di Gianni Lannes

Quel filo rosso non è un mistero. L’Italia vista dagli occhi di Moro nei tragici 55 giorni dell’anno 1978 continua a parlare di questioni attuali e a noi prossime: della Palestina e del ruolo criminale di Israele, delle guerre che tornano, delle minacce dagli Stati Uniti di Kissinger, di ciò che si agita nel profondo della società. Quanti legami nascosti li uniscono a partire dai lampi sull’Eni? Pasolini torna più volte sul linguaggio di Moro, ma non ha fatto in tempo a leggere le carte della prigionia; altrimenti avrebbe notato che in un passaggio Moro riprende quasi alla lettera una frase di un suo articolo scritto nel 1974: “I pochi seri onesti che ci sono – scrive Moro riferendosi ai suoi ex amici democristiani – non serviranno a nulla, finché ci sarete voi”.
E colpisce più di tutto, lo stato di angosciosa solitudine in cui entrambi vivono nell’ultimo periodo della loro esistenza.
Dati in pasto dai mass media. Il corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini ritrovato sul lungomare di Ostia il 2 novembre 1975 e quello straziato di Aldo Moro rinvenuto il 9 maggio 1978 a Roma nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani non cessano di interrogarci. Sono corpi insepolti che da mezzo secolo occupano la parte oscura della storia italiana impastata di ombre e segreti. Corpi fantasmatici, politici, poetici, simbolici, indimenticabili, su cui il Belpaese continua ad inciampare e a non fare ostinatamente i conti. Sono corpi costretti a interrompere all’improvviso pur con preavviso la loro vita terrena.
C’è un prima e un dopo Pasolini e Moro: una linea immaginaria che separa due epoche dell’Italia, come una faglia sismica in cui è sprofondata la capacità critica di ricordare. Il cortocircuito con il presente è sempre più incandescente. Questi corpi che sembrano venire da un altro tempo continuano a generare ancora una temperatura elevatissima in grado di toccarci profondamente. Le loro uccisioni violente sono coperte vergognosamente dai segreti della repubblica italiana. Oggi la verità manca ancora all’appello.
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