di Gianni Lannes

Qui non si vede più il mare che tutt’al più assurge a fondale balneare durante l’estate. Non è il modello speculativo stile Rimini, ma ha comunque sfigurato il litorale. Dove politica e attivismo civico sono parte del paesaggio quanto la mezza dozzina di albergoni che grattano il cielo nei viali Trento e Trieste ormai abbandonati al degrado, in attesa di ulteriore speculazione con la solita benedizione istituzionale e la sua periferia industriale ridotta a casermoni.
Pesaro resta ancora la città di campagna con gli impianti industriali che seguitano ad inquinare impunemente (acqua, aria, suolo ed esseri umani), dove prima i caporioni locali del partito comunista e poi di quello democratico hanno assemblato un sistema di controllo capillare, fondato sulla fedeltà politica e sulla distribuzione di favori e sul voto di scambio. In loco il clientelismo è un modello imperante che ha garantito stabilità, ma anche corruzione e opacità. Cosa avrebbe fatto Enrico Berlinguer col suo rigore morale? Oggi, osservando la storia di questo microcosmo, si riconosce la tenuta di welfare urbano e un’eredità pesante di rapporti opachi con chi ha tanti soldi e spadroneggia ancora influenzando l’amministrazione miunicipale.

Accanto a questa Pesaro di potere sfacciato e impunito, si è sviluppata un’altra Pesaro, non meno influente: la città del lavoro disciplinato e delle comunità di base.
Questa combinazione di elementi, anche evidentemente conflittuali tra loro – potere e riformismo, corruzione e idealismo, cinismo e fede – fa di Pesaro un laboratorio politico unico. Insomma, è una città che ha conosciuto il peggio della politica di apparato e il meglio dell’impegno civico, comunque fossilizzata ma capace di reinventarsi senza mai smettere di discutere. In un’Italietta meloniana polarizzata al peggio, resta un luogo che ha perso identità, dove la politica non è mai solo amministrazione, ma ancora conflitto, partecipazione e ricerca di democrazia, soprattutto da parte di associazioni indipendenti e movimenti liberi. Non si campa di rendita: Rossini non basta. E gli albergatori non sono tutta la città e il suo circondario, ma soltanto una striminzita minoranza. Conta la realizzazione del bene comune, non gli interessi di pochi a danno di tanti. A questo serve la politica, anche quando si smarrisce l’identità.
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