SACRIFICATI

“SACRIFICATI”: LA VERITA’ EMERSA DAL MAR TIRRENO! di Gianni Lannes Niente giustizia terrena, eppure la verità (sepolta e insabbiata) è emersa dal Mar Tirreno, nonostante gli innumerevoli depistaggi istituzionali. In ogni caso non è mai stato indagato o comunque sfiorato il livello politico, limitandosi al subordinato ambito militare (a mò di capro espiatorio). 13 bambini…

“SACRIFICATI”: LA VERITA’ EMERSA DAL MAR TIRRENO!

di Gianni Lannes

Niente giustizia terrena, eppure la verità (sepolta e insabbiata) è emersa dal Mar Tirreno, nonostante gli innumerevoli depistaggi istituzionali. In ogni caso non è mai stato indagato o comunque sfiorato il livello politico, limitandosi al subordinato ambito militare (a mò di capro espiatorio).

13 bambini e 66 adulti lasciati morire, ovvero sacrificati alla ragion di Stati alleati come carne da macello. Alla prova dei fatti: per gli esecutivi nostrani la vita delle persone non vale niente. Quella sera del 27 giugno 1980: una straordinaria normalità annientata, per sempre, da un atto terroristico di guerra non dichiarata in tempo di pace. Dei corpi, solo 43 furono ritrovati, anche se ufficialmente ne sono stati dichiarati 39, ma senza autopsie a tutte le salme (solo a 7). Quanti annegamenti?

Sicuramente il carabiniere Giuseppe Cammarata (19 anni) in forza al battaglione Laives, morto dissanguato per aver perso il piede destro, nonostante un laccio emostatico improvvisato con un lembo della sua camicia; alla stregua del suo collega coetaneo Giacomo Guerino.

Il 17 gennaio 1995, Gianni Mattioli e Massimo Scalia (fisici di professione, autorevoli docenti universitari e qualiticati padri dell’ambientalismo italiano) indirizzarono al governo italiano l’interrogazione parlamentare 4/06592. A tutt’oggi l’iter è ancora in corso. Infatti, nessun governo tricolore (Dini, Prodi, D’Alema, Amato, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi, Meloni) ha mai risposto all’atto di sindacato ispettivo, ossia fornito delucidazioni o spiegazioni.

«Il Dc-9 Itavia non esplose sui cieli di Ustica, ma tentò un disperato ammaraggio». Lo ha attestato in tempi non sospetti Falco Accame, ex ufficiale della Marina Militare italiana, nonché presidente della Commissione difesa della Camera, da sempre sostenitore di una tesi ‘eretica’ sul disastro di Ustica. Accame ha ricordato più volte in ambito pubblico di aver invano cercato di attirare l’attenzione di magistrati e politicanti fin dal 1988 sulla questione dei primi soccorsi. Accame, nella sua qualità di presidente della Associazione dei familiari dei militari caduti in servizio, rappresentava i familiari dei due carabinieri Giuseppe Cammarata e Giacomo Guerino, uno dei quali era il naufrago individuato alle 7 del mattino dal ricognitore Breguet-Atlantic, il primo mezzo di ricognizione giunto sul luogo del disastro. Il comandante dell’aereo, Sergio Bonifacio, ha ricordato Accame, riferì che il troncone principale del Dc-9 ancora galleggiava e che quando, un quarto d’ora dopo, si inabissò, sembrava esserci qualcuno che nuotava. Successivamente, secondo il racconto di alcuni componenti l’equipaggio della nave “Andrea Doria”, giunta in zona proveniente da Cagliari, venne recuperato il corpo di uno dei due carabinieri che sembrava morto da poco.

