STRAGI DI PESCATORI E MARINAI IN ITALIA

STRAGI DI PESCATORI E MARINAI IN ITALIA! di Gianni Lannes Un’ecatombe di guerra in tempo di pace: ecco un altro mondo poco esplorato e ignoto ai più. Almeno dal 1948 fino ai giorni nostri, nei mari d’Italia si consumano stragi silenziose di pescatori e marinai, avallate ed insabbiate dai governi tricolore, come ad esempio il…

STRAGI DI PESCATORI E MARINAI IN ITALIA!

di Gianni Lannes

Un’ecatombe di guerra in tempo di pace: ecco un altro mondo poco esplorato e ignoto ai più. Almeno dal 1948 fino ai giorni nostri, nei mari d’Italia si consumano stragi silenziose di pescatori e marinai, avallate ed insabbiate dai governi tricolore, come ad esempio il caso del peschereccio Anna della marineria di Fano, che esplode l’8 gennaio 1950 mentre era in attività di pesca nell’Adriatico, causando la morte di nove pescatori (mai ritrovati neanche a brandelli ad eccezione di un corpo privo di vita). Si tratta di tragedie non addebitabili al mare e nemmeno agli extraterrestri, Ufo o Ovni, bensì alle manovre ed attività belliche non dichiarate di unità aeronavali e subacquee di Nato e Usa in contrapposizione prima all’Unione Sovietica e poi alla Russia, nonché alla presenza di oltre un milione di ordigni speciali, rilasciati dai tedeschi e dagli alleati di Washington, a cui si aggiungeranno le bombe avanzate ai bombardamenti in Jugoslavia in tempi più recenti (partecipazione italiana autorizzata dal primo ministro Massimo D’Alema: dedito in seguito all’attività di piazzista affaristico delle armi), disseminate in tutto l’Adriatico (dove ancora giacciono non inerti).

Basta studiare con attenzione gli atti parlamentari costantemente inevasi al livello istituzionale, per rendersi conto dell’ordine di grandezza di queste tragedie, consumate in gran parte lungo il confine marittimo orientale italiano, martoriato dalla Guerra Fredda mai terminata, nonostante la caduta del Muro di Berlino (l’8 novembre 1989). Non a caso una delle interrogazioni di sindacato ispettivo (la numero 4/05181 dell’anno 1983), porta la firma di Falco Accame (ex ufficiale della Marina Militare e poi presidente della Commissione Difesa della Camera dei deputati):

“Per il miglioramento delle condizioni di sicurezza in mare e dell’organizzazione del pronto soccorso, in relazione all’alto numero di sinistri marittimi avvenuti lungo le nostre coste o in acque territoriali nel periodo 1969-1980” con relativa risposta evasiva e menzognera del ministro Di Giesi, allora a capo della Marina Mercantile.

La disinformazione, quando non è propagandata direttamente dai lacchè di turno in Italia, viene diffusa dal Pentagono e dalla Cia (fino agli ultimi strilloni del patto atlantico) che tiene sul libro paga nel Belpaese fior di pennivendoli, a partire dal doppiogiochista Renato Mieli (il capitano Merryl) in coppia con Indro Montanelli e tanti altri simili personaggi sulla scena dal secondo dopoguerra.

In Sardegna il 27 maggio 1973, a causa degli esperimenti alleati, viene colpito e inabissato il peschereccio Martinsicuro II di San Benedetto del Tronto. Risultato: nessuna indagine giudiziaria portata a compimento dalla magistratura italiana, come attesta l’interrogazione parlamentare numero 4/03755 dell’11 marzo 1977, a cui peraltro il governo tricolore – come sempre in simili situazioni – non ha fornito mai risposta. Effetti e conseguenze: 5 morti (dispersi per sempre), ad accezione del corpo del motorista Bruno Ferretti (ritrovato ustionato).

Camera dei Deputati – Atti Parlamentari – Seduta di lunedì 16 luglio 1973 – Presidenza del Presidente Pertini:

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA (4-05859) – SCIPIONI, BALLARIN, BENEDETTI GIANFILIPPO, BRINI, ESPOSTO E PERANTUONO.

