ILARIA, MIRAN E TANTI ALTRI ITALIANI: ASSASSINATI DALLO STATO ITALIANO…

Ilaria Alpi (33 anni) e Miran Hrovatin (45 anni) – foto di Raffaele Ciriello (ucciso in Palestina dall’esercito israeliano) di Gianni Lannes Io accuso lo Stato italiano. E per dirla con Pier Paolo Pasolini: “Io so e ho le prove”. Anno 2025: nel Belpaese privo di sovranità e indipendenza, vale ancora il “segreto di Stato”.…

Ilaria Alpi (33 anni) e Miran Hrovatin (45 anni) – foto di Raffaele Ciriello (ucciso in Palestina dall’esercito israeliano)

di Gianni Lannes

Io accuso lo Stato italiano. E per dirla con Pier Paolo Pasolini: “Io so e ho le prove”.

Anno 2025: nel Belpaese privo di sovranità e indipendenza, vale ancora il “segreto di Stato”. Il generale dei carabinieri Mario Mori, assurto ripetutamente alle cronache giudiziarie per il coinvolgimento diretto nella trattativa “Stato&Mafia”, un tempo al vertice del Sisde (oggi Aisi) addirittura sotto processo, avvalendosi del segreto di Stato garantito ai funzionari dell’intelligence, si è rifiutato di rivelare il nome di un testimone diretto, ovvero di chi ha ammazzato Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Lo attestano, peraltro, numerose interrogazioni parlamentari, domande che gli eterodiretti e balbettanti governi tricolore hanno sempre scansato peggio della peste. E che dire del generale Luca Rajola Pescarini, nonché del generale Carmine Fiore? Comunque, non c’è mistero che sopravviva all’emersione della verità, neanche quando molti testimoni sono stati eliminati uno alla volta. A proposito: quanti documenti sono ancora secretati?

Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e Marcello Palmisano sono giornalisti italiani e operatori dell’informazione ammazzati in Somalia su ordine delle autorità politiche, mediante un’operazione diretta e organizzata dal Sismi (servizio segreto militare italiano) a Mogadiscio, affinché non rivelassero all’opinione pubblica il traffico illegale di armi e rifiuti dallo Stato tricolore verso l’Africa. Insomma, esecuzioni in piena regola.

Nessun mistero ma qualcosa di assolutamente indicibile ancora oggi. Non è un caso, se dopo oltre tre decenni non esiste una verità giudiziaria. Il mandante è un apparato dello Stato, protetto e tutelato anche dall’estero (in virtù dei servigi resi alla CIA e al Mossad). Se Ilaria il 20 marzo 1994, avesse dato in diretta al Tg3 la notizia della sua scoperta, molto probabilmente il primo governo di “Sua emittenza” (tessera P2 numero 1816, codice E. 19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, come risulta dai documenti e dalle ricevute sequestrate ai capi della loggia del criminale Licio Gelli) con i neofascisti sdoganati Fini e La Russa non avrebbe mai visto la luce. Infatti, successivamente, fu affidato a Carlo Taormina, piazzato a capo di un’apposita commissione parlamentare, il compito istituzionale di depistare ulteriormente (però infruttuosamente) la pericolosa vicenda, inventando dal nulla una versione di comodo: una rapina (nientedimeno, sic!) dei fondamentalisti islamici. Lo sgangherato depistaggio di Taormina è stato smascherato il 18 marzo 2006 da un’inchiesta giornalistica realizzata in prima linea.

Il commercio illegale, criminale e fuorilegge di armi è il filo rosso che lega tutte questi omicidi mirati, incluso quello di Mauro Rostagno in Sicilia, alla strage del Moby Prince (10 aprile 1991: 140 vittime) nella rada del porto di Livorno e a Volpe 132: un elicottero della Guardia di Finanza con due uomini a bordo, abbattuto il 2 marzo 1994, quando era in missione per individuare una nave prossima a partire dalla Sardegna con un carico.

Da allora a tutt’oggi, nessun governo col contrassegno italiano (da Ciampi alla Meloni, passando per Prodi, D’Alema, Renzi, Draghi, Conte e ovviamente Berlusconi) ha mai detto la verità. Tant’è che giacciono inevasi in Parlamento, numerosissimi atti di sindacato ispettivo (interrogazioni e interpellanze) privi di chiarimenti o risposte.

