimico all’Adriatico dimenticato — che però qualcuno ricorda ancora.
Adriatico tra bellezza e oblìo
Mara: Qui il registro cambia. Il pezzo su Adriatico dimenticato apre con una frase precisa: “L’Adriatico sembra un mare perduto, ma dai più è stato soltanto dimenticato.”
Pip: Dimenticato è peggio di perduto — significa che la memoria c’era e qualcuno ha smesso di coltivarla.
Mara: Il pezzo ricostruisce il legame storico di Pesaro con l’Adriatico: dalla stele di Novilara con la sua battaglia navale, databile a cinquecento anni prima di Cristo, ai mosaici della cattedrale medievale con sirene e capodogli. Un patrimonio identitario sepolto sotto l’indifferenza.
Pip: E accanto a questo c’è il pezzo Liberiamo l’Italia dalle bombe a mare, che propone un giro in bicicletta da Pesaro a Messina lungo le coste contaminate — un modo per rendere visibile la mappa che le istituzioni tengono invisibile. La poesia Adriatico: azzurro e argento chiude il cerchio: il mare che ferisce e quello che incanta sono lo stesso mare.
Museo e racconto del mare
Pip: Il docufilm Il mare invisibile arriva al Museo della Marineria di Pesaro — che è esattamente il posto giusto per un’inchiesta che parla di mare, guerra e silenzio.
Mara: Il sito del museo annuncia la proiezione del documentario e l’inaugurazione di una mostra il 22 maggio 2026. Due pezzi — Al museo della Marineria e Il mare invisibile — accompagnano l’evento, documentando la presenza pubblica del lavoro di inchiesta in uno spazio culturale dedicato alla storia del mare.
Pip: Un docufilm in un museo di marineria: il racconto torna al mare da cui è partito. Da qui il passo verso la politica è breve — perché senza fare i conti con il passato, la bonifica resta una parola.
Politica e fascismo
Mara: Il pezzo su fascismo e berlusconismo è il più lungo della settimana. La tesi centrale è diretta: “Berlusconi ha proseguito con successo il processo di rimozione iniziato nel dopoguerra” — la rimozione collettiva del fascismo come capitolo mai davvero chiuso.
Pip: Il pezzo passa in rassegna tutto: le leggi razziali, i morti della guerra voluta da Mussolini, i campi di concentramento italiani in Croazia, le foibe usate prima dai fascisti che dai titini. La lista è lunga perché la rimozione è stata sistematica.
Mara: E il collegamento con il presente è esplicito: dall’amnistia Togliatti allo sdoganamento berlusconiano dei postfascisti, fino all’attuale presidente del Senato che colleziona busti del Duce. Il pezzo chiude con una nota economica: nel 1938 il reddito medio italiano era un terzo di quello francese; oggi il debito pubblico è il più alto d’Europa.
Pip: Ottant’anni di rimozione producono un conto che prima o poi arriva — in fondo al mare o in cima al bilancio dello Stato.
Mara: Il filo che tiene insieme tutto è uno: ciò che viene nascosto — in fondo al mare, negli archivi, nella memoria collettiva — non scompare.
Pip: Torna. Sotto forma di pesce luna morto, di dato sull’uranio sparito dal portale, o di busto sul comodino di un senatore. La prossima settimana vedremo cosa riemerge.
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