di Gianni Lannes

Crimini di guerra contro l’umanità e l’ambiente, compiuti per colpire a distanza di tempo. Non solo stragi di civili che non hanno mai avuto giustizia, ma pure un gravissimo inquinamento del Mare Adriatico, grazie all’affondamento nell’estate del 1944, dell’arsenale fascista di armi chimiche nel mare di Pesaro, Fano, Gabicce e Cattolica. Impossibile negare l’evidenza dopo l’attuale rinvenimento su bassi fondali.
Ragion di Stato, contesto internazionale, equilibri geopolitici, ingerenze politiche e dei servizi segreti; da ultimo il patto d’acciaio siglato da Merz e Meloni (che non risponde ad un’interrogazione parlamentare datata 25 luglio 2025, relativo alle 100 mila bombe speciali gettate in Adriatico dal Sonderkommando Meyer). L’azione penale contro i criminali e i crimini tedeschi compiuti in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale è stata influenzata e bloccata da questi, e forse da altri fattori. Il risultato è che la Germania non ha mai risarcito le migliaia di vittime civili di stragi e crimini compiuti dai nazisti durante l’occupazione del nostro Paese.
Un conto in sospeso, con una storia giuridica travagliata, che parte dagli accordi tra Italia e Germania al vertice di Trieste del 2008, smaccatamente a favore dei tedeschi. Dopo l’incontro tra la Cancelliera Merkel e l’allora Primo Ministro Berlusconi, la Germania si impegnò a finanziare eventi culturali e monumenti, ma non a risarcire gli eredi delle vittime delle stragi naziste, nonostante la Cassazione quello stesso anno avesse stabilito che si poteva condannare lo stato tedesco e l’anno prima, nel 2007, una villa di proprietà tedesca era stata sottoposta a ipoteca.
Quando in Italia si cominciò a fare sul serio, fu allora che la Germania si rivolse alla Corte Internazionale di giustizia, lamentando che l’immunità dello Stato era stata offesa. Nel febbraio del 2012 l’Aja ribadì l’immunità della Germania secondo il diritto internazionale. L’Italia ha recepito quella sentenza con la Legge 14 gennaio 2013, numero 5.
Eppure su questa norma, il Tribunale di Firenze ha sollevato il dubbio di costituzionalità e la Corte Costituzionale lo ha accolto. Per la Corte, e per l’allora presidente Giuseppe Tesauro, le norme che impediscono ad un giudice italiano di accertare eventuali responsabilità di un altro Stato per violazioni gravissime come i crimini di guerra, o quelli contro l’umanità, commesse nel territorio italiano a danno di cittadini italiani, sono incostituzionali in quanto non rispettano gli articoli 2 e 24 della Costituzione, sulla tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e sul diritto alla difesa.
Con la sentenza numero 238 del 2014 la Corte Costituzionale ha reso illegittima la decisione della Corte dell’Aia. Da allora poco o nulla si è mosso; o meglio: nulla si è mosso a favore dei famigliari e degli eredi delle vittime, nonostante i numerosi processi penali e civili si siano conclusi in loro favore, stabilendo il loro diritto ad essere risarciti.
Si parla di cifre che si aggirerebbero intorno ai 100 miliardi di euro, per i principali crimini nazisti tra il 1943 e il 1945. A sentirli sembrano numeri enormi, eppure si tratta di una cifra arrotondata per difetto: è una cifra che comprende insieme i morti nelle stragi e quelli nella deportazione, che chiamammo “deportati non tornati” per distinguerli dai deportati che tornarono, ma morirono prematuramente in Italia, per lo sfinimento, e che richiederebbero un calcolo ulteriore. Questo senza tener conto di tutto il resto; feriti, saccheggi, e così via.
Finora la Germania non ha adempiuto alle sentenze emesse nel nostro Paese, che invece imporrebbero il pagamento. Ma com’è possibile, soprattutto dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale? È una questione delicata, poco chiara, in cui entra in gioco anche l’Avvocatura di Stato. Quest’ultima, fino al vertice del 2008 a favore delle vittime, avrebbe cambiato rotta spalleggiando il governo tedesco.
