ITALIA: UN MARE DI BOMBE PERICOLOSE E INQUINANTI

di Gianni Lannes Ecco un’ecatombe volutamente nascosta. Insomma un altro tabù o buco nero. Tema sempre d’attualità: omertà di Stato tricolore, o meglio di alcuni governi, in particolare gli esecutivi Berlusconi e Meloni, legati da un filo nero. Infatti sia Berlusconi che la Meloni hanno osservato il silenzio in merito agli esplosivi atti di sindacato…

di Gianni Lannes

Ecco un’ecatombe volutamente nascosta. Insomma un altro tabù o buco nero. Tema sempre d’attualità: omertà di Stato tricolore, o meglio di alcuni governi, in particolare gli esecutivi Berlusconi e Meloni, legati da un filo nero. Infatti sia Berlusconi che la Meloni hanno osservato il silenzio in merito agli esplosivi atti di sindacato ispettivo sulle armi chimiche. Tutti i politicanti sanno ma nessuno osa fiatare o intervenire. La sudditanza internazionale a Washington e Berlino è indiscutibile.

L’Italia, tuttavia, al pari di tante altre nazioni, ha ratificato la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche con la legge numero 496 del 1995, poi modificata ed integrata dalla legge 4 aprile 1997, numero 93; tali leggi di ratifica hanno identificato nel Ministero degli affari esteri l’autorità nazionale tenuta a sovrintendere e coordinare le complesse misure per l’applicazione della Convenzione e del Trattato di Parigi (datato 1993) sul territorio nazionale.

Sono numerose le località nel Belpaese in cui è dislocato un colossale arsenale di armi belliche inutilizzate nel secondo conflitto mondiale e in alcuni casi anche nei recenti conflitti avvenuti nella ex Repubblica jugoslava, in gran parte affondate nei mari Adriatico e Tirreno.



L’arsenale chimico ha origini nel programma industriale di armamento creato dal regime fascista nel 1923 (istituzione del Centro chimico militare) soltanto in minima parte utilizzato nei bombardamenti militari in Libia ed Etiopia, a cui deve aggiungersi un’ingentissima scorta (1 milione di bombe) di ulteriori ordigni speciali (proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 1925) trasferiti in Italia dagli Alleati, durante il conflitto (dicembre 1943) che alla fine delle ostilità belliche (1945) sono stati affondati e dimenticati senza occuparsi della bonifica delle aree e delle discariche create per la realizzazione e lo smaltimento post-bellico.

Ancora oggi non si riesce a stabilire con esattezza quante armi chimiche siano state prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano varato da Benito Mussolini all’inizio della guerra, prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare 30 mila tonnellate di gas ogni anno. I documenti britannici recuperati a Londra – decine di file con rapporti segreti, relazioni diplomatiche, verbali di riunioni del Governo, minute di interventi di Winston Churchill e altri atti riservati che riguardano un periodo dal 1923 al 1985 – sostengono che si possa trattare di una quantità «tra le 12.500 e le 23.500 tonnellate prodotte ogni anno».

Oltre alle località quali il lago di Vico, Molfetta, Colleferro, Ischia, Pesaro; Fano e Cattolica in cui la presenza dei residuati bellici e delle pericolosissime sostanze chimiche in essi contenute è certificata e censita dai numerosi studi e dalle indagini di natura batteriologica effettuate nel tempo sui siti e dai rapporto di Unep (Onu) e Commissione europea (Ambiente), ci sarebbero invece ancora molteplici località da Nord a Sud da aggiungere alla lista dove sarebbe riscontrabile la presenza, interrata o inabissata, di ulteriori ordigni bellici.

Dai dati ufficiali in possesso derivanti dalle indagini effettuate dalle autorità competenti e denunciate dai vari comitati di cittadini e di associazioni creati nel tempo per denunciare il rischio derivante dal fenomeno è stata stimata la presenza di migliaia di ordigni sul versante centro meridionale Adriatico con punte di 1 milione di bombe non convenzionali nel Golfo di Manfredonia, più di 20 mila ordigni solo nelle vicinanze del porto di Molfetta e nella vicina Torre Gavetone, 13.000 proiettili, ordigni chimici contenenti lewisite e fosgene e circa 400 barili contenenti iprite dislocati nel Golfo di Napoli, mentre sono più di 4000 gli ordini all’iprite e 84.000 tonnellate di testate all’arsenico presenti nei fondali marini antistanti Pesaro.

Queste armi ancora oggi rappresentano un reale e consistente rischio per lo stato dei terreni e dei fondali marini dove giacciono e conseguentemente per la salute dei cittadini che vivono nelle aree adiacenti ai siti contaminati, in quanto essendo state progettate per essere invisibili, per portare morte e malattie incurabili, per resistere decenni mantengono ancora oggi i loro poteri velenosi, soprattutto quelle in cui è accertata la presenza di arsenico, sostanza altamente tossica e contaminante, che come è stato dimostrato da esami tossico-sanitari si è disperso nel suolo colpendo in particolare le acque del lago di Vico e larghi spazi di territorio del comune di Melegnano, nel Milanese, luoghi in cui sono sorti nel passato e sono stati insedianti i più grandi stabilimenti produttivi finalizzati alla produzione di materiale bellico.