A Merca in Somalia: domenica 22 ottobre 1995 la dottoressa Graziella Fumagalli è stata assassinata e il biologo Francesco Andreoli è stato ferito. La ricostruzione del tragico agguato prefigura un’esecuzione premeditata, come quella a Ilaria e Miran. Merca, a sud di Mogadiscio, si trova al centro della regione agricola compresa tra i fiumi Giuba e Vebi Scebeli, una zona che sembrava tranquilla, sede di un porto inattivo da anni ma dove, si alternano diverse imbarcazioni per carico e scarico; il porto di Mogadiscio, invece, è praticamente chiuso; il centro per la cura della tubercolosi, grazie all’impegno della Caritas (e di persone come la dottoressa uccisa), è diventato un punto di riferimento importante per la regione. Il corpo centrale del tubercolosario si affaccia sul porto e che da lì è agevole controllare le attività che vi si svolgono. Non sembra improbabile che Merca possa essere un nodo cruciale, un nuovo territorio di conquista, sia per quanto riguarda la situazione di conflitto esistente in quel paese, sia per il controllo commerciale (forse anche per la “guerra delle banane”) e il controllo degli aiuti internazionali. Il tragico agguato è stato l’ennesimo di una lunga serie che ha colpito italiani in Somalia. A partire dall’assassinio del vescovo di Mogadiscio Salvatore Colombo (9 luglio 1989) e prima del tragico agguato in cui Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono assassinati (mentre il nostro contingente in Somalia stava rientrando in Italia) altri sono morti in circostanze non chiare: il biologo Giuseppe Salvo, il francescano Pietro Turati, i caschi blu Pasquale Baccaro, Andrea Millevoi e Stefano Paolicchi, i paracadutisti Rossano Viscoli e Giorgio Righetti; il maresciallo del SISMI Vincenzo Li Causi; la crocerossina Maria Cristina Luinetti, il tenente Giulio Ruzzi e il telecineoperatore della Rai Marcello Palmisano (trucidato il 9 febbraio 1995).

Interconnesso al commercio fuorilegge di armi figura il traffico di rifiuti pericolosi e l’affondamento di navi a perdere su cui indagava il capitano di corvetta della Guardia Costiera Natale De Grazia, ucciso il 12 dicembre 1995, mentre era in missione diretto a La Spezia con due carabinieri.

A proposito di Italfish, Sec e dei pescherecci oceanici (donati dall’Italia grazie a fondi pubblici) come ad esemoio il 21 October II (a Livorno il 10 aprile 1991), c’è un’interrogazione parlamentare a firma di Pietro Folena (numero 3-02906 del 29 settembre 1998), addirittura sparita dal portale della Camera dei Deputati. Eccola, testualmente:

“Al Presidente del Consiglio dei ministri. – Per sapere – premesso che: il 20 marzo 1994 sono stati assassinati a Mogadiscio Ilaria Alpi e Miran Hrovatin; le circostanze di questo omicidio, come ampiamente documentato, configurano un omicidio programmato, e non certo un atto casuale di banditismo; Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano appena rientrati da un viaggio nel nord della Somalia in cui erano venuti a conoscenza di traffici illeciti che chiamavano in causa una società italo-somala nata con gli interventi della cooperazione italiana; della questione si è occupata, nella XII legislatura, la Commissione parlamentare di inchiesta sulla cooperazione; nel corso di quest’indagine è emerso, come anche ripetutamente denunciato dai genitori di Ilaria Alpi e da alcuni
giornalisti, che sono state fornite dalle autorità militari versioni contraddittorie o apertamente infondate, e che non sono stati riconsegnati alle famiglie degli assassinati materiali di documentazione di cui è stata verificata l’esistenza nelle ore successive all’omicidio; lo scorso 21 settembre 1998 il giudice per le indagini preliminari ha rinviato a giudizio su richiesta del pubblico
ministero un cittadino somalo, e a gennaio si aprirà il relativo processo -: quali iniziative il Governo abbia assunto e intenda assumere affinché sia fatta piena luce su questo omicidio, assicurando la massima trasparenza e fornendo all’autorità giudiziaria e alle parti tutti gli elementi che possono contribuire a tale obiettivo”.

Ilaria Alpi era sulle piste della flotta pagata dalla Cooperazione italiana, accusata dall’Onu di aver trasportato armi nel 1992. Il nome di Munye riappare nei file Usa.

