di Gianni Lannes

Alla prova della realtà, nei mari del Belpaese (soprattutto l’Adriatico) giacciono arsenali di armi chimiche, affondate dai nazitedeschi nel 1944 e dagli alleati Usa nel 1945 (1 milione: incluso il Golfo di Napoli nei pressi dell’isola di Ischia ma soprattutto l’Adriatico); a cui si sono sommati gli ordigni radioattivi e convenzionali sganciati in 24 aree dell’Adriatico dagli aeromobili Nato durante la guerra in Jugoslavia nel 1999.
Ecco le prove ufficiali impolverate nel Parlamento italiano, precedute dal ventennio fascista, quando Mussolini istituì nel 1923 il Centro chimico militare e ordinò in seguito la costruzione di depositi segreti di armi chimiche. Illuminante una discussione parlamentare del 1930. Quanto alla Repubblica: si tratta di un centinaio di atti di sindacato ispettivo a partire dal 15 maggio 1951 con l’interrogazione (2583) del deputato Enzo Capalozza (nativo di Fano) a cui risponderà il sottosegretario alla Marina Mercantile Tambroni il 20 novembre dello stesso anno, mediante la conferma della situazione e l’indicazione di sei aree marine dinanzi a Pesaro e dintorni (Fano, Gabicce e Cattolica).
Per il resto, sono evidenziate plateali menzogne governative e silenzi omertosi a tutela dei segreti di Stati alleati: Italia, Usa e Germania che hanno violato la convenzione di Ginevra del 1925 ed il Trattato di Parigi del 1993.
Nello Stivale vale il principio giuridico dell’Unione europea “chi inquina paga”? Un fatto è certo: il gravissimo inquinamento che ha danneggiato l’ambiente e attenta alla salute collettiva dell’ignaro popolo italiano.
Riferimenti:

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