di Gianni Lannes

di Gianni Lannes
2.300 attacchi aerei Nato scaricarono 21.700 tonnellate di bombe. Non colpirono obiettivi militari ma civili, con tante case, ospedali, ponti, scuole e fabbriche. Fu un sanguinoso vulnus del diritto internazionale in pieno Sud-est europeo. Il resto dell’arsenale non utilizzato fu scaricato nel Mare Adriatico col beneplacito del governo D’Alema. Si apriva così in Occidente la stagione del militarismo umanitario.

(Massimo D’Alema: intervento in Parlamento del 19 maggio 1999)

Nato e governo italiano hanno mentito ieri e oggi negando l’evidenza. Hanno riferito nell’anno 1999 che le 143 bombe “intelligenti” lasciate cadere in Adriatico sono state recuperate. Anzi no, che ne sono state recuperate solo 131, ma che si poteva stare tranquilli perché si trovavano nel mezzo dello sprofondo. L’Alleanza atlantica e lo Stato Maggiore della Marina tricolore sono stati reticenti, non hanno detto che in Adriatico ci sono migliaia di bombe inesplose che, nel tempo, con la corrosione, provocheranno danni ambientali e che rappresentano un rischio altissimo per i pescatori. Ufficialmente la Nato ha parlato solo di sei siti di rilascio di ordigni mentre la Capitaneria di Porto di Molfetta ne ha indicati 11 solo in Puglia, ma in totale da Venezia ad Otranto sono ben 24 le zone di affondamento di bombe e munizionamento.
Esiste un rapporto dell’Icram (l’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) che documenta queste omissioni. Lo scenario indicato dall’Icram è inquietante, non dà la certezza sul numero degli ordigni recuperati né sulla localizzazione dei siti di sganciamento degli stessi ordigni.
Ricordate i bombardamenti Nato in Jugoslavia? Era maggio dell’anno 1999 e i pescherecci di Chioggia insieme ai pesci tiravano a bordo le cluster e un pescatore, Gino Ballarin, si ritrovò a bordo del peschereccio Profeta con la pancia squartata (altri due pescatori subirono ferite lievi). Le bombe cluster: quelle vietate dai trattati di Ginevra. Un contenitore che sprigiona 202 bomblets, piccoli cilindretti gialli che hanno anche un paracadute, e che sfiorate si trasformano in tante piccole mitragliatrici con l’ogiva di zirconio radioattivo.
La Nato parlava di 143 “ordigni disinnescati” fatti cadere in acque internazionali, 106 in zone profonde dell’Alto Adriatico e 30 sull’area del golfo di Venezia, e di questi solo 7 cluster. E gli ordigni, invece, venivano recuperati a poche miglia da terra. Allarme, proteste, mobilitazioni ed ecco una “unità di crisi” nominata dall’esecutivo D’Alema per correre ai ripari. La Nato indicò sei “siti” dove i caccia di ritorno dalle missioni in Jugoslavia scaricavano gli ordigni. C’è stata la “bonifica” e per il governo ormai tutti possono dormire sonni tranquilli. Peccato che la situazione sia diversa.
Vale la pena riportare brani del comunicato dello Stato Maggiore della Marina a conclusione, il 30 agosto 1999, della cosiddetta “campagna di bonifica dell’Adriatico” (“Hallied Harvest”). A proposito della bonifica a largo di Chioggia, ecco cosa disse il comunicato: “Sono stati localizzati e distrutti complessivamente 38 ordigni, dei quali 32 rilasciati durante la crisi del Kosovo e 6 vecchi residuati bellici”. E a proposito di quella nell’Adriatico centro-meridionale: “Sono stati localizzati e distrutti 93 ordigni di vario tipo, tra i quali una ventina di vecchi residuati bellici”. Conclusione: “I risultati conseguiti consentono oggi di affermare, con una ragionevole confidenza, che non sussistono, per gli operatori della pesca, particolari rischi derivanti dalle operazioni aeree effettuate nei mesi scorsi in Kosovo”.
