

Quattro giornalisti italiani sulla via delle armi: assassinati dallo Stato italiano!
di Gianni Lannes
Sulla via delle armi scorre un fiume di sangue accanto all’imperituro segreto di Stato tricolore. Un destino che accomuna l’assassinio di quattro giornalisti italiani, ma non solo: Graziella De Palo (24 anni) e Italo Toni (51 anni) torturati e trucidati a Beirut il 2 settembre 1980; nonché Ilaria Alpi (33 anni) e Miran Hrovatin (44 anni) uccisi con un’esecuzione ovvero un colpo alla testa sparato a bruciapelo, a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Questi coraggiosi operatori dell’informazione in prima linea indagavano sul traffico di armi dall’Italia verso il Medioriente e la Somalia, incluso il ritorno di partite delle medesime armi nel Belpaese in concessione all’eversione rossa e nera, infiltrata e telecomandata dall’estero (Cia, Mossad, Sdece e Sis o MI6) per commettere omicidi e stragi destabilizzando l’Italia, avallate dalle autorità nostrane (in primis Cossiga contiguo all’eversione internazionale, compresa Tel Aviv; e Andreotti alla mafia, come ha stabilito una sentenza della Cassazione).
Inoltre, dopo 45 anni nel primo caso e 31 anni nel secondo, non esiste una verità giudiziaria: non sono mai stati individuati mandanti ed esecutori materiali di questi delitti orditi e realizzati su commissione da Roma. Peraltro, in tutti e due i casi incombono – come da copione – depistaggi istituzionali, insabbiamenti giudiziari, veline giornalistiche a corollario di migliaia di documenti secretati, nonostante le finte aperture decretate da Renzi nel 2014 e infine da Draghi in tempi successivi. Per di più, a tutt’oggi in tali casi, gli inquilini di Palazzo Chigi non hanno mai fornito delucidazioni o risposte agli innumerevoli atti di sindacato ispettivo, interrogazioni ed interpellanze, come la numero 3/05651 del 22 febbraio 1982 e la numero 4/13098 del 3 marzo 1982 e tante altre.
Nel 1984 Bettino Craxi, in veste di presidente del consiglio appone il segreto di Stato sull’eliminazione di Graziella De Palo ed Italo Toni; in seguito Silvio Berlusconi (tessera P2 numero 1816) in qualità di primo ministro lo consolida e lo estende anche all’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Un fatto è certo e comprovato: Graziella, Italo, Ilaria e Miran erano invisi ai mercanti di cannoni nostrani (come ad esempio Beretta e Oto Melara) che seguitano impunemente a mietere affari di guerra lucrando sulla morte di innumerevoli persone, alla stregua dei due sottufficiali Deriu e Sedda della Guardia di Finanza, equipaggio dell’elicottero Volpe 132, abbattuto mentre era missione alla ricerca della nave Lucina, carica di armi, pronta a salpare per il Nord Africa. L’incidente dell’A109 della Guardia di Finanza del 1994 è stato un sinistro aviatorio avvenuto il 2 marzo sopra il mar Tirreno che si affaccia sul Sarrabus al largo di Muravera, a sud-est della Sardegna. Il velivolo delle Fiamme Gialle perse i contatti con il controllo del traffico aereo a causa di una deflagrazione in volo. L’aeromobile (eccezion fatta per alcuni frammenti) e i corpi dei due membri dell’equipaggio non sono mai stati ritrovati.
La storia di Graziella De Palo e Italo Toni condensa una fitta ragnatela di segreti, silenzi e depistaggi che porta la firma di un apparato italiano ancora oggi segreto, attivo, spietato e molto pericoloso. All’inizio la vicenda è nota. Il 22 Agosto 1980 Graziella De Palo e Italo Toni partirono per Damasco, in Siria. A organizzare e pagare il viaggio dei due giornalisti fu Nemer Hammad, rappresentante dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in Italia. Due giorni dopo Graziella e Italo attraversarono in auto la frontiera tra Siria e Libano arrivando a Beirut, dove Al Fatah, organizzazione palestinese guidata da Yasser Arafat, offrì loro una stanza presso l’Hotel Triumph e un interprete, il prete palestinese monsignor Ibram Ayad.
Il 2 Settembre 1980, i giornalisti italiani uscirono dall’albergo per salire su una macchina mandata dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di Nayef Hawatamehda. In precedenza avevano comunicato all’ambasciata italiana di voler visitare il sud del Libano e il Castello di Beaufort, postazione dell’OLP spesso attaccata dalle forze israeliane durante la guerra civile libanese. Inoltre avevano chiesto di andare a cercarli, qualora non fossero tornati entro tre giorni. I due, purtroppo, non fecero mai ritorno scomparendo nel nulla.