Accame ha ricordato che due sottufficiali della Marina Militare italiana, Gildo Cosmai e Gianpaolo Roccasalva, si presentarono nel luglio del 1991 alla redazione del Gazzettino di Venezia, per raccontare come procedettero le operazioni di recupero delle salme. «Abbiamo tirato a bordo un ragazzo alto di statura. Sembrava morto da poco. Non era gonfio d’acqua. Aveva i jeans ed una camicia dalle maniche lunghe. Quella sinistra era strappata e legata sopra il ginocchio destro, quasi come un laccio emostatico. Il ragazzo, poi si disse che si trattava di un carabiniere in borghese, era senza il piede destro». E ancora: «Raccogliemmo una donna giovane che teneva stretto al petto un bambino». “Tutto ciò – ha sostenuto Accame – contrasta con l’ipotesi di una esplosione a 7.200 mila metri di quota. Il Dc-9 tentò un drammatico ammaraggio d’emergenza e forse non tutti i passeggeri erano morti quando il velivolo cadde in mare. L’aereo gravemente danneggiato, ma non in pezzi, tentò l’ammaraggio. Tutti questi particolari li ho resi noti da molto tempo, ho inviato più di venti lettere alla Commissione stragi – ha sottolineato Accame – così come agli inquirenti, ma è rimasto tutto senza esito. Il fatto che l’aereo non fosse esploso in volo non era gradito a tutti quelli che per varie ragioni sostenevano la tesi opposta”. “I soccorsi, ha evidenziato Accame, “iniziarono soltanto 10 ore dopo la caduta dell’aereo e non sono mai state chiarite le responsabilità istituzionali sul loro ritardo e sull’analisi, evidentemente insufficiente, delle condizioni delle salme. Questa è una zona buia che rimane e che deve essere chiarita”.

Per meglio spiegare cosa successe pochi minuti dopo la collisione del DC9 I-TIGI nelle acque del Tirreno, ecco un ulteriore quadro della vicenda: sono passate poche ore dalll’incidente e dall’ammaraggio del DC9 ITAVIA. Sul posto giunge – al comando del Breguet – Sergio Bonifacio il quale vede riaffiorare molti cadaveri uno dopo l’altro; e questo significa che l’aereo stava affondando in quel momento. Il colonnello in congedo dell’Aeronautica della Marina Militare, Sergio Bonifacio, nel 1980 era Tenente di Vascello e comandava appunto un Bréguet Atlantic, un aereo usato dalla Marina Militare per la caccia ai sommergibili. Il 28 Giugno 1980 decollò alle 3 del mattino dalla base di Cagliari Elmas con il suo vice Alessandro Bigazzi e altri 12 uomini d’equipaggio. Sergio Bonifacio fu il primo a giungere sul luogo del disastro perchè tutti i velivoli di soccorso erano stati fatti confluire sulla rotta Ponza-Palermo. L’unico a dover perlustrare l’area dell’ultimo punto di riporto, un terzo sopra il “Punto Condor” e due terzi sotto. «Poco dopo le 9 ho visto affiorare il primo cadavere. Poi in successione ne sono riemersi una quarantina, tutti nella stessa posizione. Li ho marcati uno per uno con i candelotti al fosforo per consentirne il recupero alle navi che sopraggiungevano».

Il DC9 I-TIGI in quel momento stava affondando. Non era oltre i 50 metri di profondità altrimenti quei corpi sarebbero finiti sul fondale marino e non sarebbero tornati a galla. Quindi l’aereo ITAVIA stava affondando lentamente ancora 12 ore dopo la caduta. Vuol dire che era rimasto a galla per tutta la notte. Al massimo poteva avere una falla. Se fosse stato colpito da un missile o fosse esploso a 7 mila metri di altezza tutto questo non sarebbe potuto succedere. Un missile a risonanza e non ad impatto che non ha fatto esplodere l’aereo ma che ha provocato una grave avaria con danni irreparabili a tutti i circuiti elettrici, consentendo al comandante Gatti di governarlo e di farlo planare. Certo l’ammaraggio non è stato morbido.

Se si impatta a 270 chilometri all’ora, l’acqua è come una lastra di cemento. Ecco perché tutti i corpi recuperati avevano una profonda ferita al ventre provocata dalla cintura di sicurezza. Ecco perchè erano tutti senza scarpe: il comandante li aveva avvertiti che stavano ammarando. Molti passeggeri sono morti dissanguati dopo ore di agonia. Non dimentichiamo quella mamma stretta alla sua bambina. Se fosse morta all’istante avrebbe allentato la presa. Molti, se il DC9 fosse stato individuato subito, potevano essere salvati.

