
IMMORTALI
di Gianni Lannes
Inesorabili e sul piede di guerra: iprite e arsenico producono mutazioni nel patrimonio genetico. Sono come assassini spietati e immortali, dotati di incalcolabile pazienza, che da soli o mescolati ad altri veleni chimici continuano a far ammalare ed uccidere chi capita.

A volte non ammazzano subito, ma divorano inesorabilmente gli organismi viventi fino a raggiungere l’obiettivo per cui sono stati fabbricati dall’uomo.

L’iprite e l’arsenico, soprattutto in Italia agiscono in silenzio, protetti dal segreto di Stati alleati. Una ricerca avviata nell’Adriatico meridionale nei primi anni ’90 dall’Icram, coordinata dal biologo marino Ezio Amato, ha riscontrato che i pesci sono particolarmente esposti all’insorgenza di tumori a danno dell’apparato riproduttivo e a mutazioni genetiche. Il progetto si chiama Acab (un acronimo che vuol dire Armi Chimiche Affondate e Bentos). L’azione di iprite e arsenico continua indisturbata anche dopo la morte di chi è stato colpito. L’iprite in particolare è in grado di disgregare il DNA: modifica infatti il codice della vita e le sequenze genetiche che consentono di riprodurla. L’iprite è praticamente immortale ed è sempre pronta ad uccidere. La naturale azione del mare, oltretutto, danneggia gradualmente gli speciali involucri metallici rinforzati che contengono l’iprite e l’arsenico, complici le correnti, la pressione e la corrosione. Di conseguenza, gli ordigni si sgretolano e liberano in mare il loro micidiale contenuto. A volte le bombe rimangono impigliate nelle reti a strascico e i pescatori sono i primi ad essere investiti e a subire lesioni.

La Seconda Guerra Mondiale per mano germanica e statunitense ha disseminato la sua pericolosa eredità anche nei mari d’Italia: Adriatico e Tirreno. Nei fondali di Pesaro, per esempio.

Alcuni documenti militari del Terzo Reich dimostrano che nell’agosto dell’anno 1944, durante la loro ritirata, le truppe tedesche hanno deliberatamente affondato in mare 84 tonnellate di testate all’arsenico e 1316 tonnellate di bombe all’iprite modello mussoliniano C. 500T.

Nascoste in gran segreto, nel 14° deposito della Regia Aeronautica. In alcune gallerie ferroviarie sotto Urbino erano stipate 100 mila ordigni speciali e 908 mila convenzionali. Che fine hanno fatto?


Tre lustri fa, il sindaco Luca Ceriscioli ha richiesto un intervento di monitoraggio e di bonifica al Ministero della Difesa. Nel luglio 2010, l’allora sottosegretario di Stato Giuseppe Cossiga ha risposto che tra il 1945 e il 1950 una bonifica è già stata fatta e ulteriori attività di verifica potrebbero creare “ingiustificato allarmismo”.
Eppure il 20 novembre 1951 il sottosegretario alla Marina Mercantile Tambroni, in risposta all’interrogazione parlamentare del deputato Enzo Capalozza confermava la presenza di numerose bombe pericolose sui fondali, fornendo al contempo anche le coordinate in sei zone marine ad appena 3 miglia dal litorale di Pesaro. Comunque, non vi è stata bonifica e il governo italiano non ha mai fornito risposta all’interrogazione parlamentare numero 4/09713 del 25 novembre 2010.

L’ultima novità è un documento prodotto dalla Provincia di Pesaro nel dicembre 2012, una cartografia dell’Arpa regionale frutto di indagini svolte negli Anni Cinquanta, che mostra con chiarezza la presenza di ordigni lungo la fascia costiera compresa tra Pesaro e Fano. Nel 2017 in consiglio regionale delle Marche, una mozione che prevedeva la bonifica dei fondali non è stata approvata grazie al voto contrario di Andrea Biancani, attuale sindaco del capoluogo rossiniano.
I vecchi pescatori di Cattolica ricordano quanto fossero frequenti gli incidenti quando le bombe si impigliavano tra le reti. Di quell’epoca sono rimasti in pochi e quei pochi preferiscono non parlare pubblicamente, ma Colombo Gaudenzi, che nel 2012 aveva 97 anni, rilasciò un’intervista: “Io ne ho raccolte quattro di bombe all’iprite: erano a tre miglia dal porto di Pesaro”. Almeno una decina di pescatori di Cattolica nel dopoguerra hanno riportato ustioni agli arti dopo essere venuti a contatto con le bombe all’iprite. il pescatore Ivo Magi racconta di averne raccolte diverse nel 1954 e anche negli anni Settanta, alla stregua del centenario Silvio Pensi di Fano. E risale al 1969 la fotografia del sub Piero Masi che ritrae una bomba contenente gas tossico, sui bassi fondali di Gabicce. Ma i ritrovamenti sono stati più di quelli ufficialmente noti. Il signor Gaudenzi, il vecchio pescatore, ammette per esempio di aver rigettato alcune bombe in mare, forse per paura che la sua imbarcazione venisse sequestrata, e dice che la stessa cosa facevano altri pescatori: “Davanti a Cattolica – racconta – c’è una specie di scogliera che qualcuno diceva fosse stata una città affondata, la città di Valbruna, noi le buttavamo lì, e nessuno ci pescava, almeno non disturbavano nessuno”. Colombo Gaudenzi e Ivo Magi hanno passato tutta la loro vita in mare. In queste interviste raccontano del periodo che definiscono ‘il più brutto della loro vita’: quando trovavano tra le reti le mine e soprattutto le bombe all’iprite. Per la prima volta, nel 2012, questi lavoratori del mare hanno descritto una ‘usanza’ conosciuta da tutti i pescatori della zona: quella di rigettare gli ordigni in mare in un punto preciso: a tre miglia dalla costa di Santa Marina Alta, a pochi chilometri dal porto di Pesaro. Un riscontro in mare ha consentito di accertare la presenza di almeno otto discariche belliche ad una profondità di appena 12 metri: sei dinanzi a Pesaro, una a Fano e una tra Cattolica e Gabicce.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK590857/
https://www.sciencedirect.com/topics/medicine-and-dentistry/mustard-gas
https://www.cdc.gov/chemical-emergencies/chemical-fact-sheets/mustard-gas.html
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/?term=mustard+gas
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/?term=arsenic
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/?term=adriatic+sea
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S004565350800578X
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