IL CEMENTO ARMATO NON NUTRE LA TERRA!

di Gianni Lannes Qui si respira un’altra aria e l’orizzonte marino non ha confini. A Fiorenzuola di Focara l’aveva intuito Dante Alighieri. Non è una cartolina turistica, eppure già negli anni Trenta del Novecento, sotto il regime fascista, si elaboravano progetti speculativi per snaturare le colline del San Bartolo. Lo attestano i documenti ufficiali custoditi…

di Gianni Lannes

Qui si respira un’altra aria e l’orizzonte marino non ha confini. A Fiorenzuola di Focara l’aveva intuito Dante Alighieri.

Non è una cartolina turistica, eppure già negli anni Trenta del Novecento, sotto il regime fascista, si elaboravano progetti speculativi per snaturare le colline del San Bartolo. Lo attestano i documenti ufficiali custoditi nell’Archivio di Stato a Pesaro.

Qui vanno in onda scempi incredibili alla luce del sole. Nell’anno 2025 la cementificazione a valanga del parco San Bartolo in riva all’Adriatico è aumentata a dismisura, con buona pace della tutela ambientale, aggravando i rischi idrogeologici e il pericolo sismico.

Il parco San Bartolo è un mosaico naturale straordinario nel Belpaese che si affaccia sul mare, in cui bosco e macchia mediterranea, falesie vive, campi coltivati e minuscoli habitat costieri convivono generando un patrimonio ecologico unico e fragile.

La biodiversità che lo caratterizza influisce sulla qualità del suolo, sulla presenza degli insetti impollinatori, sulle colture vitivinicole locali e infine sulla vita di tante specie viventi, inclusi gli umani.

Ogni nuovo intervento di cementificazione, o meglio di stupro a tutti gli effetti, sottrae spazio alla vita, frammenta gli habitat, altera i flussi naturali dell’acqua, riduce la capacità del suolo di rigenerarsi e impoverisce ciò che rende meraviglioso questo luogo.

Attenzione: il cemento non è mai neutrale: aumenta l’illegalità e al contempo sul piano fisico riduce la permeabilità del terreno, peggiora il deflusso delle acque meteoriche contribuendo all’instabilità di un’area delicatissima. Inoltre, provoca maggiore traffico di mezzi a motore e aumenta l’inquinamento acustico proprio nel cuore di un’area “protetta” che dovrebbe essere un’oasi di qualità ambientale.

Baia Vallugola non esiste più nella sua integrità di un tempo. In fondo è sorto addirittura un porto turistico fuori luogo. Infatti, la richiesta di declassare alcune aree da B (a tutela parziale), a C dove la tutela è significativamente ridotta o inesistente, rappresenta un pericoloso precedente. Vuol dire spalancare definitivamente la strada senza più alcun limite a ulteriori edificazioni (più o meno “legalizzate”), minando l’integrità paesaggistica del parco e snaturandolo progressivamente.

I rischi non sono soltanto figurativi o naturalistici: il consumo di suolo in una zona caratterizzata da versanti instabili e substrati argillosi può aggravare fenomeni erosivi, nonché aumentare la possibilità di frane, come peraltro è già accaduto, con potenziali danni per residenti, infrastrutture e attività economiche.

Edificare su terreni argillosi significa sfidare la natura stessa, imponendo opere di contenimento costose, spesso insufficienti e destinate a diventare in problema permanente per l’intera comunità. L’argilla, infatti, non accoglie il cemento, ma lo consuma, rendendo tali aree aree inadatte a qualsiasi interventi edilizio invasivo.

La maggioranza degli autoctoni vive questo attacco al territorio come un degrado della vita e come una ferita all’identità del luogo. A lungo andare il patrimonio paesaggistico rischia di essere irreversibilmente compromesso.

In soldoni questo territorio non riceve alcun beneficio di interesse pubblico: non si tratta di opere necessarie, né di infrastrutture strategiche, bensì di progetti privati distruttivi che generano mero profitto economico per pochi eletti e, ma costi ambientali e sociali per tutti.

E che dire dei numerosi e lussuosi motoscafi che d’estate parcheggiano quasi sulla battigia arando i fondali?

A rendere la situazione ancora più critica è il vuoto istituzionale. Né l’Ente Parco né i Comuni coinvolti (Pesaro e Gabicce) hanno finora elaborato e messo in campo iniziative di salvaguardia per contrastare o prevenire tali interventi di cementificazione irresponsabile; tutt’al più si occupano malamente della sentieristica.

E poi latitano strategie di tutela attiva, accordi con i proprietari dei terreni, programmi concreti di custodia dei paesaggi, forme di compensazione, sgravi fiscali o incentivi che rendano conveniente preservare, anziché trasformare le aree naturali in un condominio fino al mare. Chi oggi sceglie di tutelare dal peggio la propria terra non riceve alcun sostegno. Senza indirizzi cristallini e strumento concreti prevale il peggio, mentre le istituzioni non offrono alcuna via sostenibile e vantaggiosa la tutela ambientale.

Protezione e non consumo. Il valore più grande del Parco San Bartolo è la sua integrità. Senza natura non c’è agricoltura, senza agricoltura non c’è paesaggio e senza paesaggio non esiste identità né cultura. Il cemento non nutre: impoverisce. La terra invece nutre, se respira si rigenera e noi con lei. Preservare il San Bartolo significa scegliere lungimiranza, responsabilità e qualità della vita. Vuol dire: avere il coraggio di sostenere che il futuro deve avere il sapore autentico dell’Italia e non la velenosità del calcestruzzo in odore di mafia.

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