«Perché questo caso è particolare», scriveva sul suo bloc notes Ilaria Alpi tra il 14 e il 20 marzo 1994. Era a Bosaso, nell’estremo nord della Somalia, insieme al suo operatore Miran Hrovatin. Annotava con precisione ogni cosa, spunti per interviste, domande, testi per gli stand up. E in quelle poche pagine rimaste dei suoi quaderni, poco dopo la domanda chiave che ancora oggi non trova una risposta, appariva una delle tante chiavi di volta dell’intrigo somalo. Si chiama Shifco, ed era la compagnia statale di pesca di un governo somalo ormai inesistente. Aveva un padrone, un ingegnere che l’Italia la conosceva bene, Omar Said Munye. “Mugne”, scriveva Ilaria sul bloc notes, “Munye” aveva corretto qualcuno, una sua fonte rimasta ignota.

«Sei navi, quattro sono state consegnate», proseguono i suoi appunti, scritti mentre a Bosaso la Farax Omaar, uno dei pescherecci della flotta Shifco, era fermo al largo, bloccato da pirati. L’ultimo segreto di Ilaria gira molto probabilmente qui, attorno a due nomi, la Shifco e l’ingegner Munye, e a quel peschereccio sequestrato. Ci fu una trattativa in quei giorni a Bosaso sulla sorte della Farax Omaar, e forse qualcuno pagò un riscatto; ma nessuno, fino ad oggi, ha mai spiegato cosa realmente avvenne in quei giorni di metà marzo del 1994, a una settimana dal voto che spianò la strada a Berlusconi, mentre il nostro contingente stava abbandonando la Somalia.

Solo voci, confidenze, fantasmi apparsi per qualche ora. E quel nome che tornava, Munye: lui sarebbe stato uno dei mandanti dell’esecuzione del 20 marzo 1994, secondo le fonti confidenziali della Digos di Udine, che vennero, però, messe da parte durante le indagini. Poi le conclusioni della commissione Taormina misero una pietra tombale sulla sua figura, spiegando – con una notevole dose di menzogne a buon mercato – che il viaggio di Ilaria e di Miran a Bosaso fosse una semplice vacanza al mare. In seguito il caso particolare di Ilaria riappare tra le carte che nessuno dei governi italiani poco amanti della verità ha potuto bloccare. Quattro cables diplomatici, divulgati da Wikileaks, citano direttamente Omar Said Munye e la Shifco in un elenco – del 2009 – di pirati somali, arrivato da fonti francesi. Un potere di controllo dei mari del golfo di Aden che, secondo il cablogramma partito dalla Segreteria di stato Usa, si trasformava in terrore per mantenere il monopolio della pesca.

Non è la prima volta che il nome della Shifco appare in rapporti Onu. Il gruppo di monitoraggio sulla Somalia – che si occupa del rispetto dell’embargo sull’importazione delle armi – aveva già divulgato nei primi anni 2000 un rapporto su una partita di armi polacche arrivate nel nord della Somalia nel 1992. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite quel traffico fu organizzato da Monzer Al Kassar, trafficante siriano arrestato nel 2008 dalla Dea, utilizzando le navi Shifco per il trasbordo. Un rapporto curiosamente ignorato per anni, nonostante fosse sempre stato disponibile sul sito interenet delle Nazioni unite, fino alla sua pubblicazione nel libro di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari 1994. Così il cable del 2009 aggiunge un altro pezzo per ricostruire il profilo dell’ingegner Munye.

Qual è stato il vero ruolo di Munye, che fin dai primi anni novanta manteneva rapporti strettissimi con lo Yemen, vera base del traffico d’armi verso il Corno d’Africa? E ancora, quali erano i suoi veri referenti nel nostro paese, visto che la Shifco è sempre stata, almeno dal 1991, strettamente legata a imprese italiane? Tra i documenti resi noti da Wikileaks c’è anche un lungo rapporto dell’ambasciata Usa di Roma sulla Somalia su presunte operazioni coperte dell’Italia nel Corno d’Africa. La fonte è la figlia del generale Aidid, Faduma, che insieme a un certo Franco Cannata fornì una lunga serie di informazioni riservate. Faduma è stata considerata per molto tempo un punto di riferimento nella comunità somala in esilio e, in almeno un paio d’occasioni, il suo nome è entrato nelle indagini sulla morte di Ilaria Alpi.