Almeno finora, l’inaccessibilità sia la parola chiave dell’intera vicenda. A cominciare dall’”armadio della vergogna”, che custodiva le più atroci azioni compiute dai militari tedeschi contro la popolazione civile italiana, scoperto dal giornalista Franco Giustolisi e poi preso in carico solo nel 1994 dal giudice Antonino Intelisano, all’epoca pubblica accusa nel processo Priebke, nella cancelleria della procura militare di Palazzo Cesi-Gaddi a Roma.
Giaceva “mimetizzato”, con le ante rivolte verso la parete, da decenni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e venne allo scoperto solo quando la Guerra Fredda era finita. Dietro a quel peggio indicibile c’era il giudice militare Enrico Santacroce, almeno dal 1958 al 1974 in veste di procuratore generale; in questa veste è responsabile dell’archiviazione dei fascicoli relativi ai crimini di guerra tedeschi in Italia. Suo figlio Giorgio, invece, è assurto alle cronache negli anni ’80 per aver insabbiato in veste di pubblico ministero l’indagine sulla “strage di Ustica”, estromesso dall’incarico, ma premiato con la carica di primo presidente della Cassazione.
Allo stesso modo sembrerebbero inaccessibili, oggi, le motivazioni che spingono l’Avvocatura dello Stato a muoversi contro i cittadini prendendo la difesa di Berlino nelle cause civili contro la Germania.
È evidente che ormai, per ragioni legate all’età, le condanne nei confronti dei singoli non potranno più essere eseguite. Ma questo non vale per il diritto degli eredi a veder riconosciuto il giusto risarcimento. Sono migliaia i casi, come numerose sono le stragi di cui non si parla: c’è l’imbarazzo della scelta, Uno dei casi due si è parlato meno è la strage di Padule di Fucecchio, il 23 agosto del 1944: 174 morti, la più piccola di quattro mesi.
Ma ce ne sono molte altre, come ad esempio quella in Abruzzo a Bussi sul Tirino: l’eccidio di 10 partigiani risalente al 14 dicembre del 1943, prima torturati dai nazitedeschi nella fabbrica di iprite della Dinamite Nobel a Bussi Officine, dove si prduceva l’iprite utillizzata nel 1935 per il bombardamento dei civili in Etiopia; ordigni nascosti poi in alcune gallerie ferroviarie sotto Urbino. Ma questa è un’altra storia. Il 13 dicembre del ’43, Chieti fu tappezzata da manifesti che riportavano, in lingua italiana e tedesca, la sentenza di morte pronunciata dalla Corte Marziale tedesca di Bussi sul Tirino contro 10 partigiani, 6 dei quali teatini, catturati con altri giovani, grazie alla collaborazione con gli invasori nazisti del fascista repubblichino Pietro Caruso, già complice dei gerarchi Erich Priebke ed Herbert Kappler, nell’eccidio delle Fosse Ardeatine di Roma. I 10 eroici combattenti per la libertà – il maggiore Salvatore Cutelli, il capitano Menotti Guzzi, il tenente Marcello Mucci, il sottotenente Leonida Mucci, il tenente Vittorio Di Carlo, il tenente Giuseppe Viola, il dottor Luigi Colazilli, il professor Domenico Cerritelli, Pietro Falco ed Eugenio Bruno, gli ultimi 6 di Chieti – furono fucilati su un’altura a ridosso di una cava, poi fatta saltare in aria per cancellare le tracce dell’eccidio. Rifiutarono di essere bendati e, stando alle dichiarazioni di un maresciallo tedesco, morirono tutti gridando «W l’Italia». Nessuno militare del Terzo Reich è stato mai processato.
Il Belpaese è disseminato di stragi, e cominciano persino prima della caduta del fascismo. Le violenze tedesche a livello non stragista cominciano ancora prima, già nel 1942: prepotenze, stupri, saccheggi.
Possono, ancora oggi, le ragioni politiche e diplomatiche ostacolare e addirittura opporsi alle istanze risarcitorie? Come fanno i capi di Stato e di Governo a fare finta di niente? Ricordare non basta, ma occorre comprendere la storia nota e ignota. Il compito del giornalismo investigativo, libero e indipendente, è quello di portare alla luce la verità.
Riferimenti:
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2023/159
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2014/238
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