
di Gianni Lannes
Ancora oggi, chi alberga a Palazzo Chigi vuole nascondere la verità e censurare la conoscenza, schiacciando la libertà. Eppure, si tratta di una tragedia sempre attuale, ma dai risvolti oscuri. Vediamo chissà chi lo sa. Nel 2007, per l’esattezza il 23 gennaio, onorevoli camerati e pure patentati squadristi neofascisti, al cui vertice bivacca l’attuale capo del Senato, il conclamato collezionista di busti mussoliniani, tale Ignazio Benito La Russa, mediante l’interpellanza urgente 2/00324, tentarono di depistare la verità indicibile sulla strage di Bologna, annegandola nell’inventata “pista palestinese” sostenuta anche dal mentitore per eccellenza e depistatore numero 1, tale Francesco Cossiga (propinatore dello stesso copione sull’eccidio del 27 giugno 1980 nel Tirreno). Prima ancora, unitamente a Giorgia Meloni, gli stessi neofascisti elevati addirittura al rango parlamentare grazie allo sdoganamento di Silvio Berlusconi (tessera P2 numero 1816) – sia pure per conto terzi – avevano messo nero su bianco che la “verità sulla strage di Ustica non si saprà mai”. A proposito: il predetto La Russa è politicamente degno di presiedere Palazzo Madama? Ancora adesso, precipitando nel ridicolo Giorgia Meloni insiste pubblicamente con l’inesistente responsabilità palestinese, ovvero una menzogna seriale amplificata dalla propaganda tricolore, senza minimamente ammettere la palese matrice neofascista. Israele docet.

Conferma la giornalista Benedetta Tobagi (la Repubblica, 3 agosto 2025, pagina 2): “La pista palestinese non ha retto al vaglio dei processi per l’esiguità degli elementi indiziari, ed è stata smentita dalla declassificazione dei documenti dei servizi segreti. È soprattutto un gran diversivo”. Gli fa eco il mitico Palo Bolognesi (Corriere della Sera, 3 agosto 2025, pagina 15): “Basta vedere la pista palestinese, una balla colossale, come è stata portata avanti. Viene da destra per mascherare il tutto, ma poi è stata portata avanti da illustri storici di sinistra. Oppure le campagne per l’innocenza di Mambro e Fioravanti. C’era di gente di sinistra che sbavava per andare a presentare i loro libri”.
La Meloni elude la matrice neofascista, eppure è nel suo macabro album di famiglia. Fioravanti e la coniuge Mambro, (entrambi non reclusi in galera nonostante ben 17 ergastoli) che intascarono a Roma a fine luglio del 1980, ben 1 milione di dollari per realizzare la strage alla stazione ferroviaria di Bologna, sono cresciuti nella sezione del Fronte della gioventù in via Siena nella capitale. Dal Msi sono sortite organizzazioni terroristiche come Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, a cui apparteneva Paolo Bellini, appena condannato in via definitiva per la strage del 2 agosto 1980. Gli eterodiretti e telecomandati Nar – assoldati anche da Cosa Nostra per l’eliminazione di Piersanti Mattarella – alla prova dei fatti (e delle numerose e concordi sentenze giudiziarie fino alla Cassazione), erano tutto tranne che organizzazioni terroristiche spontanee.
Peraltro, Licio Gelli è il diretto pagatore della strage, mentre l’intccabile Federico D’Amato era in una posizione apicale al Ministero dell’Interno. Appunto l’ultimo processo, quello all’anzidetto Bellini, ha confermato che Mario Tedeschi, già senatore del Msi (fondato nel 1946 dal fascista e razzista Giorgio Almirante) direttore del Borghese, ricevette denaro dalla P2 per depistare ulteriormente in direzione della falsa pista palestinese.
A tale proposito, appaiono oggi illuminanti e calzanti le parole scritte da Andrea Camilleri nel 2013 (Come la penso, Chiarelettere, Milano, pagine 206-207):
«Nel 1945, a Liberazione avvenuta, apparve sula, prestigiosa rivista politico culturale “Mercurio” l’articolo di un grande giornalista, Herbert Matthews, intitolato “Non l’avete ucciso”. In esso, prendendo spunto dall’esecuzione di Mussolini e di molti suoi gerarchi, Matthews sosteneva non solo che il fascismo non era morto, ma che avrebbe continuato a vivere a lungo dentro gli italiani. Non certo nelle forme del ventennio, ma in certi modi di pensare e d’agire. E che l0infezione, profondamente diffusa, sarebbe durata molto, molto a lungo, decenni e decenni. Allora, a chi scrive, quelle parole sembrarono esagerate, ma bastò pochissimo per modificare questo giudizio. Quando tempo dopo la caduta del fascismo, l’Msi, che se ne proclamava l’erede, diventò una forza parlamentare? Parlino le date. Giorgio Almirante, già segretario di redazione e attivo collaboratore dell’infame rivista “La difesa della razza”, propugnatrice e sostenitrice delle leggi razziali, già sottosegretario nella Repubblica di Salò, meno di un anno dopo la caduta del fascismo, e nel 1948 (!) può sedersi con altri del suo partito alla camera. Appena tre anni dopo la Liberazione, il neofascismo entra a far parte con pieno diritto dell’arco costituzionale. Il fascismo insomma è una fenice che non ha bisogno di ridursi in cenere per rinascere. Sessantaquattro anni di democrazia ancora non sono bastati a ripulire il sangue dell’italiano dentro il quale tuttora vivono cellule infette, pronte a trasformarsi in ogni occasione in virus pericolosi. A parte le sempre più frequenti manifestazioni dichiaratamente fasciste, che vanno dal saluto romano negli stadi alle aggressioni tanto violente quanto immotivate a giovani di sinistra, a barboni, a extracomunitari (a proposito, quanti sono i condannati per il reato di apologia del fascismo?), il fenomeno più diffuso e certamente più pericoloso è rappresentato da certi comportamenti fascisti da parte di chi è convinto di non esserlo. Alcuni esempi: la richiesta della destra di espellere dall’Italia i contestatori del governo israeliano per la sanguinosa invasione di Gaza è quanto di più fascista e meno democratico si possa immaginare. L’idea di rendere le impronte digitali ai bambini rom è razzista e fascista insieme. È fascismo che il governi siluri il prefetto di Roma perché non d’accordo con alcune proposte del sindaco il quale, tra l’altro, usa portare la croce celtica al collo. È fascista la volontà di Berlusconi di mettere mano alla Costituzione senza il concorso dell’opposizione. Ricorda tanto il “noi tireremo dritto” di mussoliniana memoria. E si potrebbe continuare a lungo».
Riferimenti:
Gianni Lannes, Ustica e Bologna. Due stragi senza verità, Edizioni Mondo Nuovo, Pescara, 2023.
https://sulatesta.blog/?s=meloni
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