
di Gianni Lannes
Nella notte tra il 21 e il 22 giugno 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato un attacco aereo contro i siti nucleari iraniani di Fordo, Natanz e Isfahan. Gli Usa entrano così ufficialmente in guerra al fianco di Israele. Trump ha dichiarato, in un discorso alla nazione, di voler solo fermare il programma nucleare iraniano e non di voler favorire un cambio di regime, come invece esplicitamente affermato da Israele.
Ormai è fin troppo chiaro: l’accusa infondata rivolta all’Iran di sviluppare la bomba atomica – è semplicemente inconsistente, come ha più volte, seppur tardivamente confermato il direttore dell’Aiea Rafael Grossi. Ciò fa crollare tutta l’impalcatura propagandistica israelo-americana, relativa alla legittimazione dell’aggressione militare in corso.

Purtroppo, in tal modo, l’Italia (Ghedi, Aviano, Vicenza, Livorno, Sigonella), dove gli Usa hanno depositato un gigantesco arsenale nucleare in violazione della Costituzione repubblicana e del Trattato di non proliferazione, diviene un obiettivo militare a tutti gli effetti. La conferma ufficiale è giunta dal governo Meloni (che in merito non risponde agli atti parlamentari di sindacato ispettivo): infatti la sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti ha confermato la presenza in Italia di armi nucleari United States of America il 12 luglio 2023.

Nel mese di aprile 2023 un aereo C-17 Globemaster proveniente dagli Stati Uniti ha trasferito trenta nuove testate nucleari B61-12, per sostituire le vecchie B61-11, nelle basi Nato di Ghedi (Brescia), di Aviano (Pordenone) e di Incirlik in Turchia. Si tratta dell’ultima fase del piano di rinnovamento dell’arsenale nucleare statunitense su territorio europeo, nel contesto del programma Nato di condivisione nucleare tra Belgio, Germania, Olanda, Italia, Turchia e Stati Uniti.
Le testate nucleari B61-12 rappresentano una versione tecnologicamente più avanzata di quelle attualmente dislocate sul continente europeo, con una potenza regolabile da 0,3 a 50 kilotoni che possono esplodere anche sotto la superficie terrestre, aumentando la loro capacità distruttiva contro obiettivi sotterranei, fino a raggiungere l’equivalente di un’arma a scoppio in superficie con una resa di 1.250 kilotoni: circa 83 bombe come quelle usate a Hiroshima.
Nelle aerobasi militari di Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone) sono stoccate 45 bombe termonucleari, sotto il controllo statunitense, facendo dell’Italia il Paese Nato con il maggior numero di testate nucleari Usa in Europa e l’unico Stato europeo a disporre di due basi operative nell’ambito della condivisione nucleare della alleanza. Ghedi partecipa alle esercitazioni nucleari Nato Steadfast Noon e dal 1991 partecipa alle principali missioni belliche Usa e Nato, configurandosi come un obiettivo militare altamente sensibile, come lo stormo Usaf «Liberty Wing» di Aviano. A seguito del conflitto russo-ucraino, la base è entrata in Force Protection Condition «Bravo», dal 2024 il livello di allerta è stato innalzato a «Charlie»: rischio imminente di attacchi terroristici. Il Nuclear Weapons Ban Monitor 2024, informa che le nuove bombe termonucleari B61-12 erano già in Europa. Aviano ne stoccherebbe circa 30 unità, Ghedi circa 15 unità. Questa base ospita 30 nuovi caccia F-35A a capacità nucleare.
Tale concentrazione pone gravi interrogativi sulla sicurezza della popolazione locale, soprattutto in caso di esplosioni accidentali, attacchi terroristici o bombardamenti. In conformità con l’ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri numero 3274 del 2003, la delibera della giunta regionale della Lombardia 2129 del 2014 classifica l’area di Ghedi come zona sismica 2, dove possono verificarsi forti terremoti. Greenpeace ipotizza che, in caso di incidente nucleare, le vittime tra i cittadini potrebbero variare tra i 2/10 milioni; il Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari, articolo 182 del decreto legislativo 101 del 2020, aggiornato il 9 marzo 2022 e recepito a livello provinciale nel 2024, disciplina unicamente le misure da adottare in caso di incidenti in impianti nucleari «oltre frontiera», non contempla scenari di emergenza nelle basi italiane. La regione Lombardia, con delibera 1237 del 2023, ha istituito 30 microdepositi per lo stoccaggio di compresse di ioduro di potassio, utili per proteggere la tiroide dall’assorbimento di iodio radioattivo, ma inefficaci in caso di reazione nucleare incontrollata. A novembre 2024, la direzione generale welfare della regione ha organizzato un corso di formazione per operatori pubblici sulle procedure per le emergenze radiologiche e nucleari, rendendo ancora più concreta la preoccupazione per un possibile attentato a Ghedi.
Molteplici realtà pacifiste e antimilitariste locali si sono mobilitate per chiedere la rimozione delle armi nucleari in Italia, depositando alla procura della Repubblica del tribunale di Roma – il 2 ottobre 2023 – una denuncia per chiedere l’accertamento di responsabilità, anche in sede penale per la violazione di norme internazionali e nazionali, come il Tnp – Trattato di non proliferazione e la legge n. 185 del 1990. Tra le più attive nel Bresciano vi sono le associazioni «Donne e Uomini Contro la Guerra» e il «Centro Sociale 28 Maggio». 56 Enti locali della provincia hanno chiesto la firma del Tpnw. Iniziative analoghe sono state fatte anche per Aviano.
Il 28 gennaio 2025, i ricercatori del Bulletin of the Atomic Scientists hanno posizionato l’Orologio dell’Apocalisse a soli 89 secondi dalla mezzanotte, indicando il massimo livello di rischio nucleare dalla sua creazione.
L’articolo 11 della Costituzione sancisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Perché il Governo Meloni non avvia il processo di adesione dell’Italia al Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpnw), e comunque adotta le iniziative di competenza più adatte al fine della rimozione delle bombe termonucleari presenti nelle basi di Ghedi e Aviano, in maniera tale da garantire la sicurezza della popolazione, sostenendo la rapida definizione di piani di emergenza contro il rischio radiologico e nucleare dovuto alla presenza di armi nucleari, assicurando la massima informazione alle popolazioni interessate?

