MINE VAGANTI IN ADRIATICO: NAZITEDESCHE!

(foto Gianni Lannes) di Gianni Lannes «Qui sono raccolti i resti dell’equipaggio del motopeschereccio Franco. Vittime del lavoro per mina il 13 settembre 1946». Dimenticati e senza un fiore; insomma cancellati dalla realtà. La lapide nel cuore del cimitero di Pesaro è sepolta dall’oblio dell’abbandono. Non dice tutto ma solo mezza verità. Più che di…

(foto Gianni Lannes)

di Gianni Lannes

«Qui sono raccolti i resti dell’equipaggio del motopeschereccio Franco. Vittime del lavoro per mina il 13 settembre 1946».

Dimenticati e senza un fiore; insomma cancellati dalla realtà. La lapide nel cuore del cimitero di Pesaro è sepolta dall’oblio dell’abbandono. Non dice tutto ma solo mezza verità. Più che di lavoro, vittime di guerra in tempo di pace apparente. Solo Anna, un’anziana donna, oggi ricorda i dettagli di quel giorno maledetto sul finire dell’estate dopo la guerra. Pure alcuni pescatori sbarcati in terraferma dopo una vita consacrata al mare, non dimenticano quella tragedia; però non la narrano a chiunque. E così i portolotti sopravvissuti alle intemperie del tempo disumano. Voce per tutti, Agostino Ercolessi, 102 primavere all’anagrafe: “Io mi ricordo le mine vaganti nel mare davanti alla costa. Ce n’erano tante. Si tratta di ordigni bellici di grandi dimensioni, del peso di circa 10 quintali. I nazisti le hanno sparse nel nostro mare”.

Una tragedia dimenticata, anzi una strage ignorata dalla storia e pure dalla cronaca. Un altro armadio della vergogna da Roma a Berlino senza giustizia. Ora però, a compulsarla, la verità è emersa dal fondo nebuloso. Dal 15 dicembre 1943 al 10 agosto 1944, gli invasori germanici, hanno disseminato il litorale Adriatico di insidie esplosive, da Ortona a Grado. Oggi, in fondo al mare, questi pericoli ancora giacciono seminando malattie e morte. I documenti ufficiali della Marina Militare italiana attestano – fino a prova contraria – che le bonifiche non sono mai state realizzate.

In una radiosa giornata di fine estate durante una calata di pesca a strascico, la rete del motopesca Franco si impiglia in una presura all’incirca un miglio o poco più al largo dalla costa di Pesaro, nel tratto prospiciente la foce del torrente Genica. La decisione dell’equipaggio è quella di recuperare il pescato per sfamare le famiglie. Il denaro all’epoca scarseggia assai e tagliare una tartana (un’antica rete intessuta a mano) sarebbe stata una perdita economica ingente ed insopportabile. I quattro marinai si rimboccano le maniche e tentano di salpare la rete per salvare il salvabile. Purtroppo, nessuno a bordo, sa di avere a che fare con le mine vaganti piazzate lungo il litorale dai nazitedeschi, soprattutto nel 1944.

La tenacia nel recupero di questo strumento lavorativo, dettata dallo stato di necessità, è tale che l’ordigno pescato improvvisamente esplode riducendo in frantumi l’intero peschereccio e uccidendo all’istante l’equipaggio. Il boato dell’esplosione viene avvertito anche a Fano e Gabicce, come recitano i rapporti della Prefettura. I soccorsi si mobilitano in un baleno. Tutte le barche in porto escono in mare, ma non vi è più nulla, tutto è scomparso. Si calano le reti come setacci per la ricerca delle parti smembrate appartenute agli amici, ai fratelli, ai padri e ai loro figli caduti per una guerra mai terminata.

Misero è il risultato della macabra pesca: i poveri resti vengono raccolti in un’unica bara e riposano al cimitero comunale in una comune e malandata tomba obliqua numero 58, fila 3 in contromuro.

Il tragico evento viene immortalato da una fotografia scattata per caso. Sulla foto si osserva una turista sulla spiaggia con accanto una bambina, mentre sullo sfondo si intravede l’enorme colonna d’acqua e fumo che s’innalza verso il cielo. Non ci sono altre tracce, se non le foto dei funerali cittadini dalla chiesa della madonna del Porto (un tempo isola) fino a piazza del Popolo e al quartiere Loreto, dove sorge il camposanto.

Viene proclamato il lutto cittadino: tutta la città si ferma e partecipa ai funerali in onore dei lavoratori del mare caduti in tempo di pace.

Le mine di Berlino depositate in gruppi, lungo la costa italiana per ordine di Hitler, costituivano una barriera difensiva contro eventuali sbarchi navali. Non è tutto: sempre nell’estate del 1944, il Sonderkommando Meyer ha affondato – su una fondale dai 12 ai 15 metri di profondità – in sei aree marine a 4 miglia da Pesaro (fino a lambire Fano e Cattolica), le armi chimiche di Mussolini, nascoste nelle gallerie ferroviarie di Urbino. Nel 1948 altre due barche pesaresi esplodono a causa degli ordigni piazzati dalle truppe germaniche; e così i marinai a bordo perdono la vita. Ma questa è un’altra storia, senza indennizzo e riconoscimento alla memoria.

Bonifica fantasma: tali residuati bellici simili nel funzionamento a congegni ad orologeria sono ancora attive, nonostante le altisonanti promesse governative. Ai giorni nostri: invece di reclamare giustizia e affermare l’ingombrante verità, nel recente passato, addirittura è stata conferita la cittadinanza onoraria al cancelliere Schroder. Povera Italia con o senza Giorgia Meloni!

Riferimenti:

https://www.comune.pesaro.pu.it/il-comune/consiglio-comunale/civiche-benemerenze/gerhard-schroder/

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Risposta a “MINE VAGANTI IN ADRIATICO: NAZITEDESCHE!”

  1. ACHTUNG: BANDITEN! – Gianni Lannes

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