Tre lustri fa è stato costituito un coordinamento nazionale per il monitoraggio e la bonifica dei siti contaminati che include i numerosi comitati di cittadini e le associazioni che si ritengono vittime innocenti dell’inquinamento derivante dallo smaltimento delle armi chimiche denunciando in particolare le armi chimiche, smaltite in modo legale, o illegale, nel Paese soprattutto subito dopo la fine del seconda guerra mondiale; il Comitato, inoltre, ha chiesto un’approfondita campagna di individuazione di ulteriori aree di smaltimento non ancora precisamente individuate ma di cui si ha notizia certa negli archivi militari, e il monitoraggio sanitario e ambientale sui cittadini e sui loro territori.

Molte sono le fabbriche come la Dinamite Nobel a Bussi sul Tirino, Piano d’Orta e Pratola Peligna, che nel tempo, grazie al segreto di Stato e militare, hanno scaricato i loro rifiuti più pericolosi nei fiumi, nei laghi, nei terreni, nelle riserve idriche e numerosi gli impianti mai bonificati che costituiscono veri e propri scheletri tossici disseminati nel Paese rappresentando un gravissimo pericolo per la salute potendo lentamente liberare i loro veleni.

Con il nuovo codice dell’ordinamento militare, (decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66), la normativa riferita alle bonifiche dei campi minati e degli ordigni bellici (decreto legislativo luogotenenziale 12 aprile 1946, n. 320) è stata abrogata dall’articolo 2268 con la conseguenza che è sorta la necessità di individuare il soggetto istituzionale che deve eseguire le verifiche nei cantieri di lavoro ed effettuare gli interventi di bonifica degli ordigni bellici al fine di garantire l’incolumità dei lavoratori, la salute e la sicurezza pubblica.

Nel 2011 Antonio Di Pietro insieme ad altri onorevoli interrogò invano il governo italiano:

“in alcune località afflitte dal medesimo problema (Molfetta, a titolo esemplificativo) – dopo anni di richieste – sono finalmente iniziate le operazioni di rimozione degli ordigni chimici presenti nei fondali e di bonifica straordinaria a cura dei Ministeri interrogati; ad una precedente sollecitazione del sindaco di Pesaro, Luca Ceriscioli, risalente al 10 marzo ed al 30 aprile 2010, il Ministero della Difesa interessato – con propria nota n. 2010/2/28833/6-4-2 del 21 giugno 2010 – ha risposto sostenendo che «non risultano in epoca recente testimonianze di ordigni bellici con caricamento all’iprite nelle acque antistanti il litorale marchigiano»; come invece risulta oggi dalla ricerca documentale condotta dal national archives di Londra, finalmente resa disponibile, tali ordigni effettivamente ci sarebbero e, alla luce delle nuove informazioni, le coordinate delle bombe chimiche depositate nell’alto mare Adriatico risulterebbero essere le seguenti: 43o,59′,05″ N, 12o,45′ E e 43o, 59′, 25« N, 12o, 50′ E (all’altezza della costa tra Misano e Cattolica); 43o, 55′, 00» N, 13o, 00′ E e 43o, 53′, 30″ N, 13o, 00′ E (tra i tratti di costa compresi tra Pesaro e Fano) -: se i Ministri interrogati siano al corrente di tale grave situazione per l’incolumità pubblica e quali iniziative intendano sin da subito assumere per procedere dapprima alla concreta individuazione e quindi alla definitiva rimozione dei pericolosi ordigni chimici presenti nei fondali dell’alto mare Adriatico”.

Il 16 febbraio 2010, l’allora ministro della Difesa Ignazio Benito La Russa (attualmente a capo del Senato) confermò e promise alla lettera:

“Il Governo ha sempre riservato grande attenzione alla questione relativa alla distruzione delle armi chimiche presenti sul territorio nazionale impegnandosi, in modo fattivo, ai fini dell’attuazione delle disposizioni contemplate dalla Convenzione di Parigi del 1993, con particolare riguardo all’obbligo di rispettare i termini temporali previsti”. A tutt’oggi, questa promessa non è stata minimamente mantenuta.

Riferimenti:

https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1995-11-18;496!vig=

https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1997;93

https://shop.nexusedizioni.it/blogs/casa-editrice/bombe-a-mare-immersione-in-un-inferno-nascosto

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  1. BOMBE SPECIALI: UNA, NESSUNA E CENTOMILA NEL MARE DI PESARO – Gianni Lannes

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