Ancora un precedente documentato e indimenticabile. Il 16 giugno 1997 il procuratore capo della Repubblica di Roma, Salvatore Vecchione, ha sottratto al sostituto procuratore Giuseppe Pititto l’inchiesta che questi stava svolgendo sul duplice omicidio in Somalia dei giornalisti italiani Ilaria Alpi e Miran Hrovatin; il provvedimento di revoca della designazione è intervenuto proprio mentre stavano per giungere dalla Somalia due testimoni oculari del duplice omicidio che erano stati individuati e convocati dal dottor Pititto al quale, così, è stato però impedito di sentirli. Il pubblico ministero Pititto aveva individuato ed iscritto, quale mandante del duplice omicidio, tale Moussa Bogor detto il “Sultano di Bosaso”, che aveva pure provveduto ad interrogare nello Yemen; dopo la sottrazione dell’inchiesta al dottor Pititto, la Procura della Repubblica di Roma ha richiesto l’archiviazione per il detto Moussa Bogor ed ha proceduto per il duplice omicidio nei confronti di tale Hashi Omar Hassan, del quale, all’esito delle indagini, ha chiesto il rinvio a giudizio. All’udienza del 9 luglio 1999, il pubblico ministero d’udienza ha richiesto alla Corte di assise di Roma la condanna dell’imputato alla pena dell’ergastolo; la Corte di assise, con sentenza del 20 luglio 1999, ha invece mandato assolto Hashi Omar Hassan dall’imputazione di omicidio “per non aver commesso il fatto”: la motivazione della sentenza contiene affermazioni estremamente inquietanti che gettano ombre pesanti sulla conduzione dell’inchiesta, dopo che era stata sottratta al pubblico ministero Pititto. I giudici hanno scritto infatti che il riconoscimento dell’imputato sulla cui base è stato chiesto il rinvio a giudizio, “deve ritenersi… poco affidabile”, “appare anche sospetto” e “sembra quindi non immune dall’intervento degli inquirenti”; i giudici hanno scritto, inoltre, che poiché “il caso Alpi pesava come un macigno nei rapporti tra Somalia e Italia… vi
può… essere il sospetto che, per risolvere il problema… l’unica soluzione praticabile sia apparsa… quella di consegnare tale persona alle autorità italiane, perché queste potessero procedere”. La Corte di assise ha manifestato il dubbio che Hassan sia stato offerto come capo espiatorio all’Italia; in Italia, dopo che il procuratore della Repubblica Vecchione aveva assunto la direzione delle indagini, quest’innocente è stato anzitutto oggetto di un riconoscimento “poco affidabile”, “sospetto” e “non immune dall’intervento degli inquirenti”; di questo innocente, la procura della Repubblica di Roma, ha quindi, chiesto prima il rinvio a giudizio e poi addirittura
la condanna all’ergastolo. Omar Hassan, dopo un ennesimo ricorso, fu ritenuto innocente e fu assolto dopo 16 anni di detenzione. Scarcerato, è stato risarcito dallo Stato italiano con 3 milioni di euro. Hashi Omar Hassan è morto per l’esplosione di una bomba piazzata sotto il sedile dell’auto. Lo ha riferito Garowe Online, testata giornalistica somala.

