
di Gianni Lannes
Il Vaticano tiene nascoste verità inconfessabili. “Infarto del miocardio”, fu l’annuncio ufficiale del Vaticano alla stampa mondiale. “L’hanno ammazzato perché voleva cambiare le cose”, dichiarò una stretta parente. Papa Luciani morì la notte tra il 28 e il 29 settembre 1978 dopo appena 33 giorni di pontificato. Morte naturale? La digitalina provoca l’infarto e non lascia tracce nel corpo. Peraltro, non venne effettuata l’autopsia. Giovanni Paolo I era sul punto di allontanare Paul Marcinkus dal vertice dello Ior, la banca vaticana in affari con mafia (Cosa nostra e banda della Magliana), Sindona, Calvi e Gelli (P2). Albino Luciani fu ucciso per impedirgli di purificare la Santa Sede dalle logge massoniche. Al suo posto venne nominato Karol Wojtyla che imboccò tutt’altra direzione, mentre Marcinkus mantenne il potente cadreghino. Poi dal 1981 fu l’era menzognera del dilettantesco attentatore turco Ali Agca, che ancora oggi aleggia nel discorso pubblico.


Il 22 giugno 1983 sparì la quindicenne Emanuela Orlandi, cittadina residente nello Stato di San Pietro. Mentre a tutt’oggi si susseguono insabbiamenti e depistaggi (amplificati dai mass media e da innumerevoli dilettanti di cronaca nera e speculatori televisivi d’ogni risma), nel segretissimo dossier del caso Orlandi in possesso del Vaticano, è indicato il luogo dove Emanuela è stata uccisa la sera stessa della scomparsa. A tutte le rogatorie inviate dalla magistratura italiana non è mai stata offerta risposta. Significativa del livello di omertà vaticana l’intercettazione telefonica di Raul Bonarelli. Perché non sono mai stati interrogati monsignor Gianni Danzi e padre Yvan Bertorello? Tra le fine del 1996 e l’inizio del 1997, a parte circa 350 milioni (stipendi del corpo), cosa è stato rubato dalle due casseforti delle guardie svizzere, di cui una nell’ufficio del tenente colonnello Estermann?

La sera del 4 maggio 1998 verso le 21, sempre dentro le sacre mura di San Pietro, hanno mandato in onda una strage, con l’uccisione a colpi di pistola: a perdere la vita Alois Estermann (appena nominato comandante delle guardie svizzere), sua moglie Gladys Meza Romero (agente segreto con copertura diplomatica venezuelana) e l’innocente vice caporale elvetico Cédric Tornay, assassinato al termine del suo turno di guardia con una bastonata al capo e poi usato come ideale capro espiatorio.

La polizia italiana non viene informata. La cosiddetta indagine viene affidata all’avvocato Gianluigi Marrone (giudice unico dello Stato del Vaticano e al contempo all’epoca capo del personale della Camera dei deputati; in seguito nel 1994-96 capo di gabinetto della presidente della Camera dei deputati Irene Pivetti). Poco dopo la mezzanotte il portavoce del Papa, Joaquìn Navarro-Valls diffonde una ricostruzione dei fatti a dir poco arbitraria. Prima dell’autopsia, prima dei rilievi investigativi, prima della perizia balistica, prima di acquisire testimonianze, il Vaticano liquida il triplice omicidio come un raptus di follia del giovane alabardiere. Una tesi priva di riscontri ancora in vigore. La madre della giovane vittima svizzera ha scritto invano a Wojtyla; e i suoi legali Jacques Vergés e Luc Brossolet hanno chiesto l’apertura dell’indagine, ma non sono mai stati presi in considerazione. Non è un mistero: era in atto uno scontro interno di potere tra massoneria e Opus Dei per il controllo e il conseguente dominio della chiesa cattolica.
Post scriptum
Ho vissuto a Roma per un decennio e ho lavorato anche per alcuni anni al settimanale Famiglia Cristiana, in veste di giornalista investigativo, fino a quando mi sono licenziato per la censura del direttore (don Antonio Sciortino). A Borgo Vittorio (ad un soffio dall’abitazione del pontefice) c’era allora, durante la parte finale del pontificato di San Karol, un ristorante camuno, dove s’abboffavano alti prelati (compreso Ratzinger che prediligeva il risotto alle fragole) e diplomatici accreditati. Avevo accesso in San Pietro e spesso mi travestivo da cameriere per ascoltare a viva voce certi discorsi (fantascientifici per l’opinione pubblica). Ho incrociato il cardinale Giovanni Battista Re: uno dei pochi testimoni ancora in vita. Una sera venne incredibilmente a cena il mio direttore e fui costretto a restare confinato in cucina fino alle 2 del mattino. La scorsa settimana un editore mi ha proposto di realizzare un libro di inchiesta. Dopo varie titubanze e riflessioni ho accettato. L’incarico è ricostruire quel filo rosso del Vaticano per raccontarlo senza sconti. Perché? In una parola: parresia. La verità non va in prescrizione e neppure tutti questi crimini vaticani irrisolti e senza giustizia.
Riferimenti:
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