Si tratta di un disegno criminoso, ideato in Italia, che ha messo a tacere per sempre i due giornalisti, colpevoli di aver indagato sui rapporti tra i Servizi segreti italiani e la loggia massonica P2 del fantoccio Licio Gelli (ufficiale pagatore di gran parte della stagione stragistica), l’industria delle armi e i movimenti terroristici, unitamente ai veri mandanti mai individuati (occulti) della strage di Bologna.
Agosto 1980: venti giorni dalla strage che con due bombe (imbottite di esplosivo militare) ha annientato la vita di 85 persone nella stazione ferroviaria di Bologna, ferendone altre 200. A poco più di due settimane dal più spaventoso attentato dinamitardo degli anni di piombo, ci sono giornalisti che si tuffano sulla pista dell’eversione nera, che inseguono neofascisti e massoni, altri che battono quella del terrorismo rosso, altri ancora che preparano viaggi in Medio Oriente. Tutti, forse, indagano sulle stesse cose.
Graziella De Palo è una collaboratrice del quotidiano ‘Paese Sera’. Si occupa da tempo di politica estera e si è fatta notare con articoli sul traffico illecito di armi tra Italia e paesi sottoposti a embargo Onu. Fa discutere l’articolo uscito il 21 marzo 1980 sul giornale comunista, intitolato “False vendite, spie e società fantasma: così diamo armi, che ricostruisce la rotta delle armi dall’Italia a paesi ‘canaglia”. Graziella racconta come mitragliatrici, fucili automatici, pistole e munizioni partano dai porti italiani e virino verso sud, invece di raggiungere le destinazioni ufficiali, finendo nelle mani di terroristi irlandesi e turchi e di come, talvolta, tornino in Italia, finendo in quelle dei brigatisti rossi. La sua fonte privilegiata è l’ex ufficiale di marina Falco Accame, all’epoca presidente della Commissione Difesa della Camera dei deputati. Le sue interrogazioni parlamentari sono spunto per articoli dettagliati sul ruolo del Sismi in questi traffici illeciti e clandestini.
Graziella collabora anche con ‘l’Astrolabio’ dove ha conosciuto il collega Italo Toni, esperto di esteri. Nasce un sodalizio professionale duraturo che porta alla pubblicazione del libro Quale movimento. Polemica su Che Guevara, scritto a quattro mani. Il comune interesse per il Medio Oriente li spinge a programmare, proprio quell’estate, un viaggio-inchiesta in Libano.
Il 2 settembre una macchina di Al Fatah passa a prenderli al Trumph, nel settore ovest della capitale libanese. All’ambasciata italiana i due giornalisti lasciano un messaggio significativo: “se tra tre giorni non avrete nostre notizie, cercateci”. Da quel momento, come predetto, spariscono, ma nessuno li cerca. Il 15 settembre, dopo giorni di angoscia, la famiglia di Graziella si mette in contatto con Damasco. Solo il 29 dello stesso mese l’ambasciata dichiara dispersi i due free lance e solo gli inizi di ottobre il Ministero degli Esteri decide di aprire un’inchiesta, affidandone la guida – anziché a Stefano d’Andrea, ambasciatore italiano a Beirut – al capo del Sismi, il generale Giuseppe Santovìto, anche lui iscritto alla Loggia P2, e a quel colonnello Giovannone il cui coinvolgimento nel loschi traffici di armi Graziella aveva denunciato. Il sequestro viene attribuito alle milizie di ‘Al Fatah’, ma i palestinesi su cui è stata fulmineamente addossata responsabilità, negano ogni responsabilità e a ragione.
Dopo due anni, finalmente, la Procura di Roma apre un’inchiesta ufficiale e l’affida al pm, Giancarlo Armati. Il giudice conclude da subito che “non possano sussistere ulteriori ragionevoli dubbi sulla sorte dei due giornalisti Toni e De Palo”: Graziella e Italo sono stati uccisi.
Appunto, la mattina del 2 settembre 1980 i due giornalisti, da dieci giorni a Beirut per documentare le condizioni di vita dei profughi palestinesi e la situazione politico-militare mediorientale, escono dal loro albergo per recarsi con una jeep del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina di Nayef Hawatmeh nei pressi del castello di Beaufort, su una delle linee di fuoco che oppone i palestinesi agli israeliani e ai loro alleati. Dalla mattina del giorno dopo si perdono per sempre le loro tracce: la versione più accreditata parla di una jeep che tende loro un’imboscata, spacciandosi per quella del Fronte Democratico che realmente attendevano, e a bordo della quale avrebbe dovuto trovarsi la militante italiana aderente al Fronte Democratico.