Ricordate l’unità di crisi istituita all’indomani dell’”emergenza” Chioggia? In quelle riunioni i vertici militari furono molto reticenti. Ricorda un componente dell’unità di crisi: “I vertici militari ci spiegarono che gli ordigni rilasciati in mare erano solo di tre tipi, e nessuno a caricamento speciale: bombe di tipo cluster, ma non ci hanno spiegato quante, e due tipi di bombe da aereo con vari dosaggi di carica esplosiva. In tutto, sono stati affondati in Adriatico 132 ordigni da caduta e un missile aria-terra. Tra gli ordigni individuati e distrutti, il 40% circa delle cluster rinvenute erano aperte e quindi, ognuna di esse aveva rilasciato in mare le 202 bomblets. Stiamo parlando dunque di centinaia di ordigni rilasciati dalle bombe cluster che si trovano adagiati sui fondali dell’Adriatico”. Già questo dato, peraltro fornito dagli stessi vertici militari italiani, avrebbe dovuto sollecitare una vigilanza e, soprattutto, la decisione di non ritenere conclusa la “campagna di bonifica”. A proposito, pochi giorni dopo l’annuncio trionfale dell’esito positivo della bonifica, a poche miglia dalla costa di Caorle, fu ritrovato un missile. Ma a questi dati bisogna aggiungere la mappa degli 11 Jettison areas (siti di rilascio) pugliesi della Capitaneria di Porto di Molfetta.
Quella mappa, tra mille imbarazzi, è stata ritenuta non attendibile dallo Stato Maggiore della Marina italiana perché “non di fonte Nato”. Dunque, se la situazione è la seguente, e cioé se sui fondali dell’Adriatico vi sono migliaia di ordigni inesplosi, se è lecito dubitare delle informazioni Nato sulla tipologia degli stessi ordigni, è facile comprendere quali sono i rischi determinati dallo sganciamento in mare degli ordigni. L’unità di crisi ha lavorato soltanto in base alle indicazioni dei vertici militari della Nato che hanno dimostrato di non essere affidabili. Ad oggi, non sappiamo effettivamente quanti ordigni sono stati sganciati in mare e quanti sono i siti di rilascio. E, soprattutto, non possiamo dare per certa la precisazione dei vertici militari secondo cui tra le bombe sganciate non ve ne sono di quelle a “caricamento speciale”, contenenti, per esempio, fosforo o uranio impoverito. E ancora, riteniamo che non siano state usate le tecnologie più appropriate per l’opera di bonifica. Va fatto uno screening approfondito ed esteso.
Anche se si trattasse “solo” di esplosivo classico, Tnt per esempio, in pochi anni gli involucri degli ordigni, con la corrosione, libereranno l’esplosivo in mare. Gli effetti? “Il Tnt – spiega il biologo marino Ezio Amato, già ricercatore dell’Icram e poi dell’Ispra – ha effetti di cancerogenicità, di tossicità acuta per la fauna ittica e marina. Certo, questi effetti sono proporzionali alla concentrazione di tnt. Poche bombe disperse su ampi tratti di fondale non rappresentano certo un rischio ambientale significativo. Per la ricerca di questi ordigni a queste profondità, le risorse da impiegare probabilmente sarebbero sproporzionate rispetto ai benefici per l’ambiente. Certo, per una corretta valutazione dei costi-benefici si dovrebbero disporre di dati quali la quantità, la concentrazione e la tipologia degli ordigni”.
Nelle situazioni in cui sono stati trovati frammenti di munizioni all’uranio esaurito o complete, c’è un potenziale rischio di effetti di radiazione per gli individui che entrano in contatto diretto con tali frammenti o munizioni.
L’uranio impoverito (DU) è un metallo pesante tossico e il principale sottoprodotto dell’arricchimento dell’uranio. È la sostanza rimasta quando la maggior parte degli isotopi altamente radioattivi dell’uranio viene rimossa per l’uso come combustibile nucleare o per armi nucleari. DU possiede le stesse proprietà di tossicità chimica dell’uranio, sebbene la sua tossicità radiologica sia minore. A causa della sua alta densità, che è circa il doppio di quella del piombo, DU è stato utilizzato in munizioni progettate per penetrare la piastra di armatura. Può anche essere utilizzato per rinforzare i veicoli militari, come i carri armati. Le munizioni contenenti DU esplodono all’impatto e rilasciano polvere di ossido di uranio.
Riferimenti:
Gianni Lannes, BOMBE A…MARE, Nexus edizioni, Battaglia Terme, 2018.
https://docs.un.org/fr/A/71/139
https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/u/uranio?highlight=WyJpbiJd
https://web.archive.org/web/20100228163643/
http://www.defense.gov/specials/kosovo/
https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=10286
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