
di Gianni Lannes
Nei mari d’Italia (Adriatico e Tirreno, in particolare dinanzi a Pesaro e al largo di Ischia e Bari), come attestano i riscontri ufficiali, giacciono migliaia di armi chimiche (affondate da nazitedeschi e statunitensi nel 1944 e nel 1945), ordigni di varia tipologia imbottiti soprattutto di iprite e arsenico: due sostanze cancerogene letali per l’ambiente e la vita umana. La situazione è sepolta da un segreto di Stati alleati. Si tratta di un gravissimo rischio per l’ambiente e la salute, ripagato dall’indifferenza totalitaria e sprezzante dei governanti tricolore.

Durante la XVI legislatura sotto il governo Berlusconi gli atti parlamentari ispettivi in materia non hanno mai avuto risposta, se non menzognera dell’allora ministro Ignazio Benito La Russa (promosso per meriti partitocratici a capo del Senato) e dell’omologo Giampaolo Di Paola (smentito dagli atti governativi risalenti al 20 novembre 1951). Nel 2015 il sindaco di pesaro Matteo Ricci scrive al ministro della Difesa chiedendo prove di quanto asserito sulla presunta bonifica marina, ma a tutt’ggi, da Roma non è mai pervenuta una risposta.
Stessa solfa evasiva nella XIX legislatura in corso dall’insediamento nell’ottobre 2022 di Giorgia Meloni. Tre mesi fa, altrattante interrogazioni parlamentari non hanno avuto risposta e visto l’andazzo, probabilmente mai ne avranno, in barba alla trasparenza amministrativa sancita dal decreto legislativo 33 del 2013, e in violazione della Convenzione di Aarhus (ratificata dalla legge 16 marzo 2001, numero 108). Insomma, la cortigiana nostrana latita.



L’attuale inquilina pro tempore di Palazzo Chigi elude sistematicamente tutte le questioni più importanti per la popolazione italiana, a partire dalle mancate bonifiche ambientali di matrice bellica, al pari del ministro al ramo di guerra tale Crosetto. Quanto al governatore neofascista delle Marche: Acquaroli interpellato a più riprese sulla delicata problematica non si è mai fatto vivo.
Eppure l’Italia ha ratificato la convenzione sulla proibizione delle armi chimiche nel 1995 con la legge 496, poi modificata ed integrata dalla legge 4 aprile 1997, numero 93. Le due normative hanno identificato nel Ministero degli affari esteri l’autorità nazionale tenuta a sovrintendere e coordinare le complesse misure per l’applicazione della convenzione e del trattato sul territorio nazionale. Infatti, l’Italia ha ratificato la convenzione del 31 gennaio 1993 di Parigi sulla proibizione dello sviluppo, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione. Inoltre, mediante il decreto del Presidente della Repubblica numero 289 del 16 luglio 1997 si individua nel Ministero della difesa e per esso nello stabilimento militare materiali difesa (Nbc) di Civitavecchia, l’ente preposto al recupero, immagazzinaggio e distruzione delle armi chimiche obsolete e/o abbandonate già detenute e di quelle rinvenute, secondo le procedure, le modalità e le scadenze previste nelle disposizioni della convenzione.
L’atto interministeriale del Ministero degli affari esteri, numero 751 del 15 giugno 1998 ha ratificato l’accordo di impianto fra l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e la Repubblica italiana per lo stabilimento (Nbc) di Civitavecchia avente lo scopo di attuare le disposizioni della convenzione in relazione alle attività di verifica ispettiva presso gli impianti di distruzione.
Il decreto ministeriale del 26 gennaio 1998 attribuiva alla direzione generale armamenti terrestri del Ministero della difesa i compiti per quanto attiene la demilitarizzazione degli aggressivi chimici e la bonifica del territorio.
La citata convenzione sulla proibizione dello sviluppo, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, fissa in dieci anni, decorrenti dalla sua entrata in vigore (aprile 1997), il tempo necessario per provvedere alla distruzione delle armi chimiche.