“Ai Ministri della marina mercantile e dell’interno . – Per sapere – in relazione al naufragio del motopeschereccio Martinsicuro II, iscritto al compartimento marittimo di Pescara, avvenuto al largo delle coste della Sardegna presumibilmente il 27 maggio 1973 e nel quale hanno perso la vita 5 pescatori -. le cause che hanno provocato il naufragio, date le buone condizioni del mare; i motivi per i quali, pur con l’asserito impiego da parte delle autorità marittime d i mezzi e forze, non si sono ottenuti risultati positivi nelle ricerche del motopeschereccio e dei naufraghi mentre alcuni marinai che si trovavano nella zona solo per la loro attività peschereccia hanno avvistato e recuperato dei relitti appartenenti al Martinsicuro II. Gli interroganti, di fronte al vivissimo malcontento della popolazione di Martinsicuro (Teramo) alla cui memoria è tuttora chiaramente presente la tragica e triste vicenda del natante Rodi, in deriva per diversi giorni e nel cui affondamento trovarono l a morte i 5 uomini dell’equipaggio – cosa che poteva forse essere evitata se si fossero messi in atto rapidi soccorsi -, nonché alla luce del giustificato allarme che provoca tra i pescatori della fascia costiera adriatica il ripetersi di tali gravissimi incidenti, molto spesso derivanti dal fatto che i motopescherecci navigano in precarie condizioni di sicurezza degli equipaggi, chiedono di conoscere: in quale data sono state effettuate le ultime verifiche sul natante naufragato e se sullo stesso erano stati riscontrati tutti i mezzi di salvataggio previsti dalle leggi sulla sicurezza della navigazione; le ragioni per cui non si è ancora proceduto al recupero delle vittime e quali azioni sono in corso per l’immediato recupero delle stesse; le misure sinora adottate e quelle che si intendono adottare per venire incontro alle necessità delle famiglie così duramente colpite dal tragico naufragio”.

