
di Gianni Lannes
Una volta il Nobel non era un premio internazionale, ma designava un famigerato produttore svedese di armi, o meglio di esplosivi, inclusi i pericolosi aggressivi chimici, banditi dalla Convenzione di Ginevra del 1925.
La propaganda di regime non sempre riesce ad occultare l’incandescente realtà. Ai giorni nostri: il passato coloniale con cui le sorelle Meloni e i camerati tricolore non hanno mai fatto i conti, a partire dalla fiorente produzione di armi chimiche, nascoste per esempio sotto Urbino in alcune gallerie ferroviarie (per ordine del duce nel 1939) ed affondate dai nazi-tedeschi nell’Adriatico (estate 1944), dove albergano ancora oggi, a 12 metri di profondità (al largo di Pesaro, Fano, Gabicce, Cattolica, Ortona).

Mussolini che lancia bombe a gas asfissianti in un campo della periferia romana. È un filmato Luce del 1936: la documentazione di un’esercitazione militare durante la guerra d’Etiopia. Nella trasposizione italiana di ciò che avveniva quotidianamente in Africa centrale, il duce fascista dà, ancora una volta, l’esempio ai camerati. Il filmato non è solo una nota di colore, inserito in un bel programma di Massimo Sani (scomparso il 21 luglio 2018), con la consulenza storica di Angelo Del Boca che la Rai ha trasmesso nella preistoria (anno 1985).
“L’impero, un’avventura africana” è la storia dell’aggressione fascista all’Etiopia, dall’incidente di Ual-Ual (1934) alla conquista di Addis Abeba. Un programma – come si realizzavano una volta – ricco di documenti e testimonianze che confermano l’uso dell’iprite, il gas tossico (cancerogeno) che le truppe di Graziani e Badoglio usarono massicciamente contro l’inerme popolazione civile, per avere ragione della resistenza etiopica.
L’uso delle armi chimiche italiane, prodotte dalla Dinamite Nobel e dalla Montecatini (in particolare in Abruzzo a Bussi sul Tirino), è raccontato da Michael Imrù – figlio di ras Imrù, uno dei capi delle truppe abissine – dal giornalista Sorrentino Lamberti, da ufficiali italiani che parteciparono al conflitto. Non li nega nemmeno Angelo Lessona, allora ministro italiano per le colonie, che si limita a minimizzarne la portata. L’ex esponente del governo fascista, affatto pentito della sua macabra storia – di fronte alle incalzanti domande di Del Boca – spiega che Mussolini riteneva che la Svezia stesse per fornire l’esercito del Negus di armi chimiche e che per questo decise di giocare d’anticipo. «Ma solo in casi eccezionali – precisò Lessona – Perché noi vincemmo al guerra senza i gas». L’impresentabile Lessona sembra quasi imbalsamato, si sottrae a ogni confronto con gli altri testimoni, alla fine è una patetica figura che si ravviva solo per ricordare l’entrata in Addis Abeba, a fianco di Badoglio, «in automobile – precisa – non a cavallo come racconta il mio amico Montanelli” (quell’osannato pennivendolo toscano che all’epoca stuprava bambine; uno che in seguito diffamò a pagamento sulle paginette del Corsera anche Enrico Mattei).
Sull’uso dei gas – sparsi dagli aerei militari italiani che alternavano armi convenzionali a quelle chimiche per distruggere ospedali e villaggi – non ci sono dubbi.
Il programma di Sani lascia solo aperta una questione su cui gli storici si interrogano da anni, il peso militare dei gas nella vittoria militare italiana. Ma l’iprite venne usata in grandi quantità, non solo sulle truppe nemiche ma anche sui civili, colpendo pesantemente il territorio, come nel casi dei pozzi d’acqua avvelenati. Pochi dubbi anche sulla qualità aggressiva della politica italiana nei confronti dell’Etiopia – con la ricerca perenne del casus belli prima dell’esplosione del conflitto – come sulla portata dell’aggressione bellica.
«Fu una guerra fatta con imponenti mezzi per l’Italia di allora» afferma lo storico Giorgio Rochat, ricordando i numeri: 330.000 soldati italiani – più i reggimenti degli ascari, la marina e soprattutto la regia aeronautica – 14.000 automezzi, 350 aerei. Come risulta anche dai racconti dei testimoni, il motivo principale erano le terre da conquistare, uno spazio da occupare che attraeva fortemente molti poveri contadini italiani. Quegli stessi che pochi anni dopo ripresero la via del mare sulle navi- ospedale per essere rimpatriati, dopo che le truppe inglesi avevano messo fino all’avventura italiana in Africa orientale e, con essa, a quell’impero sul quale l’immarcescibile retorica mussoliniana aveva promesso non sarebbe mai tramontato il sole.
Riferimenti:
https://www.raiplay.it/video/2025/09/Nascita-di-un-impero-78037ddd-53a3-4ddd-8f3a-63ad69447037.html
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