di Gianni Lannes

Ecco l’Italia trasformata nell’anno 2026 in un poligono permanente, con buona pace di chi vuole nascondere questa pericolosa ed inquinante realtà sotto gli occhi di tutti. Guerra infinita in tempo di pace apparente nel Belpaese silente. Nel frattempo l’indisturbato governino neofascista Meloni decuplica le spese militari. Basta sfogliare l’ultima edizione (anno 2026) dell’ “Avviso ai naviganti” dell’Istituto Idrografico Marina di Genova, o consultare la mappa nautica numero 1050, per rendersene conto.

In barba alla Costituzione repubblicana, alle leggi nazionali e internazionali nonché alle normative comunitarie (Ue), si spara ovunque, anche nelle “aree protette” e in prossimità dei centri abitati, soprattutto dove transitano navi, lavorano ignari pescatori, stazionano coltivazioni ittiche e di mitili, si immergono inconsapevoli subacquei e giacciono piattaforme metanifere e petrolifere; perfino dove albergano discariche di esplosivi attivi. Tutte queste nuove sorgenti di inquinamento finiscono negli inermi mari d’Italia. L’Ispra ha analizzato il fenomeno?
Forse per raggiungere il peggio non bastavano in loco le armi chimiche affondate dai nazitedeschi nell’estate del 1944, gli ordigni speciali affondati dagli alleati Usa nell’Adriatico e nel Tirreno, nonché le bombe radioattive gettate in mare dal 1994 al 1999 dalla Nato in 24 aree, dal Golfo di Venezia al Canale d’Otranto.


Bandiere blu? Servitù militari in cielo e in acqua. Il caso più eclatante è quello del mare Adriatico prospiciente Pesaro – già capitale della cultura italiana nel 2024 – utilizzato come zona di tiro bellico (E344) nell’area marina del Parco San Bartolo dove giace una discarica di ordigni inesplosi segnalata dalla carta nautica numero 36 (un documento ufficiale dello Stato italiano); alla stregua di Fano (E343), Pesaro (E344), Rimini (E345) e Ravenna (E346).

In ogni caso, il primato spetta alla Sardegna, almeno per quantità ed estensione dei poligoni bellici dove si sperimentano armi di ogni genere, ma le servitù militari interessano gran parte del Belpaese, senza risparmiare le aree naturalistiche “protette”.
Lo Stivale è stato trasformato in portaerei a stelle e strisce, a discarica statunitense, eppure nessun politicante osa fiatare e nemmeno vagamente protestare.
Ad un’attenta disamina della predetta documentazione civile e militare, nonché le ordinanze della Guardia Costiera, emerge che da San Benedetto del Tronto a Venezia è tutto un pullulare di poligoni militari nazionali ed internazionali, attivi ed operativi tutto l’anno. Peraltro, al largo fra Pescara e Porto San Giorgio si estende una gigantesca zona militarizzata, a forma di quadrilatero, utilizzata per i giochi alleati di guerra.
Conseguenze? Danni ambientali e sanitari a carico di esseri viventi ed ecosistemi naturali. I più esposti e i primi a pagare con la vita e spesso con la malattia sono i pescatori e tante loro barche sono state affondate nel corso di impuniti giochi di guerra, come nel caso del peschereccio Rita Evelin di San Benedetto del Tronto, colato a picco con mare calma piatta e buona visibilità al traverso di Porto San Giorgio, la mattina del 26 ottobre 2006. Dopo quasi 20 anni il relitto ancora giace sul fondale ad 80 metri nonostante lo sperpero di quasi 1 milione di euro (denaro pubblico); e i tre pescatori assassinati non hanno avuto giustizia. Nell’Adriatico: la prima barca a risultare inabissata a causa delle conseguenze della guerra è stata la Anna di Fano che esplose l’8 gennaio 1950. Non si salvò nessuno dei nove marinai e fu ritrovato soltanto il corpo di un giovane pescatore.
Bonifiche? Inesistenti nell’Adriatico centro-settentrionale, sia nel mare delle Marche che in quello romagnolo, veneto e friulano. Dopo le altisonanti promesse governative, i nostrani esecutori di ordini atlantici hanno mandato in onda operazioni di mera facciata.
Eppure, la Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio datata 17 giugno 2008 al punto 3 parla chiaro:
«L’ambiente marino costituisce un patrimonio prezioso che deve essere protetto, salvaguardato e, ove possibile, ripristinato al fine ultimo di mantenere la biodiversità e preservare la diversità e la vitalità di mari ed oceani che siano puliti, sani e produttivi. A tale proposito la presente direttiva dovrebbe, fra l’altro, promuovere l’integrazione delle esigenze ambientali in tutti gli ambiti politici pertinenti e costituire il pilastro ambientale della futura politica marittima dell’Unione europea».
Post scriptum
Durante le due guerre mondiali, che hanno interessato l’Italia nel secolo scorso, si può stimare che sul nostro territorio nazionale siano state sganciate circa 378.900 tonnellate di bombe. A seguito delle campagne di risanamento del territorio, effettuate dalle sezioni di rastrellamento bombe e proiettili, costituite presso i Comandi Militari Territoriali tra il 1946 e il 1948, è stato rinvenuto un cospicuo numero di ordigni, che le forze militari considerano pari a circa il 60 per cento dei potenziali ordigni inesplosi disseminati su tutta la nostra area geografica. Si valuta, pertanto, in base a tali dati, che sul nostro territorio ci siano, attualmente, ancora 15 mila tonnellate circa di ordigni inesplosi. L’entità del fenomeno è tale da far sì che ogni anno in Italia vengano rinvenuti casualmente circa 60 mila ordigni bellici.
Riferimenti:
Gianni Lannes, Italia USA e getta, Arianna editrice, Bologna, 2014.
Gianni Lannes, Bombe a… mare; Nexus edizioni, Battaglia Terme, 2018
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