Camera dei Deputati – Atti Parlamentari – VI Legislatura – Discussioni – – Seduta del 26 novembre 1974: RlSPOSTA. – “In merito alla scomparsa del motopeschereccio Martinsicuro II, avvenuta il giorno 27 maggio 1973 nelle acque di Sant’Antioco (Cagliari), l’Amministrazione della Marina Mercantile ha condotto intense ricerche e svolto accurate indagini, sfruttando ogni possibile indizio, allo scopo di fare luce sulle cause che possono aver provocato il sinistro. Si riassumono, qui di seguito, gli avvenimenti connessi col tragico evento. Il giorno 31 maggio 1973 la capitaneria di porto di Cagliari è stata informata, via radio, dal capitano del motopeschereccio Martinsicuro III appartenente allo stesso armatore del Martinsicuro II, che di questa ultima unità non si avevano più notizie dal precedente giorno 27, nonostante l’accordo di mantenere contatti radio e di rientrare a Sant’Antioco il giorno 29 per sbarcare il pescato. Sono state disposte immediate ricerche nella zona dove il Martinsicuro II, normalmente, espletava l’attività di pesca, estendendole, man mano, sempre a più largo raggio, con impiego di motovedette delle capitanerie di porto, di alcune unità della Marina Militare e di tutte quelle da pesca presenti nella zona. Le ricerche si sono protratte fino al 15 agosto 1973, con alcune interruzioni dovute alle avverse condizioni meteomarine. Nei giorni 31 maggio, 1° e 2 giugno 1973, anche alcuni velivoli del soccorso aereo hanno perlustrato il mare nella fascia costiera sud-occidentale della Sardegna, estendendo le ricerche fino al limite delle acque territoriali della Tunisia. e dell’Algeria Il personale dell’ufficio circondariale marittimo di Sant’Antioco, nonché militari dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, hanno perlustrato minuziosamente le coste sud-occidentali della Sardegna e maggiormente quella orientale della isola di Sant’Antioco, provvedendo, tra l’altro, ad interrogare i pescatori locali ed ogni altra persona che potesse essere presumibilmente venuta a contatto del motopesca scomparso, al fine di reperire ogni notizia utile alle ricerche in atto. Si è provveduto inoltre: a) ad interessare le capitanerie di porto della Liguria e della Sardegna, nonché le nostre autorità consolari aventi giurisdizione sulla costa franco-spagnola compresa fra Nizza e Barcellona, per la ricerca e la segnalazione di eventuali navi, giunte in quei porti, che potessero essere state coinvolte in un urto con il Martinsicuro II; b) ad interessare le nostre autorità consolari in Algeria e Tunisia, al fine di accertare l’eventuale cattura, da parte di quei governi, del motopesca scomparso; c) ad effettuare il dragaggio del fondo marino, nella posizione dove erano stati ritrovati alcuni pezzi di scafo riconosciuti appartenenti al Martinsicuro II, impiegando 5 motopesca con personale specializzato nelle alte profondità. Al termine delle indagini, condotte con un massiccio impiego di mezzi e personale, si sono potuti acquisire i seguenti elementi: 1) la deposizione di un pescatore circa l’avvistamento, sin dal 28 maggio 1973, di 20 cassette per la conservazione del pesce, nuove ed in gruppo, galleggianti nei pressi della costa sud di Sant’Antioco; 2) il ritrovamento, a sud dell’isola di Sant’Antioco, di una tavola di colore grigio che l’armatore del Martinsicuro II ha dichiarato essere un pezzo di fasciame del suo peschereccio; 3) il ritrovamento di un cavo di nylon per ormeggio, riconosciuto come appartenente alla dotazione del motopesca in questione; 4) il ritrovamento, in data 16 giugno 1973, di alcuni scalmotti riconosciuti appartenenti al motopesca scomparso; 5) il recupero in mare, nella zona nord-occidentale dell’isola di Sant’ Antioco, di una salma successivamente identificata in quella del marittimo Ferretti Bruno, imbarcato sul Martinsicuro II come motorista. Per quanto non sia ancora stato emesso il referto ufficiale dell’autopsia ordinata dall’autorità giudiziaria, sembra che tale salma presenti ustioni pronunciate. Una obiettiva valutazione dei risultati conseguiti dalle ricerche poste in atto dall’autorità marittima, non appena è giunta notizia della preoccupante mancanza di notizie del motopesca Martinsicuro II, permette di rilevare che: a) il ritardo con cui è stato dato l’allarme, ben 4 giorni e più dalla presumibile ora di partenza del motopesca scomparso dal porto di Sant’Antioco, ha influito negativamente sull’esito delle ricerche. Nell’arco dei 4 giorni trascorsi, il mare, il vento e le correnti, hanno agito alternativamente in direzioni diverse sullo specchio acqueo interessato alle ricerche ed hanno quindi sparpagliato nelle direzioni più disparate gli eventuali relitti creatisi all’atto della tragedia; b) l’assenza di ogni comunicazione, pur disponendo il Martinsicuro II di due apparati radio, l’avvistamento delle cassette di pesce in numero considerevole e raggruppate, il recupero di alcuni pezzi di fasciame, lasciano supporre che l’unità sia colata a picco con una rapidità tale da impedire all’equipaggio di prendere imbarco sui mezzi di salvataggio di cui era dotata; c) qualche modesto elemento potrà forse trarsi dal referto della autopsia dell’unica salma recuperata e riconosciuta come sicuramente appartenente all’equipaggio del motopesca scomparso. Ove trovino, in tale referto, la presenza di ustioni e le cause del decesso che sembra escludano l’asfissia per annegamento, ciò potrebbe avvalorare l’ipotesi di uno scoppio verificatosi a bordo come causa del rapido affondamento. In relazione a quanto sopra, il fatto che siano stati i pescatori locali ad avvistare per primi qualche relitto, è da attribuirsi unicamente al caso. A proposito del sinistro del peschereccio atlantico Rodi, di cui è cenno nell’interrogazione, è da considerare che la nave si capovolse mentre imperversava una burrasca; anche in occasione di quel sinistro non è mai risultato che sia stato lanciato alcun segnale di soccorso e quando, a capovolgimento avvenuto, se ne ebbe notizia, furono attuate tutte le operazioni di soccorso che l’evento richiedeva. Per quanto riguarda la rispondenza del motopeschereccio scomparso ai requisiti di sicurezza, si comunica che esso era munito di certificato di navigabilità in regolare corso di validità (scadenza a tutto dicembre 1973) ed era in possesso delle seguenti dotazioni di sicurezza: 2 zattere autogonfiabili di tipo approvato, 3 salvagenti anulari e 7 cinture di salvataggio. Si accenna che nel corso di frequenti approdi nessun elemento di dubbio, che potesse giustificare una verifica straordinaria, è emerso sull’efficienza dei mezzi di salvataggio. Al fine di individuare il punto nel quale potrebbe trovarsi il relitto del motopeschereccio, sono state effettuate operazioni di dragaggio del fondale a mezzo di unità da pesca, appositamente noleggiate con spesa a carico del Ministero della Marina Mercantile. Le operazioni, che sono state molto difficili a causa delle acque profonde circa 100 metri e per la presenza di ostacoli di varia natura, hanno dato esito negativo. Si comunica, infine, che il Ministero non appena è venuto a conoscenza del naufragio del motopesca Martinsicuro II ha immediatamente provveduto ad erogare, in data 31 luglio 1973, la somma di lire 200 mila pro capite alle vedove dei cinque marittimi tragicamente scomparsi a titolo di sussidio straordinario, di cui al capitolo 1110 dello stato di previsione della spesa di questa Amministrazione per l’esercizio finanziario 1973. Il Ministro della marina mercantile: Coppo”.