Lo stabilimento Nbc ha sempre avuto tra i propri compiti di istituto quello di bonificare siti industriali militari e civili dismessi, depositi munizioni ed aree non demaniali e nel corso delle attività sono stati recuperati ingenti quantitativi di aggressivi chimici (iprite, fenildicioroarsina fosgene, lewisite, adamsite, difenilcloroarsina) e di proiettili di artiglieria a caricamento chimico di vario calibro; tali materiali per decenni sono stati accantonati presso il comprensorio militare di Santa Lucia di Civitavecchia, nell’area dell’ex poligono chimico militare, sede dello stabilimento.
A partire dagli anni Ottanta, in vista della stipula della convenzione, il Ministero della difesa ha avviato una serie di studi e di sperimentazioni per individuare metodologie e procedimenti che consentissero di distruggere le armi chimiche recuperate, nel rispetto dei vincoli posti dalla convenzione e dalle leggi nazionali in materia di salvaguardia ambientale e di tutela del personale preposto alle lavorazioni; detta attività si è concretizzata nel corso degli anni nella costituzione di un’area industriale, dislocata all’interno del comprensorio di Santa Lucia comprendente una serie di impianti realizzati ad hoc.
All’epoca l’interesse del Ministero della difesa e del Ministero degli affari esteri per tale attività hanno consentito di conseguire alcuni prestigiosi risultati, quali: il completamento della distruzione di 130 tonnellate di iprite entro il marzo 1997 e quindi prima dell’entrata in vigore della convenzione (questo risultato è stato di particolare interesse per le autorità politiche, in quanto ha evitato che l’Italia dovesse dichiarare il possesso di una così consistente quantità di un aggressivo chimico considerato tra i più pericolosi fra quelli esistenti); l’avvio delle attività di distruzione di adamsite, fosgene e proiettili a caricamento chimico ed il loro svolgimento secondo i programmi fissati in sede internazionale come verificato nel corso di ispezioni annuali disposte dalla organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), l’organismo internazionale con sede all’Aia che sovrintende alla applicazione delle regole della convenzione.
Tuttavia, a partire dalla seconda metà del 1998, in conseguenza della emanazione del decreto-legge 28 novembre 1997, numero 459 e del decreto ministeriale 20 gennaio 1998, riguardante la riorganizzazione dell’area tecnico-industriale della difesa, lo stabilimento Nbc al pari di altri enti è stato posto tra quelli di minore interesse per l’amministrazione e da quel momento, in vista di una sua dismissione, sta subendo un processo di «anemizzazione» attraverso una drastica riduzione sia delle risorse finanziarie che di quelle relative al personale.
Il protrarsi di un tale intendimento da parte delle superiori autorità militari e politiche, ha avuto conseguenze del tutto negative circa le attività dello stabilimento nel settore specifico della distruzione delle armi chimiche; tanto più che alla fine del 1999, nell’area di una fabbrica ormai dimessa ma adibita nel passato allo sconfezionamento di ordigni bellici, sita nel comune di Spilimbergo (Pordenone), sono stati rinvenuti e trasportati a Civitavecchia circa 40.000 proiettili a caricamento chimico, per la cui distruzione, nei tempi previsti dalla convenzione, occorrerebbero nuovi e consistenti investimenti finanziari e di personale.
Allo stato attuale l’Italia non sarà in grado di assolvere gli impegni assunti, in sede internazionale con la ratifica della convenzione sul bando delle armi chimiche, proprio in un settore per il quale invece si era posta in posizione di avanguardia e il materiale in deposito presso lo stabilimento non sarà smaltito prima del 2047. Nel frattempo, il predetto impianto militare è stato sequestrato dall’Autorità giudiziaria. Il termine prescritto dalla citata convenzione è scaduto nell’anno 2007.
Riferimenti:
Gianni Lannes, Bombe a…mare, Nexus edizioni, Battaglia Terme, 2018.
https://www.mase.gov.it/portale/convenzione-di-aarhus-informazione-e-partecipazione
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