
di Gianni Lannes
Sciagura o ennesima strage impunita di pescatori in Italia? Perché il peschereccio Rita Evelin di San Benedetto del Tronto affonda (al largo di Porto San Giorgio) la mattina del 26 ottobre 2006 con mare calma piatta e muoiono tre pescatori in tempo di pace? Perché la barca non è stata riportata a terra, pur giacendo ad appena 76 metri di profondità ed avendo sperperato circa 800 mila euro per il suo recupero? Perché la Guardia Costiera (comandante Luigi Forner) e la Procura di Fermo (pm Piero Baschieri) non hanno indagato a 360 gradi per scovare le cause della tragedia? Perché è stato impedito ai parenti delle vittime (e ai loro legali), nonché ai giornalisti di seguire il recupero delle salme da parte dei palombari della Rana Diving sul pontone AD3 dell’Ilma, nonché il ripescaggio del relitto?

Le autorità politiche, militari e giudiziarie cosa hanno nascosto all’opinione pubblica? Che ruolo ha svolto all’epoca il sottosegretario per gli Affari regionali nel governo Prodi? Sulla pagina locale del Messaggero in data 1 novembre 2006, è riportata testualmente una dichiarazione, appunto di Pietro Colonnella: “In accordo con il sottocapo di Stato maggiore della marina, ammiraglio Zappata, abbiamo ottenuto dall’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, la disponibilità fin da giovedi all’uso del pontone per proseguire le ricerche dei dispersi”. Da quando una multinazionale privata prende ordini da un ufficiale della Marina Militare, sia pure di grado elevato?

Sempre sul giornale Il Messaggero (13 novembre 2006) appare anche questa notizia: “Il sindaco Gaspari, Rossi e Colonnella oggi sull’AD3”. Perché parenti e cronisti non hanno avuto accesso, ma i suddetti politicanti si? A che titolo hanno seguito le fasi cruciali di un’operazione di polizia giudiziaria? A proposito: quando è iniziato il depistaggio con il relativo insabbiamento? A far data dalla manifesta incompetenza territoriale del Procuratore capo di Fermo, che ha mantenuto abusivamente la titolarità delle indagini giudiziarie fino alla fase processuale? Perché è stato consentito alla Rana Diving di Ravenna di speculare impunemente? Come si giustifica questa truffa ai danni dello Stato (il mancato recupero dell’imbarcazione spacciato per effettuato), avallata dal Ministero della Giustizia?

Perché la barca di appena 17 tonnellate di stazza è riemersa ma non è stata recuperata? Forse, non dovevano vedersi le tracce di un contatto con un’unità subacquea che ha tranciato il cavo metallico di sostegno della rete a strascico e urtato il Rita Evelin determinando il repentino inabissamento? Cosa ha causato le evidenti lesioni allo scafo da pesca (per esempio, a poppa con rientranza della lamiera)? Perché oggi le autorità giudiziarie e militari negano (pretestuosamente) l’accesso agli atti all’avvocato Sabrina De Simone e soprattutto il rilascio delle numerose videoriprese subacquee? Qualcuno in alto, all’epoca ha per caso ordinato di riaffondare il Rita Evelin ed erigere il solito muro di gomma?
Un fatto è certo: l’ammmiraglio Luciano Zappata, il 2 luglio 2007, ovvero una manciata di mesi dopo la tragedia, è stato premiato (primo italiano) con l’incarico di vice comandante presso il quartier generale NATO di Norfolk, mentre il piccolo sottomarino NR-1 di colore rosso a propulsione nucleare è stato frettolosamente smantellato e alberga in un museo statunitense. Le tracce di vernice rossa impresse su un cavo del Rita Evelin a chi appartengono? E la piegatura anomala del medesimo a 21 metri di distanza dal verricello, da quale azione è stata provocata? L’allora ministro degli Esteri (e al contempo vice presidente del Consiglio) Massimo D’Alema (che indirizzò un fulmineo telegramma di cordoglio al sindaco Gaspari) ne sa qualcosa o ha perso la memoria, visto che quanto a questa vicenda si è rifiutato di parlare in un’intervista reale e non addomesticata? Non è più un mistero. La verità, comunque, è emersa, perché non voleva affondare.
Riferimenti:
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