Comunque, il mare statisticamente più colpito, anzi bersagliato è l’Adriatico, solcato in permanenza dalla Sesta Flotta United States (a propulsione ed armamento nucleare) con appoggio portuale a Trieste e Brindisi (dove i piani di sicurezza atomica per la popolazione locale sono blindati e segreti, ma comunque inefficaci e obsoleti), dove corre la linea del nuovo fronte non dichiarato, come attestano incidentalmente le superficiali cronache giornalistiche. L’anno 1978, col gettonato argomento “distrazioni di massa”, è segnato con un cerchio rosso negli annali dell’ufologia europea, ma a ben vedere emerge una spiegazione molto più terrestre. La stampa aveva seguito con grande enfasi i vari episodi che giorno dopo giorno riempivano le cronache locali, soprattutto dopo un fatto drammatico rimasto avvolto nel mistero: la morte di due fratelli di Martinsicuro, Vittorio e Gianfranco De Fulgentiis. Furono ritrovati senza vita nella loro imbarcazione Francesco Padre, mandata a picco tra il 14 e il 15 ottobre davanti a San Benedetto del Tronto. Esattamente in loco si estende una gigantesca area bellica a forma di quadrilatero (denominata “T842 e mappata dalla carta nautica 1050 dell’Istituto Idrografico della Marina a Genova), usata all’insaputa della società civile, come zona di esercitazioni militari non dichiarate con “tiri a fuoco”.

Non è tutto. Alla voce: esperimenti di guerra elettronica e ambientale. Nel 1978 numerosi pescatori in Abruzzo assistono a fenomeni inauditi: il mare che a volte sembra ribollire, enigmatiche luci in movimento, colonne d’acqua che si alzano per decine di metri. E poi, correnti impreviste che li portano fuori rotta, guasti alle strumentazioni di bordo e bussole impazzite, boati improvvisi e onde anomale. Racconti probabilmente anche esagerati dal passaparola, ma che contribuirono a diffondere una psicosi di massa: molti pescatori, scioccati, non volevano uscire più sulle barche tanto che la Capitanerie di Porto decisero di mandare delle pattuglie in perlustrazione. Il 9 novembre 1978, anche i militari in servizio avvistarono qualcosa di insolito ed ebbero un corto circuito nel segnale radar, elementi che confermarono quanto meno che i marinai della zona non si erano inventati tutto. Un colloquio via radio intercorso tra una motovedetta e la capitaneria di Pescara venne captato dai giornalisti della redazione abruzzese del Messaggero e riportato sulle pagine del giornale. “Qui Bellomo, abbiamo notato una specie di segnale di color rosso chiaro che si alza dal mare e va verso l’alto. Ci dirigiamo sul posto”, diceva una voce. “Ok, fate sapere se c’è qualche imbarcazione nella zona che ha sparato il razzo”, la replica dalla base. Rete8 – una tv privata abruzzese – ha rintracciato e intervistato il militare della motovedetta, l’ufficiale Vitale Bellomo, che ha ricostruito quanto avvenuto quella notte per la trasmissione “In cronaca”. Lui, che non ha mai creduto all’ipotesi aliena, 40 anni dopo sostiene che l’Adriatico sia stato piuttosto teatro di manovre militari super-segrete . “Ad un certo punto – dichiara nel video diffuso su Youtube dall’emittente – sulla nostra destra vedemmo un segnale luminoso, cioè un razzo, con inclinazione di circa 45 gradi ad una altezza di 200-300 metri, valutammo noi, e ad una distanza di circa 1 chilometro. Nel frattempo capitò che il radar fu oscurato, cioè non funzionava più. E questa situazione del radar durò per circa mezz’ora”. Ma l’episodio rivelatore si verificò la settimana successiva, quando Bellomo e i suoi colleghi di pattuglia scoprirono qualcosa di ancora più inquietante. “Sulla spiaggia del molo nord, all’altezza della Madonnina – ricorda – si era spiaggiato un siluro. Naturalmente ce ne preoccupammo subito, con dei teli lo coprimmo e ancora una volta avvisammo il nostro comando superiore cioè Ancona. Nel giro di poche ore il siluro fu portato via. Le scritte erano in caratteri cirillici, quindi era facilmente intuibile da quale parte veniva… La testata era piena d’acqua fortunatamente”, afferma nell’intervista l’ufficiale in pensione. Furono poi dei soldati a recuperare in tutta fretta l’ordigno inesploso. Dunque, non erano gli alieni, ma i sovietici a scorrazzare a quei tempi tra Marche e Abruzzo, unitamente agli statunitensi.