Che ne è stato di Graziella e Italo? Qualche notizia poteva essere fornita dal palestinese Kamal Hussein, numero due dell’Olp in Italia. Era lui che coordinava le ricerche dei due giornalisti. Agenti del Mossad con licenza di uccidere, l’hanno fatto saltare in aria: una bomba nella sua auto, esattamente il 17 giugno 1982. In pieno giorno a Roma, quartiere Appio Latino.Hussein muore a Roma. L’indomani Massimo Lugli cosi descrive la scena della fine di Hussein su Paese Sera: “Un boato squassa il quartiere Appio Latino. Una Ritmo verde (con a bordo Husssein), scossa dall’onda di urto di una micidiale bomba a pallettoni, viene sbalzata per qualche metro, si squarcia. si accartoccia… Un passante riesce a tirare fuori il corpo esanime e martoriato del dirigente palestinese”.
Per l’attentato ad Hussein si accuseranno gli israeliani. Quando la mattina del 17 giugno si diffonde la notizia della doppia azione terroristica, il pensiero è per tutti uno solo: è la risposta del Mossad alla grande manifestazione unitaria contro l’invasione israeliana del Libano, tenutasi a Roma il pomeriggio precedente. Il 16 giugno 1982, infatti, Roma viene invasa da decine di migliaia di manifestanti che chiedono la fine delle operazioni militari in Libano. Il 6 giugno, infatti, – dichiarata dal primo ministro Begin (co-responsabile della strage di Ustica) e dal ministro della guerra Sharon – gli israeliani avevano avviato la “Operazione Pace in Galilea”, che a settembre culminerà nei massacri nei campi profughi di Sabra e Chatila.
Le vittime palestinesi sono ben due. Il primo agguato si verifica la notte del 17 giugno, alle ore 1.10, in via Tranvaglia a Montesacro. A cadere sotto i colpi dei killer è Nazih Matar, poco più che ventenne, giornalista corrispondente del quotidiano “Al Amba” del Kuwait. Nazih stava rientrando a casa con il fratello maggiore Naim quando da un’auto in attesa viene bersagliato da colpi di arma da fuoco. Il giovane cade ferito al ginocchio, uno dei killer si avvicina e gli spara alla tempia il colpo di grazia. Muore tra le braccia del fratello. Entrambi i fratelli sono palestinesi nati a Tira (in Israele), di passaporto libanese, studenti di medicina in Italia e aderenti all’Olp e al Gups, Unione generale degli studenti palestinesi. Il secondo attentato avviene 8 ore dopo, in via Menghini nel quartiere Appio. Ad essere ucciso, dilaniato da una bomba, è Kamal Yousef Hussein, 33 anni, vice responsabile dell’ufficio dell’Olp in Italia. Quella notte Kamal Hussein, che come numero 2 della sede dell’Olp in Italia si occupa della sicurezza, si reca sul luogo del primo attentato per parlare con gli investigatori e fornire qualche indicazione sui possibili killer: rientra a casa verso le 4 del mattino. Quando alle 9 di mattina esce di casa, ritira la sua Ritmo dal garage: mentre sale lungo la rampa dell’autorimessa, l’auto salta in aria e si incendia. A provocare l’esplosione un ordigno confezionato con 200 grammi di tritolo più pallettoni d’acciaio, posto sotto il sedile di guida: a innescarlo un sofisticato detonatore elettrico con interruttore al mercurio, attivato con l’inclinazione della rampa del garage. Il dirigente dell’Olp muore sul colpo mentre le lamiere e i pezzi del motore, scagliati a distanza dal violentissimo scoppio, feriscono una passante 36enne. Diranno gli inquirenti: «Poteva essere una strage. Fortunatamente, in quel momento i passanti erano pochi».
In un rapporto intitolato alla commissione parlamentare che si occupa della P2 (documento incentrato proprio sul caso Toni De Palo), si fanno nomi di possibili depistatori: funzionari del Cesis, del Sisde, del Sismi, uomini politici ed altri ancora tutti risultati iscritti alla loggia di Licio Gelli. Dai loro posti di comando hanno impresso un indirizzo piuttosto che un altro alle ricerche. Del generale Santovito si critica, nel rapporto, l’indicazione della pista falangista, anzi la sua sicurezza (“Ho inviato già due uomini nella zona falangista: uno non è più tornato”). Sarebbe il terzo cadavere emblematico dell’allucinante vicenda, dopo quello di Yussuf e di Edera Corra detta, Teila, l’altro è tornato con un orecchio mozzato.
Riferimenti:
https://it.paperblog.com/caso-toni-de-palo-due-giornalisti-inghiottiti-dal-segreto-di-stato-38096/
Gianni Lannes, Ustica e Bologna. Due stragi senza verità, Edizioni Mondo Nuovo, Pescara, 2023.
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