
di Gianni Lannes
Una, nessuna e centomila. Ecco in sintesi i fatti documentati di cui sono a conoscenza le autorità italiane di ogni ordine, livello e grado.
Nell’estate del 1944, come attesta il rapporto segreto militare del Sonderkommando Meyer (datato 10 agosto 1944), i nazitedeschi per ordine di Hitler hanno affondato in sei aree marine a una distanza dalla costa di 4-5 miglia, gettandolo su bassi fondali (12-15 metri) dove ancora giace, l’intero arsenale di armi chimiche nascoste nel deposito segreto di Urbino (ordinato da Mussolini il 16 gennaio 1939). Si tratta, come rivelano i documenti acquisti presso l’Archivio di Stato a Pesaro e Urbino, di ben 100 mila ordigni e non soltanto 4 mila (di varia tipologia, a partire dalle bombe C500T usate nei bombardamenti in Etiopia nel 1935), caricati con iprite ed arsenico (sostanze cancerogene).
Nel corso del tempo tali residuati bellici, proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 1925 e messi al bando dal Trattato di Parigi del 1993 (ratificata dalla legge 128 novembre 1995, numero 496) sovente si sono spiaggiati e spesso sono stati ripescati accidentalmente dai pescatori causando morti, ferimenti e contaminazioni. Inoltre, la tenuta metallica di tali ordigni vanta una durata di 80 anni, ampiamente scaduta, anche per via della corrosione marina.

Nell’anno 1951 l’onorevole Enzo Capalozza (avvocato di chiara fama, sindaco di Fano, parlamentare e infine giudice della Corte costituzionale) in relazione alla gravissima situazione che falcidiava la marineria locale presentò un’interrogazione al governo De Gasperi che rispose il 20 novembre dello stesso anno, mediante una conferma scritta a firma dell’allora Sottosegretario di Stato alla Marina Mercantile. Fernando Tambroni (presidente del Consiglio nel 1960) certificò la situazione e fornì anche l’indicazione delle aree di affondamento indicando le coordinate geografiche (latitudine e longitudine), senza però disporre alcuna bonifica ambientale. La Marina Militare italiana, infatti, si è adoperata esclusivamente per bonificare i porti, come rivelano i documenti ufficiali del proprio Archivio storico a Roma.
Il 28 febbraio 1995 Enzo Maiorca (una leggenda dello sport a livello mondiale) in veste di parlamentare indirizzò un’interrogazione al governo (numero 4/03472); anch’essa non ha ricevuto mai risposta.
Nel 2010 il sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli inviò due lettere al governo Berlusconi per sollecitare un intervento risolutivo, ma in cambio ottenne soltanto menzogne ed omissioni governative.
Il 25 novembre 2010 cinque parlamentari indipendenti depositarono alla Camera dei deputati l’interrogazione a risposta scritta numero 4/09713 e nonostante numerose sollecitazioni all’esecutivo dell’epoca, a tutt’oggi l’iter risulta in corso senza risposta o smentita.
In seguito, nel 2011 l’onorevole Oriano Giovannelli (già sindaco di Pesaro) spedì al governo l’interrogazione parlamentare scritta numero 4-11571 a cui rispose evasivamente il ministro al ramo Difesa Di Paola in data 7 agosto 2012.
Poiché da Roma non giunse alcuna veritiera informazione, nel 2015 in veste di primo cittadino Matteo Ricci, trasmise una missiva al ministro della Difesa: in questo caso la risposta dopo appena 11 anni non è ancora approdata nella capitale italiana della cultura per l’anno 2024.
Peraltro, nel 2014 il Comitato nazionale bonifica armi chimiche presentò alla locale Procura un esposto che fu frettolosamente archiviato senza indagini l’anno successivo.
Nel marzo 2017 in Regione Marche non fu incredibilmente approvata la mozione numero 175/2016 (Fabbri) che prevedeva un risanamento delle aree marine (Pesaro, Fano e Gabicce) contaminate dagli ordigni speciali.
Nel 2018 il giornalista investigativo Gianni Lannes diede alle stampe il libro di inchiesta BOMBE A…MARE e rilasciò un’intervista al quotidiano Il Resto del Carlino.
Nel 2025 il dottor Lannes supportato da Anpi e Legambiente, dopo un decennio di accurate ricerche internazionali negli archivi civili e militari, ha rilevato in mare l’esatta posizione delle predette discariche belliche mai effettivamente bonificate, realizzando il docufilm IL MARE INVISIBILE, presentato a Pesaro in quattro occasioni pubbliche. Il 16 gennaio 2026 nel corso della presentazione al cinema Solaris, l’arcivescovo Sandro Salvucci ha dichiarato che “occorre battersi per risanare questa zona dell’Adriatico” (parole riportate anche dal Carlino). Il 23 luglio scorso è stata depositata l’ennesima interrogazione (numero 4/05609), ma il governo Meloni non risponde (ministeri Difesa e Ambiente).
Le conseguenze ambientali e sanitarie della seconda guerra mondiale sono giunte ai giorni nostri. Come a Molfetta, dove nel 2008, dopo un’inchiesta giornalistica ed una mobilitazione popolare coordinata dal professor Matteo D’ingeo, è stata stipulata una convenzione (tra ministero Difesa, Comune e Regione Puglia) per il risanamento ambientale marino, a causa del medesimo problema. In loco, infatti, il nucleo Sdai della Marina militare ha recuperato migliaia di ordigni speciali.
La popolazione di Pesaro e e delle Marche, soprattutto i bambini, hanno diritto a un ambiente salubre e pulito, scevro da qualsivoglia minaccia inquinante. I rappresentanti delle istituzioni (a partire dal sindaco, dal prefetto e dal governatore Acquaroli), la società civile e le forze politiche hanno il dovere etico di intervenire – senza indugi – per garantire concretamente il diritto alla salute e alla vita.
Riferimenti:
Gianni Lannes, Bombe a…mare, Nexus edizioni, Battaglia Terme, 2018.
Gianni Lannes, IL MARE INVISIBILE (docufilm), Pesaro, 16 gennaio 2026.
https://www.ilrestodelcarlino.it/pesaro/cronaca/bombe-chimiche-in-adriatico-il-75476bab
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