Nel 1978 la tensione tra i due blocchi Est-Ovest era ancora tangibile e l’Adriatico fungeva da confine ben sorvegliato tra i Paesi del Patto Atlantico e quelli del Patto di Varsavia: al di là del mare, c’erano Jugoslavia e Albania legate all’URSS a doppio filo, al di qua c’era l’Italia con le sue numerose basi militari NATO. Oppure, ad organizzare una simulazione di scontro navale con i sovietici (esercitazioni durate per mesi) sono state le forze NATO? In questo caso, il siluro con scritte in cirillico e non armato ( la testata era vuota, dice Bellomo) è stato sparato dagli alleati per rendere più realistico un attacco nemico? Comunque già all’epoca fu presa in considerazione la possibilità che a muoversi in quel tratto di mare fossero mezzi subacquei convenzionali. Altrettanto non esaustive e non sufficienti a spiegare tutti gli eventi riportati sono le altre ipotesi avanzate, prima fra tutte l’esplosione di gas metano liberato dal fondale marino dopo un maremoto e responsabile del ribollire del mare e dei fenomeni luminosi. In realtà il 21 giugno 1978 – giorno in cui la costa adriatica, specie quella balcanica, fu investita da uno tsunami – non fu registrata alcuna scossa sismica e ancora non si sa con certezza cosa abbia provocato quell’onda anomala alta fino sei metri che investì soprattutto le attuali Croazia e Montenegro: scartata nel tempo anche l’eventualità della frana sottomarina, oggi si propende per l’ipotesi del meteotsunami, di solito molto circoscritto, Gli unici all’epoca di provocare simili sconvolgimenti innaturali erano le forze militari Usa che avevano già brevettato questa arma negli anni ’50. Chi ha ucciso i fratelli De Fulgentiis, un fenomeno naturale, un incidente o un atto deliberato?

Come sulla terraferma con l’eversione telecomandata dall’estero per destabilizzare l’Italia col favore di alcuni apparati statali nostrani (in primi politicanti di governo e dei servizi segreti: Sifar, Sid, Sismi, Sisde), si giunge ai decenni delle impunite stragi anche in mare. Nel 1981 viene colato a picco il peschereccio Ben Hur nelle acque di Pantelleria. Il governo italiano, pur interpellato in Parlamento, tace. E così via fino al 1982, quando le attività militari segrete provocano l’affondamento di ben tre barche da pesca, uccidendo i lavoratori del mare: Agostino Padre il 2 marzo 1982 (Trapani), Prudentia il 31 marzo 1982 (Mazara del Vallo) e Angelo Padre il 5 aprile 1982 nell’Adriatico.

Sul peschereccio di Giulianova perdono la vita il giovane Giuseppe Gualà, suo padre Nicola Gualà e Gabriele Marchetti: i loro corpi non sono stati mai volutamente recuperati dalle autorità, e nemmeno la barca sprofondata a 189 metri di profondità, che avrebbe rivelato l’indicibile verità; soltanto una gamba del comandante è stata casualmente ripescata e consegnata alla figlia Giuliana Gualà. Niente altro e ancora una volta nessuna giustizia.

Comunque, il 19 aprile 1982 sempre Falco Accame (deputato socialista) deposita l’interrogazione 4/14016:

“SULL’AFFONDAMENTO, AVVENUTO NEL MARE ADRIATICO, ALL’ALTEZZA DI GIULIANOVA (TERAMO), DEL PESCHERECCIO ‘ANGELO PADRE’”. Una settimana più tardi, anche i deputati Di Giovanni e Susi fanno altrettanto.