La presenza delle basi sottoposte al regime Nato e delle basi Usa in Italia è regolata da una serie di accordi: per le basi Nato si fa riferimento al Trattato Nato ratificato con la legge del 1° agosto 1949 n. 465 (istitutivo della stessa Alleanza atlantica), che obbliga gli Stati membri a prestarsi mutua assistenza e accrescere la capacità di resistere a un attacco armato. Tuttavia, per la dislocazione dei comandi alleati e delle infrastrutture è necessario un accordo con lo Stato membro ospitante; per le basi Usa vigono l’Accordo bilaterale sulle infrastrutture (Bia), stipulato tra Italia e Stati Uniti il 20 ottobre 1954, e il Memorandum d’intesa tra il Ministero della difesa della Repubblica italiana e il Dipartimento della difesa degli Usa del 2 febbraio 1995, che disciplina la presenza dei contingenti militari in Italia e l’uso delle basi (Shell Agreement). Entrambi sono stati sottoscritti con procedura semplificata (anziché solenne), ossia senza approvazione del Parlamento, entrando immediatamente in vigore una volta sottoscritti dai rappresentanti dell’esecutivo. Le basi Usa in Italia sono 7: Usag (Vicenza); Camp Darby (Livorno); Naval Support Activity Naples (Napoli); Naval Support Activity Naples Detachment (Gaeta); Naval Air Station (Sigonella); Ghedi Air Base (Ghedi); Aviano Air Base (Aviano). Le aree su cui insistono le basi sono state concesse dall’Italia in uso gratuito, le infrastrutture costruite sono finanziate dagli stessi Usa o direttamente dalla Nato, come le opere di manutenzione e le spese di esercizio; la sicurezza all’esterno delle installazioni viene garantita dall’Italia.
Riferimenti:
Gianni Lannes, Italia USA e getta, Arianna editrice, Bologna, 2014.
https://www.ariannaeditrice.it/prodotti/italia-usa-e-getta-epub
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