Il rapporto di volo numero 113/80 redatto e consegnato da Bonifacio lo stesso 28 giugno al Comando del 30° Stormo di base a Elmas, è stato ignorato per nove anni. «Mi chiedevo: come mai colui che è giunto per primo sul luogo del disastro e che ha visto riaffiorare i cadaveri, non viene sentito? Forse del mio rapporto non sanno nulla, pensavo». Ne parlai con l’ammiraglio Pizzarelli, membro della Commissione Pratis. Mi fece capire che il mio rapporto non era fra i documenti in loro possesso. L’Ammiraglio lo verificò parlandone con il mio co-pilota che gli confermò tutto. Fui interrogato per la prima volta il 25 Ottobre 1989 dal Procuratore militare di Cagliari. Due mesi dopo mi convocò il Giudice Bucarelli che mi congedò dicendomi: “Tutto torna, Bonifacio”. Poi l’ufficiale è stato interrogato anche dal giudice istruttore Rosario Priore e dai membri di diverse commissioni d’inchiesta. Non c’è una sbavatura nelle 14 dichiarazioni. 28 occhi hanno visto riaffiorare i primi cadaveri dell’aereo ITAVIA dopo le 9 del mattino. E prima dei corpi, aggiunge Bonifacio, avevamo notato una chiazza di cherosene che ci aveva segnalato un elicottero, poi le parti leggere del DC9 come i cuscini dei sedili, i salvagente sgonfi, le valige e altri oggetti.

Dunque, non proprio un incidente, altrimenti il segreto di Stati alleati dopo 45 anni non sarebbe ancora indicibile, ovvero inossidabile. Montagne di petroldollari in cambio di tante vite umane per tutelare la cessione di tecnologia nucleare all’Iraq (per uso bellico): regia del governo Cossiga. Un gigantesco affare inviso ad Israele, in particolare all’allora premier Menachem Begin con un passato conclamato di stragi nell’Irgun a partire dal 1946. Un inganno e un conseguente errore di identificazione. L’aereo da abbattere batteva bandiera francese ed era decollato da Marsiglia per il trasporto di uranio arricchito della Cogema. Volava sulla medesima aerovia civile Ambra 13, in coda al DC9 Itavia. Non a caso quella sera si levarono dalla base militare di Solenzara in Corsica, anche i Mirage.

La Nato nel 1997 ha attestato che quella sera c’erano 21 aerei militari in volo, di cui almeno 5 sconosciuti e con trasponder disattivato: statunitensi, francesi, inglesi e soprattutto israeliani. Sia chiaro una volta per tutte: in Calabria cadde un velivolo di Tel Aviv, fatto frettolosamente sparire dai carabinieri (nucleo elicotteri di Vibo) e dal Sios Aeronautica e non un Mig-23 libico, anche se poi Gheddafi ha sfruttato la situazione atteggiandosi a vittima, e in tal modo ricattando per anni le autorità italiane. Nel Tirreno precipitò anche un caccia USA (relitto ripescato da un peschereccio di Gaeta nel 2000): il pilota John Drake fu prontamente recuperato da un elicottero dell’US Navy. Il suo casco che all’epoca figurava tra i reperti sequestrati è sparito all’aeroporto militare di Pratica di Mare.

Riferimenti:

https://avantilive.it/addio-falco-accame-il-militare-patriota-dal-cuore-socialista/

https://dati.camera.it/ocd/aic.rdf/aic4_06592_12

https://www.agi.it/dalla-redazione/news/2013-10-22/ustica_una_strage_ancora_senza_responsabili-333091/

https://www.noidellitavia.it/176334383.html

https://comunicazione.camera.it/archivio-prima-pagina/19-45355

https://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Francesco_Mattioli

https://www.governo.it/it/i-governi-dal-1943-ad-oggi/i-governi-nelle-legislature/192

https://wikileaks.org/plusd/cables/03ROME3199_a.html

https://wikileaks.org/plusd/cables/03ROME2887_a.html

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