La risposta a questo atto di sindacato ispettivo giunge nominalmente il 12 luglio 1983, da parte dell’allora ministro della Marina Mercantile Di Giesi; però il documento è da sempre introvabile nell’archivio del Parlamento, non risulta nei resoconti stenografici e neppure negli allegati. Comunque nel 1999, Accame nel corso di un’intervista nella sua casa di Roma, mi rivelò e confermò, che ancora una volta, la causa era stata un’attività militare segreta degli alleati. Ciò spiega il mancato recupero dell’imbarcazione e dei corpi dei tre pescatori uccisi sul colpo e lasciati a marcire sul fondale marino. Infatti, nella successiva interrogazione parlamentare, precisamente la numero 4/14128 del 26 aprile 1982, si legge: “Per l’adozione di provvedimenti volti a favorire le operazioni di ispezione del relitto del peschereccio Angelo padre e di recupero delle salme”. Il solito ministro al ramo Di Giesi, dopo quasi un anno dal tragico accadimento, glissa sordidamente sulle cause della tragedia: la sua risposta (21 marzo 1983) è la summa delle menzogne di Stato. Dulcis in fundo: la beffa della regione Abruzzo con la sua legge 27 agosto 1982, numero 66 che stanzia 200 milioni di lire (denaro pubblico), ma incredibilmente non procede al recupero delle salme e della motobarca. Ancora una volta, la magistratura (Procura della Repubblica di Teramo) investita del caso, non indaga minimamente.

E ancora: il 4 novembre 1994 tocca al Francesco Padre di Molfetta, la tragica sorte di essere colpito e affondato durante l’operazione “Sharp Guard” della Nato. A morire: 5 pescatori tra cui il comandante Giovanni Pansini.

Nel 1995 il peschereccio Sirio incappa in attività di pesca come il Rita Evelin (affondato da un sottomarino USA il 26 ottobre 2006 con mare calma piatta) in un sommergibile alleato che si ingarbuglia nelle sue reti e quasi lo trascina a fondo, come attesta il Registro dei sinistri marittimi da me consultato presso la Direzione Marittima di Bari nel 2010 e l’interrogazione parlamentare 4-06254 del 5 ottobre 1995 ancora oggi inevasa dal governo italiano:

Ai Ministri dei trasporti e della navigazione, della difesa e delle risorse agricole, alimentari e forestali. – Premesso: che in data 27 settembre 1995 alle ore 11,30 il motopeschereccio “Sirio”, iscritto al compartimento marittimo di Molfetta, mentre era dedito alle consuete operazioni di pesca a sud di Cattaro (coordinata N 42.10.65 – E 18.22.50) ha visto impigliarsi nelle sue reti un sommergibile di nazionalità ignota che lo ha trascinato a ritroso per un lungo tratto facendolo ripetutamente reclinare sulle fiancate e mettendo a repentaglio la vita dell’intero equipaggio; che nonostante i gravissimi danni cagionati all’impianto di pesca (verricelli, cavi, gru e reti), secondo quanto hanno raccontato i testimoni, il sommergibile si è allontanato senza emergere, nè prestare soccorso alcuno; che anche il motopesca “Francesco Padre”, pochi mesi prima della sua esplosione nelle acque adriatiche, avvenuta nella notte del 4 novembre 1994, dove perse la vita l’intero equipaggio, aveva visto impigliarsi nelle sue reti un sommergibile della NATO che successivamente, ad avvenuto risarcimento dei danni, aveva chiesto il silenzio sull’episodio; che anche altri pescherecci si sono trovati più volte a rischio di contatto con natanti di natura militare; considerato che la gravità di tali episodi è tale da richiedere un immediato intervento al fine di una chiara ricostruzione dei fatti ed anche per consentire un totale rimborso dei danni cagionati al motopeschereccio “Sirio”, da cui l’intero equipaggio trae sostentamento, si chiede di sapere quali provvedimenti i Ministri in indirizzo intendano prendere per ripristinare accettabili condizioni di sicurezza a tutela delle migliaia di lavoratori che, solcando le acque dell’Adriatico, contribuiscono in modo insostituibile allo sviluppo della pesca in Italia”.

Sul medesimo argomento, anche l’interrogazione a risposta scritta 4/134234 del 3 ottobre 1995 non ha avuto risposta dall’esecutivo di Lamberto Dini, quando il titolare del ministero Difesa rispondeva al nome del generale Domenico Corcione, in ossequio all’inscalfibile sudditanza e subordinazione a Washington.

Riferimenti:

Gianni Lannes, Nato colpito e affondato, la Meridiana, Molfetta, 2009.

https://www.lameridiana.it/nato-colpito-e-affondato.html

https://dati.camera.it/ocd/aic.rdf/aic4_14128_8#4d382051898ffde9e727ab7b35a339ca

(pagine 9567-9568):

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