Nel 2016 Fanpage ha pubblicato un servizio relativo alla morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin. Questa testata giornalistica (online) riporta l’intervista sonora, anonima, di un ex appartenente alla formazione golpista Gladio, che indica Giuseppe Cammisa, detto Jupiter, come uno dei personaggi chiave dell’assassinio dei due giornalisti. Jupiter è stato trovato dai giornalisti di Fanpage in Ungheria, a Biatorbagy, a pochi chilometri da Budapest, dove lavora in un grosso centro per noleggio di camion da diversi anni. Il suo nome è legato a diverse vicende ancora avvolte nel mistero della storia recente del nostro Paese, Secondo la fonte anonima sarebbe stato Jupiter a far perdere l’aereo ai due giornalisti ritardando il loro arrivo a Mogadiscio dove giungeranno solo il 20 marzo e verranno uccisi, “da una banda di somali”, secondo un piano organizzato da Jupiter. Il servizio giornalistico fornisce ulteriori elementi che dimostrerebbero il coinvolgimento di Jupiter nella morte dei due giornalisti. L’autorità giudiziaria e le competenti commissioni parlamentari hanno mai interrogato o ascoltare Cammisa-Jupiter? La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, presieduta da Carlo Taormina, non lo ha mai ascoltato nonostante la richiesta esplicita di alcuni deputati come Mauro Bulgarelli; ancora oggi la commissione bicamerale che indaga sulle ecomafie, e che quindi potrebbe sviluppare una parte della vicenda che riguarda Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, non ha chiesto l’audizione di Jupiter dall’omicidio di Mauro Rostagno, alla stretta frequentazione con Francesco Cardella, fino alla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Cammisa ai microfoni di Fanpage risponde in maniera non esaustiva rispetto ai suoi viaggi in Somalia. Dapprima dice che ci andava: “per la comunità Saman a portare aiuti”, poi dice di “non ricordare” se ci fosse andato nel 1994 (anno dell’omicidio di Alpi e Hrovatin) poi ancora dice che nel 1994 “si trovava in Ungheria” ed infine dice di essere stato in Somalia “una volta sola”. Secondo il servizio, Cammisa inizia i suoi viaggi in Somalia per conto della comunità Saman e per conto di Francesco Cardella; nel 1993 viene fermato a Malta per traffico di droga a bordo del veliero di proprietà di Cardella, e proprio a Malta, secondo il giornalista Karl Stagno Navarra che lo scrisse su “Il Borghese” nel 2012, Ilaria Alpi si recò nel 1993 per indagare sui traffici di Cardella e Cammisa; i giornalisti Andrea Palladino e Luciano Scalettari hanno trovato documenti (pubblicati sul sito) che attestano la presenza di Jupiter in Somalia: si tratta di alcuni messaggi inediti partiti dal comando carabinieri presso il Sios della Marina militare di La Spezia, che riportano la data del marzo 1994. Il 14 marzo viene inviato un ordine a Jupiter: “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko [Bosaso Las Korey] ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog”; proprio il 14 marzo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin arrivano a Bosaso nel nord della Somalia. Il 18 marzo 1994 Cammisa è in volo da Gibuti a Bosaso su un volo dell’Unisom (la missione ONU per la Somalia), dopo l’arrivo a Bosaso lo stesso volo prosegue per Mogadiscio, a bordo dovrebbero esserci Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ma i due perdono l’aereo. “Siamo stati trattenuti” dicono ai colleghi del telegiornale; ripartiranno il 20 marzo e poco dopo il loro arrivo a Mogadiscio saranno uccisi con un’esecuzione da manuale nei pressi dell’hotel Hamana.

Per quanto concerne il possibile collegamento tra l’omicidio di Mauro Rostagno e l’eliminazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin gli aspetti rilevanti appaiono i seguenti: 1) La scoperta da parte di Rostagno dell’atterraggio nell’aeroporto abbandonato di Kinisia (presso Trapani) di un aereo militare da cui aveva visto scaricare casse contenenti armi. 2) La presenza di Giuseppe Cammisa, uomo di fiducia del Cardella, in Bosaso, con una nave della Saman, nei giorni in cui erano presenti anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, poco prima della loro morte. (La Comunità Saman – in particolare Cardella – aveva acquistato, due piccole navi militari, dalla Marina svedese, ufficialmente dovevano trasportare aiuti nel Corno D’Africa).


Dulcis in fundo: ho rilevato che dal 12 marzo 2025 Google ha praticamente oscurato con un’operazione chirurgica di censura degna del grande fratello, tutte le mie inchieste giornalistiche presenti in Rete da un buon ventennio. Complimenti ai guardiani del cancello.


Riferimenti:

Gianni Lannes, “Il secondo omicidio di Ilaria e Miran targato Taormina”, il Manifesto, 18 marzo 2006.

https://ilmanifesto.it/archivio/2003086784

https://www.radioradicale.it/scheda/345040/intervista-a-gianni-lannes-sulle-sue-inchieste-sulle-ecomafie-sulle-minacce-e-gli

https://www.rainews.it/articoli/2022/07/mogadiscio-ucciso-omar-hassan-codanno-e-poi-assolto-per-la-morte-di-ilaria-alpi-e-miran-hrovatin–d4f695ed-dcf6-46d6-8a1e-03233f788439.html

https://archivioalpihrovatin.camera.it/

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  1. QUATTRO GIORNALISTI ITALIANI: ASSASSINATI DALLO STATO ITALIANO – Gianni Lannes

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